Lettera ad un figlio tradito

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Caro Aldo Moro,

Mi dispiace, mi dispiace di averti abbandonato figlio mio.

Mi dispiace di non essere stata la Madre che ti meritavi. 

Mi dispiace di aver chiuso gli occhi, tappato le orecchie e voltato le spalle quando avevi più bisogno di me.

Dov’ero? Dov’ero mentre ti torturavano, mi chiedi, mentre piangevi e dicevi di farti forza, mentre pregavi Iddio di rivedere la tua Noretta e i tuoi figli? Non c’ero. Troppo debole, troppo vigliacca per venirti a prendere figlio mio.

Sei rimasto solo. Tu che non te lo meritavi figlio mio. Tu che stavi provando a lottare per difendermi, per rendermi migliore. Tu che stavi provando a far cambiare le cose. Tu che ci stavi riuscendo. E forse è proprio per questo che ho avuto paura, e me ne sono andata.

E’ quello che so fare meglio, scappare intendo. Scappare dal cambiamento. Lasciare che esso mi trapassi e scompaia senza lasciare traccia. Non riesco mai a stringerlo tra le mani e tenerlo stretto. Non ho mai il coraggio di far sanguinare le mie mani o di far bruciare la mia pelle, mai il coraggio di rischiare per provare a dare ai miei figli qualcosa di migliore di tutto ciò.  

Sono stata immersa nel sangue dei miei stessi figli per troppo tempo, per troppo tempo li ho pianti. Ho smesso di credere in loro, di credere in me stessa. Ho semplicemente smesso di credere che le cose potessero cambiare, e così, ho fatto in modo che non cambiassero. 

Non ho avuto fiducia in te. Non ho avuto fiducia nelle tue idee. Troppo azzardate, troppo “rivoluzionarie”, folli. Ero stanca delle rivoluzioni, stanca di fallire. Così mi sono arresa. Sì figlio mio, mi sono arresa al potere delle illusioni. L’illusione che tutto stesse andando bene, l’illusione che quella fosse la cosa giusta da fare. L’illusione che è meglio sacrificare un figlio che lasciare che tutto il mio “mondo perfetto” venga frantumato. E se non ho avuto fiducia IO in te, figlio mio, come potevo pensare che i tuoi fratelli, gli altri miei figli, ti avrebbero difeso? Così ti hanno abbandonato anche loro.

Devo farti una confessione, figlio mio. Devo dirti, in un’ultima lettera, quello che non ho mai osato ammettere, ma che in realtà, nel profondo, tutti già sanno. La mia colpa non è stata solo quella di averti abbandonato, ma io ho permesso che non ti trovassero. Io ho permesso che la polizia non riuscisse a trovare “la prigione del popolo”. Ho anche permesso che gli Americani prendessero decisioni su di me, e su quelle che dovevano essere le mie azioni. Credevo che loro fossero dalla mia parte, che agissero per il mio bene o forse ero costretta a crederlo. Dopo la guerra, la loro celata presenza era diventata sempre più opprimente; si nascondevano dietro ogni mia decisione e scrutavano ogni mio passo falso. 

Avevo paura, te l’ho detto.

E’ inutile dirti che credevo di agire per il meglio, perché non è così. Ho badato solo a me stessa, e , egoisticamente, solo ai miei interessi. E a cosa mi ha portato tutto questo? Sono passati 40 anni da quello sparo che fece tremare la terra sotto i miei piedi, e per un attimo il mio cuore si fermò. Credo proprio che una parte di me, figlio mio, quella più vera, quella più onesta se ne andò con te. La parte di me che continuò a vivere, continuò a commettere errori, a essere infangata, a essere corrotta. Con te, così come con tutti gli altri miei figli che combatterono per me, se ne andò la mia parte migliore, lasciando quella indegna, quella codarda a gestire l’ingestibile. 

Guardami adesso: nessuno più lotta per me, nessuno più muore per me. Adesso io sono stata abbandonata dai miei figli, sono loro a non credere più in me. Sono stata sostituita dal dio Denaro. Lui li ha resi tutti folli, figlio mio. Nessuno più pensa cos’è giusto o sbagliato per me. Piuttosto pensano quanto le loro tasche potrebbero risentirne. Uomini che litigano per delle poltrone, per un potere che sconoscono. Inconsapevoli di cosa quelle poltrone in realtà vogliano dire, di quanto grande sia la loro influenza. 

Tu lo avevi capito, figlio mio.  Ma io ancora no. 

Mi dispiace. Mi dispiace di non essere stata alla tua altezza e di non essere, tutt’ora, all’altezza di quelle persone che , come te, credono ancora in me. Perché io lo so, figlio mio, che tu hai sperato -quando ti hanno puntato quella pistola addosso- che io abbattessi quella dannata porta e venissi a salvarti. 

Ma non sono arrivata. 

Hai sperato che quel dannato telefono squillasse per dire che avevo stipulato un accordo per riaverti con me, figlio mio.

Ma non l’ho fatto. 

Ti ho deluso, rovinando me stessa e il nostro futuro.

Ti chiedo perdono, figlio mio. Spero che tu, un giorno, da lassù possa perdonarmi. E spero che, un giorno, la tua luce, così come la luce di quelli come te, possa indirizzare quelli che sono rimasti quaggiù a lottare. Che possa guidarli, possa mostrare loro come creare quello Stato per cui VOI siete morti. Uno Stato in cui credere, uno Stato che mette al primo posto i suoi figli. Uno Stato che sia degno di voi, degno di noi. 

A presto, figlio mio.

Tua madre,

Italia.

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Martina Carbonaro

Nata a Catania il 09/12/99. Residente a Roma. Studentessa di giurisprudenza alla Luiss Guido Carli.

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