Tra reale e grottesco

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“Ho perso i migliori anni della mia vita. Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata, le emozioni sono tutto quello che abbiamo”.

Con questa frase tratta dal film “Youth – La giovinezza”, Sorrentino annuncia a tutti  la chiave per entrare in completa empatia con i suoi film, verso i quali  gli spettatori si trovano spesso divisi in chi  li ama follemente e chi li giudica, come di recente, la parodia di se stessi. Tuttavia, da pochi giorni, nelle sale è stato proiettato il suo ultimo lavoro, “Loro”,  un film  basato sulla figura di Silvio Berlusconi  e sulle tante personalità che gravitano intorno a questo carismatico e misterioso personaggio, in particolar modo durante gli anni del suo decadimento politico.  

Questo articolo non vuole essere una recensione di “Loro” bensì un breve excursus nel meraviglioso,seducente, reale ed  irreale mondo cinematografico del regista napoletano.

Se si pensa all’ultimo cinema di Sorrentino (La grande bellezza, Youth –  La giovinezza )non si può non pensare all’esaltazione visiva che un certo uso della fotografia mette in scena. Sorrentino è un amante dell’immagine;  è un regista che ha sempre giocato con esse per sedurre il pubblico.

Eppure dai suoi recenti lavori emerge una vera e propria ossessione per l’ideale di bellezza che tali immagini devono riuscire ad esprimere.  Le inquadrature, il montaggio, i movimenti di macchina, generano mescolamenti e accumulazioni iconiche che, fotogramma per fotogramma , si pongono l’obbiettivo di catturare, ammaliare  e sorprendere lo spettatore. Questo stile figurativo è ormai diventato per Sorrentino la punta di diamante delle sua produzione cinematografica.

Le sue opere sembrano articolate unicamente dalla presenza  massiccia di immagini che ne costituiscono l’architrave narrativa: tramite queste si dà il velo che ricopre la vacuità e la decadenza dei personaggi, si fa segno della vanità, della solitudine, del tempo ormai perduto. Con l’immagine Sorrentino  mette il trucco a quella malinconia che aleggia nei suoi film, rendendo così il brutto incipriato e seducente. 

Il cinema di Sorrentino, da sempre pregnante di scene ed immagini simboliche ,raggiunge il suo apice con “La grande bellezza”, con il quale ottiene la candidatura  e la vittoria  dell’ambitissimo Premio Oscar.  Con questo film Sorrentino mette in scena, sullo sfondo di una Roma  bella e indifferente, una sfilata di dame dell’alta società, giornalisti, attori, nobili decaduti, artisti e intellettuali veri o presunti,  intenti a tessere trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi e nelle ville e terrazze più belle della città. 

Ad osservarli c’è Jep Gambardella, scrittore e giornalista, dolente e disincantato testimone di questa sfilata  di un’ umanità vacua e disfatta, potente e deprimente, il tutto viene evidenziato e adornato dal consueto procedimento, tipico del regista, di sacralizzazione dell’ immagine  mediante simbolismi  che riflettono e trasmettono allo spettatore l’idea di un’Italia volgare e corrotta, invecchiata malamente in un triste e atomico vuoto morale, un’Italia che ha sepolto la propria bellezza sotto una crosta di insostenibile superficialità e stordimento.

Questo processo simbolico al quale vengono sottoposti i lavori di Sorrentino  conferendo ad essi significati allegorici, avvicinano inevitabilmente il regista ad un’altra grande gloria del cinema italiano, Federico Fellini.  Sorrentino si ispira allo storico regista italiano nell’utilizzo di frequenti simbolismi inseriti all’interno di scene di favolosa perizia tecnica.

In particolar modo nella “Grande bellezza”, Sorrentino utilizza come modello di partenza la “dolcevita”, a cui regala alcune citazioni e di cui riprende la struttura narrativa disarticolata, senza avere coordinate temporali. Come Marcello Mastroianni ne “La dolce vita”, anche  Toni Servillo interpreta uno scrittore: il disincantato, ironico Jep Gambardella, sincero e allergico ad ogni ipocrisia, che conduce  lo spettatore come un novello Virgilio, tra i gironi infernali di una città perduta, popolata da nani, ballerine, pseudointellettuali, artisti falliti e un certo clero più interessato alla mondanità che alla propria missione pastorale . 

Sorrentino, per quanto possa essere criticato dalla critica e dal pubblico, è senza dubbio uno dei registi più originali e complessi del panorama cinematografico  italiano ed internazionale, poiché riesce a mettere in scena mediante uno stile grottesco e simbolico delle situazioni e delle vicende che rispecchiano la realtà politica,sociale, morale dell’Italia bella e dannata, provocando nello spettatore sentimenti di meraviglioso stupore e di assoluto fastidio.                                                                                                

                                                                                                                                                           

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza