La storia di Abdul, nero e immigrato ai tempi di Salvini

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Le ultime elezioni hanno visto l’ascesa poderosa della Lega di Salvini. Il leader del Carroccio ha compiuto un vero capolavoro politico, portando un partito storicamente regionale a livello nazionale: un 17% clamoroso, in virtù del quale, adesso, la Lega è il primo partito della coalizione di centrodestra, scavalcando anche FI di Berlusconi.

Il leghista ha basato la sua campagna elettorale su un tema fondante: ha cavalcato la paura del diverso, ottenendo consensi lucrando sulla la disperazione sociale, sulla disoccupazione, la povertà. Eliminato strategicamente il “Nord” dal simbolo della Lega, Salvini s’è proposto come leader di tutti gli italiani: persino dei Meridionali, un tempo solo ”terroni” e “fannulloni” , “mafiosi e delinquenti”, oggetto di disprezzo e vero odio da parte dei settentrionali, dei lumbard lavoratori e onesti.

Ha spostato il baricentro della rabbia, della paura un po’ più a Sud. Verso l’Africa, verso gli immigrati. Politici come costui, ma anche, ad esempio, la Meloni, “i professionisti della paura” (efficace espressione di Ilvo Diamanti) hanno avuto manforte dai Media: nel 2017 il 38% dei servizi dei telegiornali riguardava crimini compiuti dagli immigrati; soffia potente la retorica della grande “invasione”, di turbe di africani pronti a rubarci il lavoro, a seminare il caos.

La realtà è un po’ diversa, andando a sbirciare qualche dato. L’ISMU comunica che nel 2017 sono sbarcati in Italia 120mila migranti, contro i 180mila dell’anno precedente. Dati recentissimi del ministero dell’Interno annoverano dal primo gennaio al 8 Maggio del 2018 meno di diecimila persone sbarcate dalla Libia, contro gli oltre 40mila dell’anno precedente. Una percezione del fenomeno migratorio spesso distorta e ingigantita. Errata. Ma questi sono solo numeri, per quanto importanti.

A noi interessa anche capire, ascoltare direttamente le voci di chi è parte di questo processo, chi ha vissuto e vive da immigrato. Così incontriamo Abdul, un ragazzo nigeriano di 18 anni. Ci incontriamo alla pescheria di Catania. Qui dove si mescolano odori e olezzi di spezie, di frutta e di pesce, dove litanie incessanti di vuci e vuciate si aggrovigliano a passi frettolosi, in mezzo a una girandola di frasi smozzicate, gesti ruvidi, antichi, Abdul si sente a suo agio.

“Sprofondati in fondo alla città”, in uno dei luoghi veramente popolari di Catania, nessuno fa caso a un ragazzo nero, immigrato o qualunque cosa sia. Solo la bella barista del chiosco getta occhiate incuriosite alla capigliatura di Abdul, fitta fitta e alta. “ Ppi taggharli cca ci voli a scimitara, autru ca pettini”, il commento di un pescivendolo, impegnato a manovrare un paio di calamari giganteschi. La barista ride di gusto, Abdul pure. Sguardo furbo, modi di fare allegri, ride spesso.

Ogni tanto gli occhi gli si velano di malinconia, una specie di tristezza clandestina, involontaria. Parla un italiano zoppicante ma comprensibile. “Io sono scappato dal mio Paese perché lì c’è la fame e c’è il terrorismo”. L’organizzazione terroristica è Boko Haram, un gruppo fondamentalista islamico il cui scopo è impedire l’occidentalizzazione dei costumi della Nigeria. “Lì è pericoloso anche andare al lavoro, uscire di casa. Soprattutto per le donne”. Me ne sono andato per questo, per cercare lavoro”. Lo dice senza enfasi, con toni di spiazzante praticità. “Ho lasciato mio fader, mia mamma, i fratelli e sono andato in Libia”.

Lì ha trovato lavoro per qualche mese, il tempo di racimolare denaro sufficiente ad imbarcarsi per l’Italia. Più di 600 euro per un viaggio in automobile attraverso il deserto, lungo strade secondarie per evitare la polizia, il carcere. “Eravamo in 120 su un gommone che ne poteva contenere la metà. Siamo partiti dalla Libia alle due di notte e siamo arrivati all’una (le tredici) del giorno dopo. C’erano bimbini, donne con la pancia.”Rimasticato da Abdul, l’italiano si carica di una potenza misteriosa, quasi fisica, ancestrale: “Ci hanno preso gli uomini del mare e siamo saliti sulla grande barca.” E’ la marina italiana.

Siamo nel 2016 e Abdul è sbarcato a Catania. Viene smistato nella comunità di San Gregorio. “Stavo bene e ho incontrato brave persone”. E’ anche entrato a far parte di una compagnia teatrale, la multietnica Isola Quassùd. Tiene a precisare che non riceveva, lui come altri, i famigerati 35 euro al giorno: “ci davano da mangiare e da dormire e 5 euro a settimana”.

Il suo processo di integrazione è stato bruscamente interrotto al compimento dei 18 anni, quando è stato trasferito al Cara di Mineo. “Quello non era un bel posto: troppe persone, poco spazio.” Abdul non sembra entusiasta di ripercorrere i suoi mesi al Cara. “Non è un bel posto”, ripete scuotendo la testa. Parole (poche) che trovano conferma nella commissione parlamentare d’inchiesta sull’ accoglienza ai migranti. Recentissimo, del Gennaio 2018, il rapporto della commissione afferma che “Il Cara di Mineo va chiuso” e che “intorno ad esso gravita una rete di economie legate all’agricoltura, in parte anche all’edilizia, che vista la possibilità di entrare e uscire dal Cara senza particolari problemi, favorisce lo sviluppo di pratiche di caporalato”.

Un microcosmo di illegalità che comprende anche la prostituzione di giovani donne africane. “Lì potevo studiare solo un’ora al giorno, ma io voglio finire la terza media e poi fare l’alberghiero, imparare a cucinare, trovare un lavoro.” Adesso, grazie anche alla mediazione di Isola Quassùd, è tornato a Catania, stavolta nella comunità di Cibali. “Catania mi piace, è una città colorata, rumurosa: voglio restare qua.” Ha anche un altro progetto per il futuro. “Vorrei andare nella scuole, elementari, medie, anche licei. Incontrare, spiegare ai ragazzi che noi non siamo tutti cattivi e ladri: è una minghiata!(si esprime proprio così: ah, le meraviglie dell’integrazione…)

E’ la televisione, i politici che dicono così, ma noi non siamo solo questo”. Sulla politica, diplomaticamente, non si esprime: “Io non sono italiano, non posso parlare. Io sento solo e sto zitto”. Ma quando avrà la cittadinanza e potrà votare? “Di sicuro no Salvini!”. E ride, di gusto.

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Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.