Il Mondiale di calcio tra storia dei popoli ed utopie

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“Il Mondiale di calcio è anche e soprattutto un riflesso della storia,della politica e della socialità intesta lato sensu”.

Tra poco piú di un mese avrà luogo il Campionato del Mondo di Calcio ed il più grande rimpianto nel Belpaese è quello di non potere supportare la Nazionale azzurra: le lacrime del Capitano Gigi Buffon al termine della “Caporetto” svedese hanno costituito l’emblema di un enorme pianto che ha coinvolto tutto il popolo italiano, deluso, affranto e quasi incredulo dinnanzi ad una disfatta che ancora oggi non tutti hanno accettato.

È stato il fallimento di un sistema già da tempo logorato, che, communis opinio (o quasi) ,ha mutuato i difetti di un sistema politico anch’esso poco credibile. Del resto, il rischio di cadere in semplici, ma corrette equazioni è inevitabile: non è complesso comparare, anche all’indomani della sconfitta con la Svezia, l’atteggiamento di chi siede ai posti di vertice della Federazione, mosso da una logica della “Poltrona” ( e pur non facendo nomi è agevole rilevare la prima incognita dell’equazione) a quello di molti esponenti della classe politica.

Quando Putin afferma che “la Nazionale di calcio è lo specchio del paese“, tutto lascia pensare che lo faccia a ragion veduta. Nessuna invettiva contro l’Italia, a questo hanno già pensato grandi intellettuali nella storia, ma salti nel tempo per tenere a mente che il Mondiale non è solo una competizione calcistica, non è solo un gioco insomma, ma è molto,molto di più. Il Mondiale è un riflesso della storia, della politica, della socialità intesta lato sensu.

Hanno fatto irruzione nella scena alcuni grandi dittatori che hanno visto nel Mondiale la possibilità di potere estendere la propria superiorità. Correva l’anno 1934: la Coppa Rimet (l’attuale campionato del mondo, per intenderci) si giocava in casa, poche erano le squadre partecipanti. Lo scenario internazionale scorgeva i brutali regimi totalitari ed il flusso di ideologie d’Avanguardia che hanno finito con il produrre più danni che altro. Nel flusso ideologico (stavolta non proprio d’Avanguardia) dominava la scena la strumentalizzazione delle teorie di Darwin: sarà la lotta a stabilire chi è più forte e chi ,non essendolo, non può trovare il suo spazio.

È un’eco che risuona ancora dopo le devastazioni della Grande Guerra. E l’universo del pallone ne risente: il calcio all’epoca non era uno sport popolare quanto oggi ma il duce voleva ad ogni costo la vittoria del Mondiale: vincere era l’imperativo categorico, bisognava fare vedere al mondo la propria superiorità su tutti i fronti. Fu infatti l’ossessione di superiorità, insita all’ideologia nazifascista, a dominare nel cuore dei giocatori, che , sotto un’enorme pressione, quel torneo riuscirono comunque a portarlo a casa in finale contro la Cecoslovacchia.

Se pressioni furono esercitate nei confronti della spedizione azzurra del ’34, molto peggio fece il dittatore dello Zaire Mobutu all’epoca di Germania 1974. ” Perdete con più di tre gol di scarto e nessuno di voi tornerà a casa vivo“. Furono le parole dello stesso rivolte ai giocatori della Nazionale Africana (oggi Repubblica Democratica del Congo) in vista della sfida contro il Brasile, gara mai in discussione già prima di giocarla. Lo Zaire, quasi a termine del match, perde 3 a 0 ed il Brasile è pronto a calciare una punizione dal limite: il focus è il piede di Rivelino, fantasista brasiliano e specialista dei calci piazzati. Mwepu, un giocatore dello Zaire, in segno di disperazione calcia il pallone il più lontano possibile. Ne seguì che i calciatori dello Zaire portarono a casa la pelle. È questo un aneddoto che colpisce da sempre il cuore degli appassionati e che consente di dimostrare questa tangibile relazione tra calcio e società. Non è solo un gioco, ma molto,molto di più.

Ad oggi lo scenario è radicalmente mutato e, malgrado varie tensioni a livello internazionale, tutti noi auspichiamo ad un Mondiale che assolva alla sua funzione più profonda, più essenziale, quella di unire, nel segno della gioia e dello sport, la razza umana.
Probabilmente quanto detto può, ictu oculi, sembrare utopistico, ma bisogna sempre ricordare che sono le utopie a far progredire il mondo.

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Massimiliano Marletta

Massimiliano Marletta, nato a Catania il 24 Aprile 1997 è studente presso la facoltà di giurisprudenza di Catania. Sin da piccolo mostra una grande passione per il calcio e per la lettura. Oggi non è cambiato molto ed affianca a queste la passione per lo sport in generale e per tutto ciò che è legato al mondo della cultura (letteratura, moda, spettacolo). È anche amante dei cinepanettone.
I grandi risultati si ottengono col duro lavoro, con perseveranza e con la fede in Dio.

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