Il Fascismo dei tribunali

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“Riina non è, se non nelle intenzioni, nemico di Di Matteo. Nei fatti è suo complice. Ne garantisce il peso e la considerazione”. 

La notizia del giorno è quantomai terrificante, segna la morte della libertà: Vittorio Sgarbi, critico d’arte e politico italiano, è stato condannato in primo grado di giudizio a sei mesi di reclusione per aver scritto su “Il Giornale” un articolo aspramente critico (contenente, tra le altre, anche la dichiarazione sopra citata), contro il PM Nino di Matteo, operante nel tribunale di Caltanissetta e uno dei maggiori protagonisti delle indagini sulla strage di via D’Amelio; con lui è stato condannato, ma a tre mesi, Alessandro Sallusti, direttore del quotidiano sul quale è uscito l’articolo contro Di Matteo, reo secondo l’accusa di aver omesso il controllo sulla rubrica di Sgarbi. 

Controllo. Aborro questa parola soprattutto se si parla di giornalismo. Due soggetti sono stati condannati l’uno perché ha criticato un Pubblico Ministero e l’altro perché non ha censurato il primo. Il ritorno dei reati fascisti! Questa condanna è di una tale gravità politica e giuridica da far rizzare la pelle a tutti coloro che, quotidianamente, si battono per informare i cittadini. 

Nino Di Matteo nella sua attivitá di Pubblico Ministero ha commesso gravi errori giudiziari, ma come spesso accade, la malagiustizia resta impunita e le voci che si elevano fuori dal coro vengono barbaramente messe a tacere. Di Matteo fece condannare undici innocenti per la strage di via D’Amelio basandosi sulle dichiarazioni, più volte ritrattate, di un malavitoso tossicodipendente che da altri magistrati più saggi era stato scartato come testimone attendibile. Più tardi il vero colpevole, Spatuzza, rivelò la verità dei fatti e quegli undici condannati furono assolti. 

In seguito, Di Matteo si fece sfuggire che la magistratura era in possesso di intercettazioni telefoniche tra l’allora Presidente della Repubblica Napolitano e il Parlamentare Mancino. Il Quirinale propose il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale ed ottenne la distruzione delle intercettazioni.

Sgarbi e Sallusti sono stati oltretutto condannati a pagare un risarcimento di 40mila euro. Se la condanna fosse stata esclusivamente pecuniaria, se i due fossero stati condannati alle pubbliche scuse, nulla quaestio. Ma è la reclusione che fa discutere. Il carcere per la diffamazione a mezzo stampa è stato bandito da numerose convenzioni europee,  come la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo. La libertà di manifestazione del pensiero è sancita in Costituzione ed assicurata anche quando passa attraverso la stampa. Ma è evidentissimo che il tribunale di Monza, nel condannare i due “mostri”, non ha tenuto conto (volutamente?) delle convenzioni europee. Si tratta di magistratura fortemente politicizzata, che non ammette critiche, che incarcera chi la pensa diversamente. L’Italia è già stata condannata per la previsione del carcere in merito ai reati d’opinione. Il reato d’opinione non è punibile con il carcere! Ma chi se ne frega! Il Magistrato di Monza che ha condannato Sgarbi e Sallusti avrà forse una competenza sovranazionale ? Le sue sentenze possono contravvenire anche al diritto comunitario? 

Si auspica vivamente una revisione della sentenza in appello. Una sentenza incostituzionale perché viola indirettamente la Costituzione attraverso le Convenzioni europee. 

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Michele Tarantello

Nato a Carrara il 05-08-1997. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Di Rudinì" ed oggi studente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Catania.
Pensatore per natura e giornalista per passione.

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