I Dogmi estetici nel corso del tempo

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La sicurezza di rientrare in determinati canoni estetici, al fine di trovare una maggiore stabilità o anche solo un compromesso con sé stessi e con la propria autostima, non è un fattore aggiunto, non è un nuovo sentire tipico di quest’epoca, è un meccanismo insito e radicato nella natura umana.

Il binomio, apparentemente, inscindibile bellezza-magrezza, dunque, è un fenomeno che si ripropone in maniera ciclica, nel nostro mondo. I dogmi estetici tutt’ora vigenti e diffusissimi soprattutto attraverso i social media, in realtà sono esistiti da sempre, in forme diverse ma sostanzialmente univoche.

Infatti, percorrendo la storia dell’uomo fin dalle sue prime manifestazioni artistiche, è ben ravvisabile l’interesse per la propria forma, umana, la sua perfezione geometrica inimitabile.

Un breve excursus storico su alcuni dei “dogmi” estetici che si diffusero nel corso del tempo, potrebbe fare maggiore chiarezza sul significato della forma e della sua importanza nella coscienza dell’individuo, nella fattispecie, femminile.

Nell’era paleolitica (circa 2,5 milioni di anni fa) il modello “perfetto” era rappresentato, ne sono testimonianza le numerose incisioni su pietra rinvenute in molteplici zone oggetto di studi archeologici, da forme tonde, piene, caratterizzate da natiche grosse (steatopige) o belle (callipige), in ogni caso abbondanti. Simbolo di prosperità e fertilità, in accordo con il ciclo della natura. 

Tuttavia, queste forme “ideali” e senza dubbio stilizzate verranno ben presto soppiantate da figurini delicati ed eleganti, tratti tipici della cultura Egizia. Tanto le divinità quanto le spose o figlie del Faraone venivano rappresentate nella tradizione manufatta  pittorica e incisoria con busti sottilissimi, con tutti gli arti ingioiellati e notevolmente truccate. Queste, diventavano simbolo di una cultura raffinata, in accezione moderna, aristocratica.

Una giusta via di mezzo appare invece il modello greco di bellezza, esemplificato nel celebre “καλός κα γαθός”ossia “bello e buono” in cui la bellezza interiore si manifestava in quella esteriore. Tuttavia, non era semplice ostentazione di una forma, ma sentire realmente la virtù per possederla. Ciononostante, le Veneri greche rimangono un modello di bellezza senza paragoni. Corpi sinuosi, fianchi pieni e stimolanti, raccontano l’idea e la nascita della donna “formosa”.

Il modello, rimasto anche nel mondo romano e rappresentato dalle matrone in carne, è stato falcidiato dagli anni successivi al crollo dell’impero romano e la nascita di una nuova, diametralmente opposta, epoca: il Medioevo. 

Posto che le donne in epoca medievale avevano pochissima rilevanza, il malessere sanitario, sociale e civile ampiamente sentito in ogni parte d’Italia e d’Europa, viene a incarnarsi in corpi gracilissimi, scheletrici, pallidi e debilitati che si aggirano  luttuosamente tra le città dilaniate da contagi pestilenziali e condizioni che si potrebbero definire tutto, tranne che umane.

L’Umanesimo e il Rinascimento hanno portato con sé dei significativi cambi di rotta, sotto molti punti di vista, nella fattispecie, nel settore iconografico-rappresentativo,  la donna ha ripreso le sue forme di Dea greca, in salute, passionale. Ne sono una testimonianza i dipinti di Botticelli, ma anche i corpi maestosi e statuari di Michelangelo, il corpo ha riguadagnato tono, lasciandosi alle spalle la mortificazione fisica tipica dell’era medievale. Nascono dei veri e propri manuali sulla cura del corpo della donna che deve rispettare determinate diete alimentari per aderire al canone estetico (fianchi larghi, pelle bianchissima, mani e collo sottili, capelli biondi, occhi neri, naso drittissimo). 

In età barocca, la formosità della “Venere” cinquecentesca subisce un’alterazione di contorni fisico-psicologici, in accordo con il sentire barocco-manieristico, che porta alla rappresentazione di una donna dalle forme abbondanti, rotonde e dallo sguardo malizioso, spinto. Le caratteristiche rappresentative della donna rinascimentale e barocca sono in linea di continuità, tuttavia iniziano ad evolversi verso una figura più cosciente del proprio potere e che a differenza dell’epoca Medievale, non cerca di stanarlo ma, al contrario, di esibirlo.

Nel settecento sono le dame di corte a dettare le regole della presentazione estetica. L’attributo femminile per eccellenza diventa il “vitino da vespa”  raggiunto a costo di grandissimi sacrifici e sofferenze con corsetti e busti, che stringevano notevolmente la vita della donna fino a renderla perfettamente compresa entro le mani del cavaliere, che le stringeva i fianchi. 

La maestosità dell’era barocca dunque sembra raggiunge con le corti Europee illuministe anche il versante regale, in cui le donne, al pari di bambole, appaiono in tutta la loro magnificenza esteriore. 

L’ottocento, si configura invece come un’epoca opposta al settecento sia per quanto riguarda il sentire interiore dell’uomo che esteriore. Condizione di ciò è anche la raffigurazione e l’ideale di donna che viene apprezzata per la sua naturalezza e spontaneità nelle sue declinazioni caratteriali e fisiche.

Occhi irrequieti e grandi, incarnato pallido, espressione indecifrabile, capelli lunghi e neri che contrastano con il biancore del volto. Il trucco viene notevolmente ridotto perché associato ad attrice e prostitute, il volto, dunque viene abbellito con capellini, ombrellini e l’utilizzo di ventagli che tuttavia sono simbolo della classe sociale al vertice; la borghesia.

L’archetipo della “signora borghese” consiste in forme morbide, curve piene seppur ben curate da busti e corpetti.

È il novecento che scardina totalmente i rigidi dogmi caratterizzanti la bellezza femminile, esplorando forme e rappresentando il corpo della donna in maniera diametralmente opposta ai periodi sopra citati.

Nel novecento cambia la condizione della donna perché cambia la società 

I rivolgimenti politici e sociali portano sulla scena donne agguerrite e rivendicatrici dei propri diritti, le cosiddette “suffragette” le quali, liberandosi dagli schemi precostituiti, iniziano a scoprire “l’essere donna” in tutte le sue declinazioni, dalla sfera visibile dei costumi e della forma fisica al carattere intraprendente e battagliero. 

Il novecento tuttavia è il secolo più dinamico in assoluto, poiché ogni 10-15 anni subentrarono rivoluzioni estetiche che fecero nascere nuove mode, nuovi stili corroborati dalla costante presenza e influenza dei mezzi di comunicazione di massa, che sfornano modelli invidiabili di stile che fa tendenza.

Durante il Decadentismo (fine 800 inizio 900) la donna “decadentista” aveva assunto l’epiteto di “femme fatale” seducente e scaltra, era il ritratto della sessualità con un fascino ammaliatore e con un animo da predatrice. Theda Bara (attrice hollywoodiana) è l’esempio della femme fatale per eccellenza, “vamp” diremo in termini moderni.

Il susseguirsi di modelli, durante il novecento, portò ad una stravaganza di tendenze non indifferenti, un vero e proprio calderone di stili riscaldati e serviti ancora oggi.

  A dettare le regole non sono più i pittori o gli scultori, sono le attrici, le donne del palcoscenico e del cinema. Infatti, come dimenticare Louise Brook, snella, longilinea e rappresentatrice della  garçonne” degli anni Venti, un fascino adolescenziale, senza curve, con i capelli alla “mascolina”; per la prima volta nella storia, infatti, la donna porta i capelli corti come un uomo. Di grandissimo impatto sociale, questa scelta è un chiaro messaggio diretto al cuore del sessismo, la donna cerca di combatterlo.

La ribellione delle donne nei primi anni del Novecento, venne sedata dal periodo fascista che, attraverso un’oculata politica del corpo con slogan e manifesti, portò avanti modelli di donna forte e robusta, che potesse assicurare più gravidanze e l’assistenza della casa e della famiglia. Tuttavia, furono proprio quegli stessi strumenti che Mussolini utilizzava, che portarono alla ribalta modelli americani di donne “pin-up”, smantellando questo sistema. Ammiccante e sexy può essere senza dubbio definita Rita Hayworth soprannominata “l’atomica” per le sue forme prorompenti. Il fascino per le donne “pin up” si estese in tutto il ventennio successivo alla seconda guerra mondiale, fianchi tondi, cosce rotonde, seno evidentissimo. Caratteristiche che unite all’assenza di preoccupazione per problemi fisici, riflettono la floridità del secondo dopo guerra, dove il “boom economico” cattura la felicità e la libertà tra le donne, fiere di mostrare il proprio corpo lontanissimo dagli orrori della guerra. Marylin Monroe è l’esempio degli esempi.

Tuttavia, ben presto questo modello sarà destinato a decadere per lasciar il posto alla donna “grissino” degli anni ’60-70. Tonica, agile, impegnata politicamente e lavorativamente, mette in mostra se stessa non solo con il corpo. Tuttavia, entrano nell’arena dei grandi modelli, capelli tinti alla svedese, corpi sottilissimi, occhi truccatissimi; Twiggy (modella inglese) magra fino a raggiungere l’anoressia è il modello preso ad esempio, che tuttavia coesiste con la filiforme e sobria Audrey Hepburn.

Il modello di donna gracilissima e pesante quanto una piuma, caratterizza un’ idea di bellezza presente in questo terzo millennio e talvolta preoccupante. Le pretese sul proprio corpo si sono fatte più pressanti perché è la società che va avanti molto velocemente , si ricorre alla chirurgia, alla pillola, alla palestra smodata, ad una dieta ipocalorica spesso autogestita, oppure agli stili alimentari come il vegano e il vegetariano solo per mangiare meno grassi. Si potrebbe definire una vera e propria corsa agli armamenti. Ma questi armamenti fanno bene? La risposta sembra orientata su un onciale NO, poiché tutto ciò porta spesso a bullismo, suicidio, autolesionismo, giocare con il proprio corpo in una spirale di ingrasso-dimagrimento che lo sfinisce soltanto, facendolo diventare un corpo privo di forma e in balìa delle mode. 

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.