Governo: nessuno sa come andrà a finire, neanche il Quirinale

Sono passati più di due mesi dalle elezioni e il Paese non ha ancora un governo.

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Più di 60 giorni in cui il faccione di Salvini e la carnagione olivastra di Di Maio sono stati onnipresenti in tv, su internet, sui social. Battaglie pseudo-politiche, solo verbali. Scontri combattuti a colpi di video su facebook o twitter, 140 caratteri di puro niente.

Nessuno ha illustrato un programma, un progetto: neanche un abbozzo, un tentativo di accordo su temi veri, urgenti. Il Mezzogiorno, il lavoro, le riforme…Però si è continuato a urlare: tutti a ripetere di essere pronti a governare, di avere i numeri giusti. Eppure, niente da fare: nessuna maggioranza stabile né tantomeno possibile. La situazione è poco chiara, intricata e di difficile risoluzione. Ciò che urge analizzare sono le cause di questo stallo, allo stato attuale, irrisolvibile: andiamo a ricapitolare quello che è successo.

Si è a lungo vociferato di un accordo fra il M5S (partito di maggioranza relativa) di Di Maio e la Lega di Salvini. Il flirt fra quest’ultimo e il candidato premier grillino sembrava destinato a coronarsi, nelle previsioni dei più ottimisti, nella formazione di un esecutivo. Un’ipotesi irreale che mai poteva realizzarsi: i 5S esigevano un “contratto di governo alla tedesca”, una collaborazione esclusivamente con la Lega, e questo avrebbe comportato una separazione fra Salvini e Forza Italia di Berlusconi. Il segretario del Carroccio, semplicemente non poteva e non può farlo: pur essendo adesso la Lega il primo partito della coalizione di Centrodestra (17%), seguito da Forza Italia (14%) e dalla Meloni, troppi e troppo forti sono gli interessi che legano le due forze.

Il leghista comprende bene che distaccarsi dal centrodestra sarebbe stata una mossa politicamente azzardata. Privarsi dell’appoggio degli alleati storici per “convolare a nozze” con i grillini gli avrebbe alienato simpatie e credibilità da tanta parte dell’elettorato di Centrodestra. Molto meglio, per Salvini, continuare a prosciugare il bacino elettorale di Berlusconi: una tendenza che si è manifestata durante le elezioni politiche e che sta continuando alle amministrative. In Molise ha vinto Toma, candidato forzista, grazie ai voti decisivi del Carroccio. In Friuli s’è imposto Fedriga, della Lega, con percentuali molto alte, a fronte di un risultato modesto di FI.

Esiste quindi un rapporto simbiotico fra Lega, partito rampante, e FI, in affanno, ma sempre solida base d’appoggio, che il M5S non ha potuto scalfire. Ma queste elezioni per Di Maio sono (sono state?) l’occasione della carriera, della vita: al netto della sbandierata armonia e concordia, all’interno del partito Fico e Di Battista premono per intaccare la sua leadership.

Ci si è perciò affannosamente rivolti dall’altro lato della barricata, al PD, per sondare la disponibilità a formare un governo. Un tentativo andato a vuoto: la disponibilità a trattare del segretario-reggente dei democratici Martina è stata bruscamente stroncata da Renzi. L’ex premier non è più segretario, rappresenta il volto della sconfitta, del fallimento del suo personalissimo progetto politico ma continua ad essere l’unico a dettare legge nel PD. A Renzi è bastata un’intervista in tv da Fazio per far saltare il banco: “Restiamo all’opposizione”. Niente accordo M5S-Dem, quindi.

Si aspettano con trepidazione le decisioni di Mattarella. Terminato l’estenuante quanto sterile valzer delle consultazioni, il presidente della Repubblica sembra intenzionato a formare “un governo di tregua”, un esecutivo a guida tecnica per mettere mano alle questioni più urgenti (l’aumento dell’Iva, il bilancio, la legge di stabilità).

Un progetto destinato quasi sicuramente al fallimento: i 5 stelle, tornati su posizioni battagliere dopo la parentesi “istituzional-conciliante”, hanno dichiarato che non voteranno un governo tecnico “di tregua” e “neutro”. Se il partito di maggioranza non concede la fiducia un esecutivo neutrale cessa di essere tale, evidentemente.

Cosa resta? Solo il ritorno al voto. Ma in una situazione di paralisi, più che di stasi. Tre blocchi ingessati, incapaci e impossibilitati a muoversi: Il M5S resta stabile, pur avendo perso l’occasione di salire al governo, e anche il centrodestra rimane (o si sforza di apparire) compatto, sebbene serpeggino dissidi fra Lega e Berlusconi. I grillini e la Lega spingono per votare subito, anche in estate, mentre FI preferisce (forse per questioni climatiche?) “aspettare l’autunno”. Il PD s’è detto favorevole al progetto di Mattarella. E forse non è un caso: Intrappolati in una guerra intestina, divisi fra renziani e antirenziani, i democratici avrebbero così più tempo per un “regolamento di conti” interno, per tentare un altro colpo di mano e scalzare Renzi dalla sua posizione di predominio. Eventualità per ora remota: il segretario dimissionario (ma poi no) ha inserito tutti suoi fedelissimi nelle liste e in posizioni-chiave. Certo è che il PD continua a perdere voti, un’emorragia manifestatasi oltre che nei risultati del 4 Marzo, anche nelle amministrative del Molise e del Friuli.

Sembra, il PD, destinato a un cupo destino, ha rinunciato a qualsiasi orizzonte riformistico, si è accartocciato su sé stesso, sulle proprie beghe interne, condannandosi così ad un ruolo sempre più marginale e politicamente irrilevante. In una situazione così, incastrata e incancrenita, aspettiamo le decisioni di Mattarella come se fossero risolutorie. Ma forse neanche lui sa come andrà a finire.

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Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.