Tra bullismo e presa di coscienza: 13 Reason Why

5' di lettura

13 Reasons Why ritorna nel 2018 con una seconda stagione, sempre prodotta da Netflix, tutta nuova. Perché se la prima era un adattamento dell’omonimo libro, stavolta, siamo in presenza di un qualcosa di totalmente originale.

Quando 13 approdò su Netfilx, nel Marzo del 2017, suscitò tanto scalpore, riscuotendo un grande successo. Nonostante alcuni pareri siano stati eccessivamente lusinghieri è innegabile che la serie avesse molti pregi. Primo fra tutti, la trattazione di un argomento complesso e delicato come quello del bullismo, rappresentato in chiave estremamente realistica, utilizzando, oltre a lodevoli tecnicismi che, sia a livello narrativo che visivo, risultavano davvero interessanti, un espediente a dir poco intrigante per scegliere di narrare la storia: delle cassette.

Nell’era dei social e della tecnologia sembra quasi antitetico utilizzare un mezzo analogico per trasmettere un messaggio ma è proprio questo ciò che Hannah Baker fa, raccontando, in 13 nastri, i 13 motivi che l’hanno portata a togliersi la vita. E la scelta trova un suo preciso scopo anche in quello che è il fenomeno del bullismo oggi, un qualcosa che avviene anche e soprattutto attraverso i moderni mezzi di comunicazione. Perché se c’è una cosa che l’uomo, purtroppo, riesce a fare bene è prendere degli strumenti creati per nobili scopi e trasformarli in armi. E non tutte le armi sono come le immaginiamo; non tutte feriscono tramite proiettili o lame affilate. Alcune sanno ferire in maniera profonda, senza lasciare alcun segno sulla pelle.

Cassette, bullismo, momenti disturbanti, personaggi ben caratterizzati e uno stile narrativo accattivante furono quegli elementi che, insieme a tanti altri, contribuirono ad entusiasmare il pubblico un anno fa. 

Ma, ovviamente, insieme ai pareri postivi sono anche arrivate le numerosissime polemiche, sterili e inutili, portate avanti da coloro i quali non riescono a guardare oltre e analizzare ciò che vedono con occhio attento e spirito critico. Perché 13 non ha di certo lo scopo di istigare al suicidio, quanto quello di sensibilizzare gli spettatori su ciò che è il fenomeno del bullismo, muovendo una critica diretta contro chi non tiene conto della gravità di quest’ultimo.

13 mostra il bullismo da un punto di vista reale e concreto, evitando di perdersi in inutili piagnistei e scene commoventi create ad hoc, privilegiando uno stile decisamente più crudo e realistico che riesce ad essere profondamente disturbante e cattivo, veicolando un messaggio senza l’utilizzo di mezzi termini.

Quando venne ufficializzata una seconda stagione di 13 reasons why in molti si chiesero il motivo di tale scelta. D’altronde il finale della prima era sì aperto, ma allo stesso tempo autoconclusivo e, quindi, non dava l’impressione che fosse necessario continuare. È anche vero che molte erano le domande che rimanevano nelle menti degli spettatori ma, come accade nella stragrande maggioranze dei casi, si riteneva che la serie aveva mostrato tutto quello che c’era da mostrare, sbloccando, di fatto, una situazione di stasi e lasciando che le conseguenze maturassero.

Ma era un errore ritenere inutile una seconda stagione di 13. Perché la scelta di mostrare cosa accade “dopo”, rende il tutto decisamente più realistico e vero. E questa seconda stagione, sbarcata sulla piattaforma si streaming da una settimana, è cruda, crudele. Forse anche più della prima. E mostra l’altro punto di vista. O meglio, gli altri. 

Hannah Baker era la vittima perfetta? Forse sì. Hannah incarna, suo malgrado, la tipica vittima di bullismo, incanalando nel suo personaggio tutte quelle vessazioni e tutti quegli spiacevoli eventi che, probabilmente, hanno segnato e segnano ancora le vite di tantissimi ragazzi. Hannah diventa un agnello sacrificale, messo sull’altare per lanciare un messaggio forte e rivolto a tutti non solo ai più giovani. Perché sì, se il target della prima stagione era prettamente adolescenziale, la seconda riesce ad enfatizzare maggiormente il ruolo che gli adulti e in special modo l’Istituzione Scolastica, giocano in un fenomeno come il bullismo. Uno dei personaggi cardine di questa critica mossa al mondo della scuola è Kevin Porter, il counselor della scuola, colui che ha il compito di ascoltare i ragazzi per poi, ove ritenuto opportuno, segnalare eventuali situazioni critiche. Eppure molto spesso determinati “campanelli d’allarme” vengono male interpretati o ignorati del tutto. E la critica di 13 è proprio rivolta contro quelle Istituzioni Scolastiche e quegli adulti che, sottovalutando determinati comportamenti o, più semplicemente, scegliendo di non intervenire per evitare di creare scandali e quindi, di conseguenza, far perdere prestigio alla propria scuola, avallano tacitamente il manifestarsi di tutti quegli atteggiamenti e di quelle vessazioni che, nella maggior parte dei casi, sconvolgono e devastano le vite di tantissimi ragazzi.

Ma sono davvero queste le cose importati? È così fondamentale coprire uno stupratore solo perché è la “punta di diamante” della scuola?

È questa la critica che 13 muove in questa seconda stagione, con una struttura molto più intrecciata rispetto alla prima, in cui ogni episodio, mantenendo pressoché inalterata la struttura della precedente stagione, si focalizza principalmente su di un singolo personaggio ma lasciando stavolta a costui, e non alle parole di Hannah, il compito di raccontare gli eventi e, nel frattempo, ampliando le vicende che ruotano attorno al processo intentato dalla famiglia Baker nei confronti della scuola; conseguenza diretta del finale della prima stagione.

Nemmeno i genitori, però, sono esenti da questa critica. Quei genitori che minimizzano i problemi dei figli, ragionando con la mente di persone grandi e mature, senza accorgersi di quanto determinate cose possano apparire immense e difficili per dei soggetti più piccoli ed inesperti e dimenticando tutte quelle sensazioni che magari anche loro hanno provato in giovane età e che se rapportate a quel periodo sembravano soffocanti e tremende.

Un plauso va alla costruzione dei personaggi, in continua evoluzione (sia in bene che in male) che diventano quasi degli esempi di condotta (buona o cattiva) con cui è impossibile non entrare in empatia. 

È infine da sottolineare la presenza di una scena potentissima nell’ultimo episodio che lascia a bocca aperta perché arriva in maniera inaspettata, estraniandosi per un attimo dalla storia che sta raccontando per dare voce chi voce non l’ha avuta, a chi non ha ottenuto giustizia. E vengono i brividi quando si realizza ciò che si sta vedendo. È come un’epifania tremenda che fa breccia dentro il cuore, lasciando una sensazione di rabbia, amarezza e impotenza tremende.

È difficile guardare 13 reasons why se si è stati vittime o testimoni di atti di bullismo. Perché fa male; fa commuovere; fa rabbia. È questo uno dei più grandi pregi della serie, quello di avere un grande impatto emotivo sullo spettatore. Uno spettatore che po’ essere giovane o adulto. E ci si indigna perché ciò che vediamo è reale e viene mostrato senza mezze misure, senza filtri. 13 non consente di girare la testa per far finta di niente e mostra tutto nella maniera più esplicita possibile.

E già qualcuno, in preda all’indignazione, si è mosso per richiedere la rimozione della serie da Netfix. È recente infatti la notizia che il Panrental Council ha chiesto che il prodotto venga ritirato a causa delle eccessive scene di violenza sessuale ivi presenti. Perché? Perché distogliere lo sguardo è facile. E non si tratta, come magari in molti potrebbero pensare, di bigottismo nei confronti di scene esplicite di sesso (o di violenza sessuale in questo caso), altrimenti un prodotto come 50 Sfumature, dove un uomo sottomette delle donne frustandole e seviziandole per ottenere piacere fisico, non avrebbe mai ricevuto l’entusiasmo che ha guadagnato. Si tratta di non voler mostrare qualcosa di tragicamente vero, qualcosa che esiste. Si tratta di voler volgere altrove lo sguardo.

Anche qui, per quanto riguarda il finale, tutto si potrebbe chiudere in un determinato momento. Quello che chiude il cerchio sulle note di ‘The Night We Met’. Ma non è così, perché mancano ancora 12 minuti alla fine dell’ultima puntata. 12 minuti che hanno il pregio di mostrare come Hannah Baker non sia morta invano e come sia riuscita a svegliare le coscienze. Perché c’è un momento, in quest’ultimo episodio, che è molto simile a quello in cui la povera Hannah viene stuprata e che segna in maniera tragica l’animo di un determinato personaggio. Ma la presa di coscienza da parte dei protagonisti farà sì che stavolta le cose vadano diversamente. Ed è così che, con un cliffhanger finale, di grandissime proporzioni, e che porterà sicuramente delle conseguenze, si conclude la seconda stagione di 13 reasons why, lasciando, stavolta, lo spettatore colmo ci curiosità nei confronti del futuro di questa serie.

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Vito Damigella

Vito Damigella, 21 anni. Sognatore di professione, filmaker indipendente e amante della settima arte.

Diplomato presso il Liceo Classico "C. Marchesi", porta avanti la sua passione per il cinema sul suo canale youtube "VStudios" in qualità di regista, attore, doppiatore e sceneggiatore; mentre, nel tempo libero, prosegue gli studi in ambito universitario.

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