Non ti vergognare tu che hai letto e amato Lolita.

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“Bisogna essere artisti e pazzi, creature di infinita melanconia, con una bolla di veleno ardente nei lombi e una fiamma ipervoluttuosa perennemente accesa nella sensitiva spina dorsale (oh, quanto bisogna dissimulare e farsi piccoli!) per discernere a prima vista, grazie a segnali ineffabili – il profilo impercettibilmente felino di uno zigomo, la snellezza di una gamba appena velata di lanugine, e altri indizi che la disperazione e la vergogna e le lacrime di tenerezza mi vietano di enumerare – il micidiale diavoletto tra le brave bambine; e lei, non ravvisata dalle sue compagne, posa tra loro a sua volta ignara del proprio fantastico potere.”

L’irrefrenabile pulsione sessuale e sentimentale nutrita dal  professor Humbert per la figura della ninfetta, in particolare nei riguardi della sua Lolita, così egregiamente descritta dalla penna di Vladimir Nabokov nel suo celebre e controverso capolavoro pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955, è più che una semplice allusione all’immorale tema dell’attrazione che l’uomo adulto può subire (e subisce) alla vista di giovanissime adolescenti, spesso poco più che bambine.

Nabokov destò scalpore non solo per il tema che scelse per il suo romanzo, ma in particolare per aver fornito al lettore, tramite le riflessioni e le parole dette in prima persona dal suo protagonista, il professor Humbert, una tesi volta quasi a giustificare i moventi che spinsero quest’ultimo a violare ogni norma sociale e morale in nome della passione infrenabile nutrita  per una dodicenne, la sua Lo, fiore che sboccia, incarnazione del piacere e della passione, artificiosa e illusoria reincarnazione di quel suo primo amore precocemente e improvvisamente venuto a mancare quando questi era solo un ragazzino.

Il tema della pedofilia ha un suo peculiare potere, non crea dibattiti e non consente prese di posizione, non ammette partigiani per due o più fazioni. La pedofilia è concordemente condannata e osteggiata da tutti, almeno all’apparenza. Non diversamente accade per il pedofilo, ritenuto universalmente tra le figure più degenerate e folli di quel vasto immaginario collettivo che circoscrive in uno spazio serrato, tra reale e irreale, tutte quelle persone/figure ritenute semplicemente, totalmente e irrimediabilmente negative e nocive per il singolo e per la comunità.

Come si può allora giustificare quel peculiare e controverso fenomeno  che spinge il lettore di questo romanzo a provare una sorta di empatia per la disperata ossessione sessuale/affettiva del pedofilo, se così vogliamo definirlo in modo semplicistico, piuttosto che per le vessazioni subite dalla giovane e maliziosa vittima? E’ solo merito dell’incisiva penna dell’Autore russo se il lettore viene trasportato e inglobato, durante tutto l’arco dell’esperienza di lettura, in una dimensione della moralità fortemente contrastante e in antitesi rispetto a quella che possiede e professa pubblicamente nella propria quotidianità?

La verità non è mai universalmente oggettiva, ogni ipotesi è unicamente e irrimediabilmente soggettiva e strutturata sulla base di una diversa esperienza di vita e una differente sensibilità individuale. Chi scrive non ha l’ambizione di portare alla luce di voi lettori La Verità, ma solo un punto di vista, che si allontani almeno un minimo dalla superficialità e banalità con cui viene (non)trattato un tema così delicato.

La figura di Lolita è l’incarnazione della bellezza e della malizia giovanile, volutamente caricaturale nella sua sensualità, ma che denuncia quell’aspetto di superficiale conformismo insito nella società degli adulti, la quale si impone e impone come dogma il dover far finta di non vedere la bellezza del miracolo della vita; il corpo che nasce, cresce e prende forme via via più mature e sensuali.

Questo non è (e non potrebbe mai essere) un elogio o una giustificazione alla pedofilia, piuttosto un’invettiva al male che la genera, l’ipocrisia e tutti quei tabù che impongono a priori di non doverne parlare apertamente e criticamente, imponendo una visione standardizzata e obsoleta di tale perversione, semplicemente relegata all’interno di quel vasto insieme di problematiche mentali e sessuali non meglio conosciute dai più, talmente ripugnanti e indicibili da non dover essere neppure nominate.

Ogni giorno, ogni ora e forse ogni minuto da qualche parte nel mondo un minore subisce molestie dirette o indirette, perché l’abuso non è solo un atto fisico, la pedofilia non è solo la violazione di un giovane corpo, ma è anzitutto un determinato modo di porsi e approcciarsi nei riguardi di chi ancora non ha acquisito, per ragioni anagrafiche e conseguentemente cognitive, quel bagaglio di esperienze tali da consentirgli di potersi gestire autonomamente, specialmente di potersi difendere da solo di fronte ai problemi e ai pericoli disseminati lungo tutto quel delicato percorso di crescita interiore ed esteriore da cui inevitabilmente si passa in giovane età.

Tutti noi nel corso della nostra vita abbiamo assistito almeno una volta ad una molestia perpetrata da un adulto nei confronti di un minore; occhi di padri di famiglia, di mariti e compagni che si posano troppo a lungo e con troppa malizia su giovani gambe acerbe, non troppo dissimili da quelle delle figlie che aspettano il loro ritorno alle case. Non sono questi pedofili, allora, seppur autolimitatisi nelle loro azioni tangibili e materiali? O sono invece le lolite che cercano maliziosamente di far riemergere nell’uomo adulto perversioni solo apparentemente sopite, ma in natura sempre e comunque presenti? Può esserci amore genuino e reciproco tra un quattordicenne e un quarantenne? Sono questi, e molti altri ancora, i grandi punti di domanda che costellano l’universo della coscienza e del comportamento del singolo e della comunità, la quale con voluta superficialità e per ragioni di ovvi interessi innesta nell’individuo quel processo di terrore e orrore che lo condizionano nel smistare e  sigillare la complessa e articolata nature dei sentimenti e delle pulsioni, soprattutto le più amorali e condannabili, entro fredde e semplici macrocategorie. Bisognerebbe innanzitutto riconoscere l’esistenza di tali fenomeni in una realtà molto più vicina alla nostra di quanto non vogliamo vedere e ammettere per poter evitare preventivamente il male assoluto della violenza e della coercizione dei più piccoli, di chi per ovvie ragioni e con pochissime eccezioni non ha una forza e una coscienza di se stessi sviluppata al punto tale da potersi difendere autonomamente.

Non ti vergognare tu che hai letto e amato Lolita, non sei un perverso o  un degenerato, il male esiste solo in chi non ha il coraggio di guardare e riflettere su ciò che è l’animo umano.

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.

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