Letture Dantesche 2018

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Le letture dantesche sono un’iniziativa che vede la collaborazione del Disum  (Dipartimento di Scienze umanistiche) e della Rettoria di S.Nicola l’Arena in un periodo abbastanza ampio. Infatti il progetto è attivo dal 19 aprile al 31 maggio composto di sei incontri ogni giovedì, in cui un rappresentante del Disum e uno della Rettoria, appunto, commentano insieme un canto della seconda cantica della divina commedia; il Purgatorio. Si allega la locandina dei diversi incontri: http://www.disum.unict.it/sites/default/files/files/Letture%20dantesche%202018.pdf

Appare interessante porre l’accento sul modo in cui Dante riesca a comunicare la sua visione d’idee, apparentemente lontana anni luce dalla nostra percezione di realtà, pur tuttavia fondata sullo stesso sistema di domande e dubbi presenti nell’uomo di oggi il quale, così come l’uomo di ieri, non riesce a trovare delle risposte definitive, soddisfacenti. Dante, in questo senso, ci delinea una visione che, per certi aspetti, rimane degna di considerazione.

Il professore Sergio Cristaldi, docente presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli studi di Catania, è responsabile del progetto delle letture dantesche, ha rivalutato, nella stimolante conversazione  riguardo questo tema, alcune idee chiave dello studio e del pensiero di Dante che lo rendono così vicino a noi, società del XXI secolo.

Da chi è nata l’iniziativa delle letture dantesche, perché e con che scopo, e soprattutto cosa si propone di trasmettere ad un comune cittadino tale iniziativa?

A Catania c’è una tradizione di studi e di manifestazioni dantesche. Una tradizione che ha avuto come suo iniziale promotore Nicolò Mineo, studioso illustre di Dante. Abbiamo organizzato da una ventina d’anni a questa parte una Lectura Dantis siciliana che si svolge presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche. Le letture dantesche, sono un’iniziativa più recente che vede la collaborazione di due soggetti promotori: il Disum e la Rettoria della chiesa S.Nicola l’Arena. Questa sinergia d’intenti ha coinvolto da un lato il mondo accademico, i docenti della nostra università, dall’altro un diverso interlocutore, la rettoria appunto e attraverso questa lo “studio teologico S.Paolo” e la “facoltà teologica di Sicilia”. Appare del tutto significativo e degno di considerazione il fatto che Dante esca dal ristretto perimetro accademico e che coinvolga anche altri soggetti culturali, poiché in effetti Dante ha una capacità d’interlocuzione, di presa, che supera gli studi danteschi in accezione specialistica.

Dante attrae tutti, interessa tutti, è di tutti.

L’università ha la responsabilità di intercettare questi interessi e promuoverli piuttosto che trincerarsi nel proprio specialismo. Infatti, le letture dantesche tenute a S.Nicola l’Arena si rivolgono a un pubblico più vasto e composito, non solo a studenti universitari. Queste, sono  frequentate da docenti delle superiori, da professionisti, da appassionati. Tuttavia, una manifestazione che veda coinvolti più soggetti promotori, come nel nostro caso, riesce, ovviamente, a catturare fette più ampie di pubblico.

Aggiungo, inoltre, che un’altra modalità è stata sperimentata in collaborazione con il Teatro Stabile di Catania, qualche anno fa.

Nel corso della stagione teatrale, veniva abbinato un canto di Dante alla pièce che di volta in volta era rappresentata. Un attore della compagnia leggeva il canto dantesco e uno studioso con un attore, commentavano il testo dantesco. Quell’iniziativa fu molto seguita, ebbe un notevole successo, e noi ci auguriamo di poter riprendere una collaborazione con il teatro G. Verga.

Quali crede possano essere gli impatti a livello sociale di questo progetto, per quel che riguarda la nostra citta?

Io ritengo che questo non dipenda semplicemente dal pubblico, ma da chi propone. Se chi propone ha un approccio angustamente accademico nel senso deteriore del termine, è chiaro che non avrà nessun impatto e che anzi finirà per stancare anche gli stessi studenti. Chi invece propone Dante non come un fenomeno del passato, che non ha più alcun nesso con il presente e la contemporaneità, bensì riesca a intercettare i versi danteschi che, come tutta la grande poesia, sono qualcosa che nasce vivo può farlo amare. Noi abbiamo la responsabilità di non imbalsamare la sua poesia, di non farne un oggetto da museo, ma di riscoprirne la vitalità e la capacità di impatto.

Quando il soggetto che propone Dante, lo propone in questo modo, come un fatto VIVO e vicino alle urgenze dell’uomo di oggi allora riusciamo a vederne la risposta.

La nostra responsabilità è quella di saper valorizzare il nostro patrimonio, la nostra storia.

Proporre Dante in una chiave attuale, tuttavia, non significa affatto abbassare lo standard o peggio perpetrarne una forzatura, Dante è Dante, va presentato come tale, va trasmesso per quello che è, recuperando tutta la sua capacità nell’affrontare il problema umano e cercare di dare dei tentativi di risposta al problema dell’uomo. Se noi Dante lo cogliamo così, nella sua essenza vera, lo riscopriamo attuale.

Indubbiamente è un mondo teocentrico quello di Dante, diametralmente diverso(apparentemente) dal nostro. Ma l’esigenza di una realtà ultima, eterna, è ancora presente nell’uomo di oggi, le risposte sono diverse.

L’evoluzione storica non può essere messa tra parentesi, le evoluzioni del pensiero ci sono state. Tuttavia se è vero che la storia ha un’evoluzione è anche vero che nell’uomo ci sono delle esigenze e delle tipiche domande che si mantengono invariate pur assumendo una flessione diversa. Le domande di senso “astratto” sono sempre esistite.

Dante a questo riguardo offre una risposta che dobbiamo paragonare con noi stessi, con le nostre modulazioni degli anni 2000. Questa risposta rappresenta una sfida, uno stimolo, che difficilmente possiamo eludere.

Promuovere la cultura dantesca tra i giovani universitari, a cui tale progetto è indirizzato espressamente, può stimolare, secondo lei, un senso critico in un mondo appiattito e bombardato da “pacchetti” già pronti di opinioni costruite?

È vero che la nostra civiltà presenta questi “pacchetti” e questo anche a causa della nascita e diffusione di mezzi di comunicazione a larga diffusione, ed è vero, inoltre, che bisogna alimentare una coscienza critica che gli studi umanistici, in questo senso, fanno progredire, in modo tale da saper interpretare questo flusso enorme di dati in cui ci sono spesso monete false, fake news ecc.

Tuttavia, io non sarei così aprioristicamente sospettoso nei confronti della civiltà moderna e dei suoi mezzi. Questi, rappresentano uno strumento che in sé non è né buono né cattivo, dipende dall’uso che ne fa il soggetto. Ogni strumento è un’arma a doppio taglio.

Tali strumenti possono avere e hanno una loro utilità se sono in mano a coloro che non hanno interesse di spacciare falsità, bensì per chi ha interesse di promuovere la cultura. In questo senso, noi studiosi abbiamo una grossa responsabilità, siamo chiamati ad educare dei soggetti che siano interessati alla verità, critici, aperti al giudizio e al dialogo con altri.

I potenti mezzi di comunicazione di oggi hanno senza dubbio “democratizzato” la cultura, che è diventata strumento di tutti e non di poche “élite” letterarie che si riservano di conservare ben stretta la chiave per accedere alla stessa.

Dante nella società moderna può essere ancora attuale e se sì in che misura?

Direi che c’è una parte che spetta a Dante e una parte che spetta solo a noi.

Noi abbiamo degli interrogativi di fondo sulla vita, sul bene, sulla giustizia, sulla morte, se manteniamo queste domande ritroviamo Dante attuale, perché il poeta si pone su questo livello. Se viviamo in superficie distrattamente lo avvertiamo lontano, ma perché siamo noi che siamo risaliti a galla mentre Dante sta in profondità. A buon diritto, Dante ha una capacità di patto tale che anche se noi addormentassimo le nostre domande, lui le risveglierebbe.

L’idea di purgatorio dantesco e poi cristiano in cui vi è speranza di redenzione per le anime in esso presenti, può aver ispirato in tempi successivi e anche moderni l’idea di una redenzione quasi scontata e dovuta, autorizzando comportamenti poco ortodossi rispetto ai dogmi cristiani?

Credo che nella cultura moderna, comunque dell’ottocento e novecento, il problema si sia spostato, non so fino a che punto possa valere oggi. Perché la cultura moderna, nella sua declinazione otto-novecentesca è molto sensibile all’inferno. L’inferno dantesco è qualcosa che ci suggestiona perché noi abbiamo l’impressione di vivere in una condizione senza speranza. Non è l’inferno escatologico il nostro, è un inferno trasportato nelle coordinate terrene e quotidiane. Si pensi all’opera “Una stagione all’inferno” di Arthur Rimbaud e quanti inferni storici si susseguirono e si susseguono ancora oggi. Il purgatorio dantesco può essere oggi una grande e felice sollecitazione, quello di riaprire un varco, di restituirci la speranza.

Chi ha più il coraggio di sperare del resto? Un poeta dei nostri giorni ha coniato una bella espressione “sperare senza la pretesa di sperare” questa potrebbe essere la nostra traccia. Dante può riaccendere una speranza per questa esistenza. Perché se la speranza riprende diritto di cittadinanza per questa vita, forse potrà riconquistarla anche per un’altra.

 

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.

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