La fine delle Grandi Rivoluzioni

Forse è vero, l'epoca delle Grandi Rivoluzioni è finita, manca solamente un piccolo sforzo.

3' di lettura

La storia dell’uomo è scandita da fasi che consentono di attribuire ad ogni epoca, per quanto lunga o corta possa essere, un netto carattere di esclusività. Intellettuali di ogni tempo hanno cercato di modellare la “forma della storia“: Nietzsche e Vico vedevano in essa un cerchio, i Positivisti una retta.

A dire il vero, fatta salva l’indiscutibile qualità e raffinatezza delle argomentazioni avanzate, si tratta di teorie che da un punto di vista pratico lasciano un po’ il tempo che trovano. Non sarà forse più importante percepire la sostanza della storia, anziché cercare i tutti i modi di rinvenirne la forma? E sia chiaro, questo interrogativo, formulato (diciamolo pure) a mo’ di provocazione non è rivolto agli storici, con riguardo al loro modus operandi, ma a noi “gente comune”.

Oggi si sente spesso dire che viviamo nell’era della fine delle Grandi Rivoluzioni, proprio perché non abbiamo né un istinto né una coscienza rivoluzionaria.
Sono passati oltre 200 anni dalla seconda metà del ‘700, secolo delle Rivoluzioni Atlantiche, Francese ed Americana per intenderci, che hanno dato luogo ad un cambiamento radicale onnicomprensivo, e forse ancora oggi non è stata metabolizzata la distinzione tra storia e cronaca.

Se chiedessimo ad un campione di cento persone la data della Presa della Bastiglia, probabilmente il 90% risponderebbe 1789, ma potremmo azzardare che la medesima percentuale abbia colto l’effettiva portata di tale evento? Neanche chi scrive o chi legge, forse può comprenderla: possiamo essere in grado di fornire un giudizio di merito relativamente ad essa, ma non possiamo immedesimarci nella condizione del Terzo Stato Francese. Esso rappresentava il 97% ( approssimando per difetto) dell’intera popolazione, e versava in condizioni gravose: soffriva la fame, era condannato al pagamento di imposte che finivano per travolgere la quasi totalità del reddito e non godeva di alcun privilegio giuridico. L’elenco dei disfavori è molto più lungo rispetto a ciò che si è detto, ma il novero dei fattori messi in lista è già abbastanza utile per attribuire fondatezza alla tesi della nascita del sentimento rivoluzionario in capo alle fasce componenti il Terzo Stato.

In America, la situazione era molto simile: volendo semplificare al massimo, ricordiamo che la realtà delle 13 colonie era analoga a quella di un microcosmo all’interno del quale vi erano individui privi di diritti e di poteri partecipativi alla vita politica. E da qui che ci si riconduce al grido di massa, peraltro passato alla storia: “No taxation without rappresentation“.

La storia delle Grandi Rivoluzioni è stata alimentata da pulsioni, istinti rivoluzionari; ed il suo compito è stato quello di metabolizzarli al meglio. Quindi se oggi si afferma, talvolta con aria arrogante e quasi fastidiosa, che viviamo presso l’epoca del tramonto delle Grandi Rivoluzioni, non è tanto perché manca una coscienza rivoluzionaria, ma gli stessi istinti rivoluzionari: se ad oggi facessimo una comparazione, anche approssimativa rispetto al 1789, la percentuale che coincideva all’epoca con quella dei componenti il Terzo Stato sarebbe piuttosto ridotta.

Per carità nessuno nega che la situazione sociale sia comunque complessa, ma ad oggi tutti, almeno da un punto di vista formale e con riguardo al nostro ordinamento, sono titolari di diritti e libertà fondamentali, al tempo negati, quasi tutti dispongono dei mezzi per soddisfare i bisogni primari di vita. E se oggi lo diamo per scontato, è un errore enorme che noi, uomini del presente commettiamo, ed allo stesso tempo un grande merito che riconosciamo a chi si è battuto, con in gioco la vita, affinché ciò possa essere avvenuto.

Per cui se oggi si sente parlare del declino delle Grandi Rivoluzioni, probabilmente lo si deve agli eroi del passato, che con i loro immensi sacrifici ci hanno regalato un presente, il quale, per potere essere reso migliore, non ha bisogno di una Rivoluzione, ma di molto molto meno. Purtroppo, questo plusvalore
ad oggi non siamo in grado di riprodurlo. Basterebbe forse, un po’ più di consapevolezza storica , di unitarietà ( e non unità), di vedute e magari, non guasta mai, un briciolo di riconoscenza nei confronti di chi ci appare come tanto lontano nel tempo ma così tangibile nei diritti.

Forse è vero, l’epoca delle Grandi Rivoluzioni è (quasi) finita, manca un piccolo sforzo, e stavolta lo ribadiamo senza quel fare indisponente ed accennando un sorriso a denti stretti. È proprio vero, infatti, che un continente che ignora il proprio passato è come un uomo che ha perso la memoria.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
Massimiliano Marletta

Massimiliano Marletta, nato a Catania il 24 Aprile 1997 è studente presso la facoltà di giurisprudenza di Catania. Sin da piccolo mostra una grande passione per il calcio e per la lettura. Oggi non è cambiato molto ed affianca a queste la passione per lo sport in generale e per tutto ciò che è legato al mondo della cultura (letteratura, moda, spettacolo). È anche amante dei cinepanettone.
I grandi risultati si ottengono col duro lavoro, con perseveranza e con la fede in Dio.

1 commento

  1. Sono di parte: sono la nonna di Massimiliano e mi complimento per la chiarezza con cui ha esposto il suo pensiero!

Un commento ci fa sempre piacere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.