La scena del potere irradia il Teatro Greco di Siracusa

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“Il potere assoluto è una ricchezza malcerta, che possiede molti amanti”

Erodoto – Storie (Libro III, 53)

In questo breve inciso, tratto dal terzo libro delle Storie, Erodoto accosta l’esercizio del potere a due concept contrastanti: da una parte quest’ultimo si rivela una risorsa, in quanto il buon governo, caratterizzato da saggezza e moderazione, riesce a rendere gloria alla città ed al popolo; dall’altra il potere nasconde un’ombra di incertezza e fragilità, che logora l’uomo sino a ribaltarne le sorti. Una volta acquisito il potere, infatti, è come se si camminasse in bilico sul filo del rasoio. 

La dialettica tra uomo e potere, definita eccezionalmente da Luciano Canfora come virtuosa e al contempo perversa, non è mai unilaterale. Agli inizi del V secolo a.C. ad Atene il sovrano è descritto come un eroe, che grazie all’ ingegno ed alle capacità demagogiche, conquista la fiducia del popolo e compie gesta ammirevoli. Eppure il potere è un’entità dalle mille facce che si rivela tutto fuorché immutabile, facilmente si trasforma in illusione ed abuso, trascina l’uomo sino ad alienare se stesso, lo trasforma in despota, ne corrode la ragione, e non ne può garantire la salvezza. 

A questo “tragico corto circuito” si ispira il 54° Festival del Teatro Greco di Siracusa, organizzato dalla Fondazione INDA Onlus (Istituto Nazionale Dramma Antico). La metafora del potere svela la metafora della vita, ed offre l’opportunità di riflettere sulla precarietà della sorte umana. Storie di eroi audaci, il cui potere e prestigio si rivelano effimeri nel fatale incontro con il destino: è questo il fil rouge che collega i tre drammi proposti per la stagione 2018 degli spettacoli di Siracusa, ovvero l’Edipo a Colono di Sofocle, l’Eracle di Euripide e la commedia di Aristofane I Cavalieri. 

Edipo a Colono – Sofocle

L’Edipo a Colono è l’ultima tragedia di Sofocle, rappresentata postuma. L’autore, ormai ultranovantenne, scrive questo dramma con l’intento di lasciare una sorta di testamento spirituale, nel quale è possibile intravedere sia una possibile rinascita, sia una arrendevole consapevolezza. 

Edipo, descritto nell’Edipo re come l’eroe dell’intelligenza, è colui che ha ottenuto il potere dopo aver svelato l’enigma della sfinge, cioè l’enigma sull’uomo. Re illuminato e carismatico,viene travolto da un infame destino che lo lacera fino all’inverosimile: egli scopre di aver inconsapevolmente  ucciso suo padre Laio e generato figli con la madre Giocasta. È proprio dall’Edipo dilaniato dal dolore, cieco ed esiliato, che prende inizio l’Edipo a Colono. Colui che prima era elogiato come eroe indiscusso, adesso appare vecchio, stanco e paziente, meditabondo sul valore della vita e non solo. Il fulcro del dramma è la morte di Edipo, la quale sembra riabilitarlo dal suo tragico destino grazie all’apotheosis (ascesa al cielo). 

A questo punto, solo la morte sembra per Sofocle l’unica via d’uscita possibile dalla normale condizione di sofferenza umana. Inoltre l’uomo è incapace di comprendere le ragioni ultime del dolore  ed è condannato a subire una volontà divina imperscrutabile. Proprio nell’ Edipo a Colono Edipo dichiara di aver subìto parricidio ed incesto, e non di averli compiuti: egli è colpevole, ma non responsabile. 

Di fronte all’ineluttabile fato dell’uomo, che nulla può opporre, né ingegno o potere, al decorrere della sua sorte, sono un’amara conclusione i versi  del terzo stasimo del coro dell’Edipo a Colono, che recitano:

“Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti. Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale pena mai manca? Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia.”

(Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1224-1237) 

Eracle – Euripide

L’Eracle di Euripide viene descritto come un “dramma appassionante e struggente, ricco di inattesi colpi di scena e di intenso patetismo”. Eracle in tutta la prima parte di questa tragedia si manifesta come il grande eroe che incarna, in quanto egli riesce a salvare in extremis la propria famiglia dalla strage macchinata da Lico, il tiranno usurpatore del trono di Tebe al quale riesce a tendere un agguato mortale.  Alla celebrazione della vittoria di Eracle, però, segue un paradossale colpo di scena: l’eroe incorre nell’irrazionale vendetta di Era, dettata da un’antica gelosia coniugale, la quale, avvalendosi della potenza obnubilatrice di Lyssa, lo induce a uccidere, in un raptus di follia, quegli stessi familiari, moglie e figli, da lui poco prima sottratti a morte sicura. Alla luce di questa follia voluta dagli dei, la precedente esaltazione delle gesta di Eracle acquista così il valore di una ironica antifrasi tragica. 

Ricorre ancora il motivo della mutabilità della sorte umana, per cui il giovane eroe benefattore dell’umanità si ritrova trascinato nella polvere del dramma della follia. Il potere, la gloria e la vittoria non sono altro che illusioni, vane ombre che come repentinamente sono apparse, tanto velocemente possono scomparire. 

“Non è costui di Giove il figlio, quello

 che figli e sposa uccise? E non andrà,

 lungi da questa terra, alla malora?

 Per l’uom che un giorno detto fu beato,

 ogni rovescio è doloroso!”

(Eracle, Euripide, vv. 743- 748)

I Cavalieri – Aristofane 

Il “gigantismo dell’eroe” trova il suo grottesco rovescio nella figura del demagogo della commedia, che rappresenta in maniera provocatoria lo svilimento e la degradazione di chi incarna il potere. I Cavalieri è una la fortunata commedia rappresentata nel teatro ateniese di Dioniso alle Lenee del 424 a.C., che garantì ad un Aristofane ancora giovane il primo premio. 

Due servi di Demos sono sviliti dalla tirannia di Paflagone, controfigura di Cleone, un uomo rozzo, ma astuto, il quale tramite raggiri è riuscito a guadagnarsi il potere. Al limite della sopportazione, i due decidono di portare a compimento una profezia per cui al despota succederà un individuo ancora più sordido, ovvero un salumaio. Dopo una serie di rocambolesche avventure, grazie anche all’aiuto dei cavalieri, il salumaio otterrà la vittoria su Paflagone, il quale verrà invece esiliato e condannato per i suoi misfatti. Al netto dei fatti però, il salumaio si rivela un soggetto spregevole ed ignorante, forse ancor più di Paflagone! Sarà l’intervento di Demos, ravvedutosi, a cambiare le sorti della città. 

Aristofane condanna aspramente ne I Cavalieri la corruzione, facile alleata dei potenti, e demistifica la figura del sovrano, accostandola addirittura a quella di un umile salumaio, che per di più è di infima levatura morale. Il desiderio di potere, ed il suo abuso, si ritorcono contro chi li ostenta, trasformando l’uomo in una caricatura di se stesso. Le nefandezze di Paflagone e del salumaio non sono che l’ovvia conseguenza di un animo ormai sopraffatto dalla voglia irrefrenabile di potere, schiavo dell’ignoranza e della prepotenza. 

Le vicende di Eracle, Edipo e dei servi di Demos, accompagnate dai preganti canti dei cori e rappresentate in magiche scenografie, anche quest’anno ci lasceranno a bocca aperta.   

Non ci resta che lasciarci ammaliare dai versi di questi tre grandi drammi, per immedesimarci nelle  tribolazioni dei loro personaggi, così vicine alle nostre. Che sia un invito a riflettere sulla fragilità della condizione umana: del resto anche trovarsi seduti tra gli spalti del Teatro Greco di Siracusa, immersi in un tempio che dal V secolo a.C. domina la valle, ci fa già sentire infinitamente piccoli, no? 

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Costanza Bordonaro

Costanza Bordonaro, nata a Catania il 6/12/1997. Ha conseguito la maturità classica presso l'Istituto Superiore Liceo Classico Mario Rapisardi di Paternò. Oggi è studentessa della Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Catania.
Pianista incallita e promotrice del service, sostiene l'informazione concisa, chiara, pittoresca - perchè no?- e, soprattutto, esatta.