Quel grande mistero del garante della Costituzione

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Avevo scritto precedentemente che se alla crisi politica si fosse aggiunta quella istituzionale, si sarebbe arrivati al default. Voglio rassicurare i lettori: non sono un veggente, non avevo previsto tutto questo!

I fatti sono noti a tutti, veto su Savona, rimessione del mandato da parte di Conte, ira funesta delle forze politiche di maggioranza, affidamento dell’incarico a Cottarelli. A brevissimo avremo un nuovo governo che non otterrà la fiducia, e che sa di non ottenere la fiducia ancora prima di insediarsi. Non lo voteranno Lega e MoVimento, per ovvi motivi; non lo voterà Forza Italia, altrimenti si scioglierebbe, dietro minaccia di Salvini, la coalizione che tiene ancora miracolosamente in piedi il Centrodestra. Per gli stessi motivi non lo voterebbe FdI. Il PD si asterrebbe dal voto, secondo quanto enunciato dal reggente Martina. Si andrà a nuove elezioni il più presto possibile, forse a Luglio, peraltro con la stessa legge elettorale. Ed in fondo non serve cambiarla: il veto a Savona è il premio di maggioranza che Salvini e Di Maio si aspettavano. I voti aumenteranno vorticosamente consegnando alle forze politiche in gioco una maggioranza ben più solida di quella attuale.

Ora, chiarita questa situazione che di chiaro ha ben poco, vorrei riprendere in esame il tema, paventato e poi subito nascosto sotto il tappeto, della messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Ne ha parlato per prima Giorgia Meloni, si è accodato il MoVimento Cinque Stelle e ha preso in esame l’ipotesi anche la Lega. Sia chiaro, si tratta di una ipotesi drammatica, forse eccessivamente cruenta nei confronti di un uomo ineccepibile come Mattarella. Si tratta di una situazione certamente evitabile. Come evitabile sarebbe stato questo stallo politico se, ricevuto il veto su Savona, Conte avesse proposto un altro ministro dell’economia. Qualcuno afferma che questa scelta sia stata vantaggiosa per Salvini e Di Maio. Può darsi: i due potrebbero essersi accorti della irrealizzabilità di reddito di cittadinanza, flat-tax e sforamento del debito insieme, ed avrebbero optato per nuove elezioni usando il veto a Savona come pretesto per non sbattere contro le proprie responsabilità. Può darsi. Ma in questo caso, quello di Mattarella sarebbe un doppio errore: non solo ha posto un veto illegittimo per i motivi che ora vedremo, ma ha anche fatto il gioco dei due ragazzotti dalle grandi promesse consegnando le nuove elezioni su un piatto d’argento.

L’illegittimità del veto. Quelli che prima avevano gridato all’accusa, oggi, davanti ad una falsa notizia di rinuncia da parte di Cottarelli hanno ritrattato dichiarandosi pronti a collaborare col PdR per formare un governo. Tuttavia il problema della legittimità del veto c’è e resta. Le interpretazioni che si possono dare sono due, e procedono parallele, non si incontrano mai.

Veto legittimo. Qualcuno sostiene che questo veto sia legittimo perché salvaguarda la collocazione europea dell’Italia e tutti gli obblighi precedentemente assunti, che sono peraltro costituzionalmente garantiti. L’art. 11 della Costituzione recita infatti che “L’Italia […] consente, in condizione di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Dunque, se è vero che l’Italia garantisce a livello costituzionale le organizzazioni sovranazionali come l’Europa, è evidente che in questo caso il Presidente abbia posto un veto legittimo. Secondo questa linea di pensiero il veto costituirebbe una protezione, o meglio, una garanzia di interessi nazionali protetti a livello costituzionale, e sottoposti alla preannunciata minaccia da parte del futuro esecutivo.

Veto illegittimo. Il responsabile dell’indirizzo politico del Governo è il Presidente del Consiglio. Dal canto suo il Presidente della Repubblica, esercitando un ruolo di garanzia della Costituzione, non può ingerirsi, interferire con l’indirizzo politico dell’Esecutivo. Se è vero che il PdR ha un potere di veto sui ministri, nel senso che può anche rifiutarsi di nominarli, è anche vero che questa scelta non può avere nulla a che fare con il merito politico dei soggetti proposti. Nella storia repubblicana, tutti i veti posti su ministri sono stati dovuti o ad incompatibilità tra cariche, o a pendenza di problemi con la giustizia, oppure a conflitto di interessi. Mai un Presidente della Repubblica, almeno non manifestamente, ha interferito con scelte politiche del Governo. Nel caso di specie Mattarella, essendo in disaccordo con le scelte antieuropeiste di Savona, avrebbe scongiurato le ripercussioni della sua presenza al ministero dell’economia sia in merito alla politica internazionale ed europea, sia in merito alla scossa che tale presenza imponente avrebbe avuto sui mercati. Una scelta che non compete al PdR.

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Michele Tarantello

Nato a Carrara il 05-08-1997. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Di Rudinì" ed oggi studente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Catania.
Pensatore per natura e giornalista per passione.

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