Dispersione Scolastica. E la scuola che fa?

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La dispersione scolastica è quel fenomeno per cui molti giovani studenti non completano il proprio percorso di studi, abbandonando la scuola prematuramente, talvolta senza nemmeno aver conseguito la licenza media.

I dati del MIUR hanno infatti attestato, nel 2015/2016, che più di 14mila studenti delle scuole medie hanno abbandonato gli studi nel corso dell’anno o nel passaggio da un anno all’altro.

Nel corso del tempo sono state attuate numerose manovre per prevenire l’abbandono scolastico che se rapportate ai grandi numeri fanno ben sperare (In 10 anni il tasso di dispersione scolastica, in Italia, è sceso dal 20,8% al 13,8% del 2016), ma che se confrontate con le piccole realtà risultano quasi insignificanti.

Ma quali sono le cause che portano un giovane a lasciare gli studi, mettendo il proprio futuro nelle mani di una sorte incerta?

Tanti son i fattori che contribuiscono ad avallare l’abbandono scolastico.
Vi sono sicuramente delle cause generali che riguardano ad esempio gli ambienti da cui questi ragazzi provengono, spesso socialmente svantaggiati, e con famiglie con un basso livello d’istruzione.

Ma possono anche essere individuali le motivazioni che spingono un giovane studente verso l’abbandono precoce degli studi e che, spesso, attengono alla scarsa capacità relazionale o a disturbi d’ansia degli alunni che si ritrovano ad allontanarsi dall’istruzione non per il poco interesse verso la cultura ma per l’incapacità di adattarsi ad contesto scolastico che non sembra curarsi del soggetto in quanto tale, piuttosto della collettività e del gruppo scuola nel suo insieme.

Senza contare poi quei soggetti vittime di vessazioni, relative a quel fenomeno chiamato bullismo, che subiscono in silenzio e che, per la troppa paura, preferiscono tenersi lontani dalla scuola per rimanere al sicuro.

Il focus centrale della trattazione di questa importante tematica è che, a fronte di quelli che potrebbero essere contesti familiari più o meno agiati o istruiti, più o meno interessati ai figli dal punto di vista scolastico e non, l’Istituzione Scolastica ha un ruolo cardine: raggiungere degli obiettivi che permettano agli studenti, futuri cittadini, di conoscere i propri limiti e le proprie potenzialità e per far sì che ciò si realizzi è tenuta ad intervenire attivamente e prendersi cura dei suoi studenti nel migliore dei modi. Perché anche se un individuo proviene da una famiglia poco istruita o si assenta frequentemente non è detto che debba per forza essere poco propenso allo studio. E questo è uno dei più grandi errori di valutazione che si possano fare e che fa sì che la scuola, piuttosto che attenuare o prevenire la dispersione scolastica, diventi invece una delle cause che la scatenano

Il problema sta nel fatto che in molti casi, nelle classi, che siano di scuola primaria, secondaria di primo grado o di secondo, non si riesce a guardare gli studenti individualmente e i docenti tendono ad operare una selezione, restringendo il campo dei “meritevoli” attorno a quei pochi individui che riescono ad essere sempre impeccabili, che hanno magari alle spalle delle famiglie che si curano di loro a dovere, e che tengono alta la media dei propri voti.
Ma ci si chiede, uno studente con magari alle spalle un contesto complesso e un vissuto travagliato, e con una media un po’ più bassa non ha lo stesso diritto di vedersi riconosciuti i propri meriti rispetto ad un altro per cui le cose sono state più “facili”?

Perché ciò che accade in questi casi non è tener conto di chi sia lo studente che si ha davanti, quanto dei voti che egli ha o ha avuto in passato. Pertanto, anche col massimo impegno e con il massimo sforzo, ci sarà sempre l’alunno da 6, colui che non riuscirà a scollarsi di dosso quella valutazione e che magari, scoraggiato, vedendo i propri sforzi vanificati, deciderà di lasciare gli studi, pensando: “Non sono in grado”. Perché? Perché gli insegnanti, dopo la famiglia, sono quei soggetti con cui passiamo intere giornate tra banchi di scuola; sono quelli a cui vorremmo ispirarci e da cui vorremmo ricevere quelle soddisfazioni che magari a casa non riceviamo. E se neppure loro, nonostante il nostro impegno, riescono a valutarci positivamente, allora abbiamo qualcosa che non va.

Questo è ciò che un qualunque studente, in queste condizioni, penserebbe. Ed è inutile girarci intorno perché di casi del genere ce ne sono sempre stati e ce ne saranno sempre. Come quando un VSC (Volontario In Servizio Civile), in servizio presso una scuola per attuare un progetto tra i cui obiettivi rientra anche la prevenzione dell’abbandono scolastico, si sentì dire da quella stessa insegnante che lo aveva chiamato per dare supporto durante un compito in classe a due studenti, di cui uno dislessico: “Dagli un occhio, ma non fargli prendere più di 6”.

A che serve la presenza di un progetto atto a prevenire l’abbandono scolastico? A che servono tutte le manovre applicate se poi chi dovrebbe in primis combattere in prima linea contribuisce ad avallare il problema in questione?

E a tutto ciò si aggiunge anche la scarsa conoscenza e preparazione degli insegnati nei confronti di quegli studenti classificabili come DSA o BES, i quali necessitano di percorsi e metodologie di apprendimento differenti rispetto ai loro compagni di classe; di quei famosi PDP (Piani di Studi Personalizzati), che in molti nemmeno conoscono.

Sarebbe bene che, oltre prendere atto delle Leggi 53/2003 e 170/2010 alcuni docenti ricordassero l’articolo 3 della nostra costituzione, il quale, dopo aver affermato, al primo comma, il principio di uguaglianza formale, si premura, al secondo comma, di sottolineare il principio di uguaglianza sostanziale secondo cui “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Ma, oltre alle disposizioni legislative e al resto, prima di tutto, sarebbe il caso che le scuole e i docenti si rendessero conto della grande responsabilità che hanno nel formare delle menti ancora giovani e di come sarebbe opportuno operare affinché tutti e non solo alcuni riuscissero ad ottenere dei risultati positivi. Non si tratta di un concetto utopico, si tratta di operare una scelta tra ciò che è giusto e ciò che è facile.

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Vito Damigella

Vito Damigella, 21 anni. Sognatore di professione, filmaker indipendente e amante della settima arte.

Diplomato presso il Liceo Classico "C. Marchesi", porta avanti la sua passione per il cinema sul suo canale youtube "VStudios" in qualità di regista, attore, doppiatore e sceneggiatore; mentre, nel tempo libero, prosegue gli studi in ambito universitario.

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