Per un’equa selezione tutti faranno lo stesso esame

Prove Invalsi tra validità e ambiguità

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Nella storia dell’Istituzione Scolastica è stata ampiamente discussa la questione delle Invalsi.

Il Dpr 80/2013 assegna alle Invalsi molteplici funzioni: rilevazioni degli apprendimenti e calcolo del Valore Aggiunto, selezione delle scuole da sottoporre e ispezione, formazione del personale ispettivo, predisposizione di quadri di riferimento, strumenti e indicatori da utilizzare in tutte le fasi del processo valutazione degli istituti. Questi compiti, gravano notevolmente su un istituto italiano che, al confronto con le realtà omologhe europee, può contare su risorse limitate e personale esiguo.

Questo è il risultato della scarsa linearità che caratterizza i progetti ministeriali di valutazione di scuole e docenti che si ripercuote nello sviluppo delle Invalsi, producendo ambiguità e incoerenze nelle finalità dell’istituto e nel loro rapporto coi mezzi a disposizione.

Ambiguità ed inesattezza che si ripercuote anche nella formulazione delle domande poste ai bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni come: Pensando al tuo futuro, quanto pensi che siano vere queste frasi?“. E ai bambini, già ansiosi per il risultato di questi test, vengono date cinque possibili risposte: a) Raggiungerò il titolo di studio che voglio; b) Avrò sempre abbastanza soldi per vivere; c) Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero; d) Riuscirò a comprare le cose che voglio; e) Troverò un buon lavoro. Alle domande era abbinata una scala che indicava risposte da “per niente” a “totalmente”.

A fronte di tale assurdità ci si pone la domanda relativa all’effettiva validità ed utilità di questi test atti a rilevare ancora cosa non è chiaro. Le prove sono standard per tutto il territorio nazionale e si evince, appunto, che sono costituite da domande chiuse, con risposte a scelta multipla e domande aperte, nonché da esercizi di matematica e linguistici. Le prove, che hanno caratteri di standardizzazione, sono svolte in un tempo che va dai 45 ai 90 minuti.

Perché allora non si ripristina il caro “esame” di quinta elementare dove effettivamente si valutava la capacità e gli obiettivi raggiunti dagli allievi e le competenze dei docenti che, insieme ai propri alunni, ottenevano risultati che vanno anche ben oltre la valutazione didattica?

Le prove Invalsi non possono, di fatto, valutare un alunno nella complessa crescita evolutiva rispettando le caratteristiche proprie del singolo soggetto messo in esame. Sono troppo intrisi di un’oggettività che non appartiene al percorso di apprendimento e sviluppo del bambino che si appresta a diventare un adolescente ed infine un adulto, e se non si pone il rispetto come primo step da valutare attraverso l’educazione e la didattica, cosa si può pretendere dalla somministrazione di test che già alla base non rispetta questo aspetto della vita quotidiana?

Uno degli “obiettivi” delle prove Invalsi è quello di verificare ed analizzare la capacità di calcolo, logica, comprensione e produzione di un testo scritto, così come verificare conoscenze storiche-geografiche e linguistiche. Ma non è possibile somministrare a tutti i soggetti lo stesso test.

Oggi la scuola presenta una variegata realtà di apprendimenti che deve tutelare a partire dai bes, bisogni speciali educativi, ai dsa, disturbi specifici dell’apprendimento, o ancora difficoltà cognitive, disturbi comportamentali e ciò che deriva da tale complesso percorso in cui sono coinvolti alunni, docenti e genitori.

Non è possibile circoscrivere, analizzare e valutare utilizzando un campione di popolazione e tenere nell’ombra una fetta di quest’ultima che potrebbe non riconoscersi e di conseguenza perdersi lungo questo tragitto.

La scuola è un tragitto, appunto, lungo il quale gli studenti non dovrebbero perdersi.

Don Lorenzo Milani diceva ne Lettera ad una professoressa: “Se si perde loro (i ragazzi difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. 

Per l’insegnante è fondamentale conoscere il soggetto col quale instaura la relazione, conoscere lo stile di apprendimento che rappresenta uno stimolo in più per creare una didattica personalizzata ed inclusiva, una didattica i cui obiettivi sono: far raggiungere una totale autonomia; sviluppare la consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza; capire quali sono gli strumenti attraverso i quali raggiungere gli obiettivi che la scuola e la società, oggi, richiedono.

Ciò che oggi occorre, ma purtroppo manca, è una democrazia dell’educazione. 

Quel valore aggiunto che un test, che le prove Invalsi, non possono valutare oggettivamente. L’educazione non può essere soggetto sordo, non può essere racchiusa dentro un campo oggettivo dove i lati di un quadrato risultino tutti di egual misura. 

“L’apprendimento è come un attaccapanni, se non si trova il gancio a cui appendere il cappotto, questo cade a terra.” J.Bruner

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Alessandra Sammiceli

Nata a Catania il 20/09/1989
Diplomata presso il Liceo Socio-Psico-Pedagogico L. Radice
Laureata in Cdl Scienze dell'Educazione e della Formazione presso l'Università degli studi di Catania.
Laureanda in Cdl Scienze Pedagogiche e Progettazione Educativa

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