Amico fragile

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“Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.“

Fabrizio Cristiano De André è considerato dalla critica uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi.

Cantore di idee anarchiche e pacifiste, di storie di emarginati, ribelli e prostitute; è collocato insieme a Bruno Lauzi, Gino Paoli e Luigi Tenco nella cosiddetta scuola genovese. Ultimamente, il cantautore genovese è stato soggetto ad un processo di rivalutazione che ha portato alla pubblicazione di una nuova edizione di vinili contenenti gli album dello stesso: ben 14 album in studio ed inoltre l’uscita di un film diretto da Luca Facchini, con la partecipazione del talentuosissimo Luca Marinelli nel ruolo di De André.

L’incontro decisivo con la musica avviene con l’ascolto di George Brassens, poeta e cantautore francese a cui  De André si ispirerà e del quale tradurrà molte canzoni quali “Il gorilla”, “Morire per delle idee”, “Nell’acqua della chiara fontana” per inserirle poi nei suoi primi 45 giri. Gioca un ruolo fondamentale nella produzione artistica di  De André l’assidua frequentazione di personaggi come Luigi Tenco, a cui era fortemente legato da un sentimento di profonda amicizia, e Paolo Villaggio, con il quale condividerà gran parte delle sue scorribande giovanili, che daranno vita non solo ad un profondo legame di amicizia ma anche a numerose collaborazioni artistiche. Tra queste ricordiamo il popolare brano  “Carlo Martello ritorna dalla guerra di Poitiers” nel quale i due giovani raccontano, riprendendo lo schema letterario della pastorella medievale, proprio il rientro in Francia di Carlo Martello dopo la vittoria a Poitiers e in aggiunta l’incontro con una contadina, con la quale il valoroso condottiero vorrebbe soddisfare i propri piaceri.

“Se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio”.

Figlio di un professore di filosofia, De André non amò mai la disciplina e gli studi regolari. La sua anarchia si palesò sin da bambino e preferì sempre la strada e la conoscenza diretta della vita, alla cultura istituzionale. Questo suo antico legame col mondo delle cosiddette “minoranze” è alla base di tutti i componimenti del cantautore. Questa caratteristica , avvicina  certamente De André al  più grande esponente  della poesia “tragicomica trecentesca” Cecco Angiolieri al quale De André  è accomunato per la predilezione, nei suoi componimenti, di soggetti estratti da una realtà cittadina tipica del ceto sociale poco abbiente; una realtà fatta di bordelli, prostitute, gioco d’azzardo, ladri, tossici. De André inoltre, basandosi sempre sul  modello di Angiolieri , utilizzava nei testi un linguaggio volutamente ricercato ma comprensibile a tutti. Un linguaggio che spesso si abbandona all’utilizzo di forme dialettali e di parole volgari che enfatizzano il contesto sociale da lui descritto e cantato. Il cantautore genovese omaggiò il poeta fiorentino Cecco Angiolieri pubblicando una trasposizione cantata del più iconico sonetto del poeta fiorentino “S’i’ fosse foco“. La sua indipendenza intellettuale ha fatto sì che partecipasse (lo vide più volte coinvolto negli scontri studenteschi di fine anni 60)  alle lotte studentesche in maniera anomala ma non meno intensa di molti suoi colleghi. Il 1970 è un anno fondamentale per l’Italia e  nel momento in cui la contestazione nata nel sessantotto assume connotazioni violentissime, l’anarchico De André pubblica un disco sulla storia di Gesù Cristo, “La buona novella”. Il tema di questo nuovo disco venne giudicato anacronistico dai compagni di lotta politica, poiché  in un periodo di proteste contro abusi e soprusi, il cantautore raccontava la storia, peraltro già conosciuta da tutti, di Gesù Cristo. Non avevano capito che “La buona novella” era un’ allegoria che si precisava nel paragone tra le istanze della rivolta del  sessantotto  e le istanze, dal punto di vista spirituale certamente più elevate ma da un punto di vista etico-sociale simili, che un signore  duemila anni prima aveva portato avanti contro gli abusi del potere e i soprusi  dell’autorità in nome di un legalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth, considerato da De André il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Ancora, sull’onda dei moti rivoluzionari studenteschi del settanta, De André pubblica un altro disco  il cui tema era certamente rivolto alla situazione politica italiana. “Storia di un impiegato” pubblicato nel 1973 è il sesto album in studio del cantautore, il quale sceglie per questo nuovo lavoro il formato del concept album, già utilizzato ne “La buona novella, di modo che i vari componimenti inseriti nel disco fossero collegati tra loro seguendo  una scaletta ben precisa  che non va alterata se si desidera comprendere pienamente il messaggio che il cantautore genovese vuole trasmettere. La sostanziale differenza  tra “la buona novella” e “storia di un impiegato” risiede nel  metodo adottato da  De André per trasmettere il suo messaggio politico rivoluzionario: infatti nel primo, come abbiamo già ribadito, il cantautore utilizza in chiave allegorica una storia apparentemente sconnessa per lanciare il messaggio rivoluzionario,  rappresentato dalla figura di Cristo che condusse, a costo della vita, una lotta contro i privilegi e l’abuso di potere in nome di un’uguaglianza universale. Nel secondo, De André per la prima volta si dichiara politicamente utilizzando in questo caso la storia di un impiegato che , dopo aver ascoltato  un canto del maggio francese, entra in crisi e decide di ribellarsi, senza però rinunciare al suo individualismo. I componimenti inseriti in questa raccolta  narrano,  con un rapido e onirico succedersi dei fatti, la solitaria presa di posizione dell’impiegato che sfocerà  in una fallimentare esperienza di violenza  che  porterà l’impiegato alla reclusione e infine ad una  definitiva presa di coscienza durante la quale, il pover’uomo capirà  l’importanza di una lotta comune e non individuale come da sua iniziale predisposizione . Il disco venne duramente attaccato dalla stampa musicale e vicina al movimento studentesco considerandolo, come fecero numerosi intellettuali e cantanti di quel tempo, un tentativo clamorosamente fallito di dare un contenuto politico a un impianto musicale, culturale e linguistico assolutamente tradizionale, privo di qualunque sforzo di rinnovamento e di ripensamento autocritico, evidenziando il bombarolo, uno dei componimenti  più iconici  e popolari del disco, come un magistrale esempio di insipienza culturale e politica. Il valore musicale e concettuale del disco verrà poi riconosciuto compiutamente, da gran parte della critica, solo negli anni novanta.

“Ho paura della morte. Non tanto la mia, che in ogni caso quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno. Lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi certamente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo”

Le canzoni di De Andrè hanno trattato spesso il tema della morte; a partire dal lontano 1964 quando ci regalò delle bellissime canzoni  destinate a restare indelebili nella cultura musicale italiana . Versi bellissimi di  infinita malinconia e meravigliosa dolcezza  che raccontano la triste tappa  a cui un giorno  tutti arriveremo per decisione nostra, altrui o dell’ ineluttabile scorrere del tempo. Da questa riflessione nascono componimenti come  la canzone di Marinella “ che il cantautore scrisse, nel 1962, ispirandosi ad un fatto di cronaca, letto su un quotidiano. Il brano nacque  da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che da giovane si era ritrovata a fare la prostituta, finché un giorno la povera fanciulla  venne  uccisa e gettata nel Tanaro. La  storia di quella ragazza emozionò  a tal punto De Andrè il quale cercò di reinventarle la vita e di addolcirle la morte. “La canzone di Marinella” sarà apprezzata e conosciuta dal grande pubblico grazie alla bellissima interpretazione di Mina. La morte è ampliamente trattata in molti altri componimenti, parlando di essa dai più diversi punti di vista, a tal proposito è opportuno citare “preghiera in Gennaio” che De Andrè scrisse di getto dopo la morte dell’ amico Luigi Tenco, morto suicida nella notte del 26 Gennaio dopo essersi esibito a Sanremo. La cause e le circostanze della morte sono tutt’oggi materia d’indagine e risultano parecchio controverse. “Preghiera in Gennaio” è caratterizzata da una melodia malinconica accoppiata ad un testo che possiede i tratti di un vero e proprio epitaffio a Tenco, ma non desiste al  lancio di una critica alla società che, spesso, giudicava  superficialmente ed in malo modo chi arrivava  a  questo fatale e definitivo gesto. De Andrè scrisse non solo della definitiva morte fisica ma volle allargare il tema alla cosiddetta morte spirituale, morale e mentale a cui sono soggetti gli uomini. Una morte che differentemente dalla morte corporale, non è definitiva, potendo essa essere soggetto di rinascita dell’uomo. La morte spirituale, morale e mentale è ampliamente trattata da De André  nell’album da esso pubblicato nel 1968 “tutti morimmo a stento “a cui lavorò con l’importante collaborazione del noto poeta Riccardo Mannerini, grazie al quale De Andrè riuscì ad uscire da un periodo di crisi creativa, riuscendo a scrivere una delle canzoni più belle e più iconiche della sua produzione artistica ossia “il cantico dei drogati”.

« Parla della morte… Non della “morte cicca”, con le ossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte – in questi vari tipi, anzi, di morte – prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico, muori un po’; tant’è vero che devi un po’ rinascere, dopo.”

Fabrizio De Andrè  ci ha lasciato moltissimi brani, brani che hanno fatto la storia della musica  e della letteratura contemporanea, brani che parlano  dei più svariati temi in modo mai superficiale, componimenti ormai divenuti  antologici come “la guerra di Piero “. Versi che  hanno fatto sognare e  piangere generazioni di amanti  e non, brani che hanno difeso e valorizzato tutti gli emarginati, sia che vivessero nei piccoli borghi genovesi, sia nelle grandi metropoli italiane. Sarebbe  presuntuoso dire e pensare di aver scritto o semplicemente  sintetizzato tutto quel che riguarda   un personaggio come De Andrè in queste poche righe. L’umile obiettivo è quello di sprigionare curiosità ed infinita voglia di approfondire un personaggio così importante, cominciando  innanzitutto ad ascoltare le sue storiche e bellissime canzoni.

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza

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