Il Q.E e le sue conseguenze: è servito a qualcosa?

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Su tutti i media, dai giornali ai social alle televisioni, non si sente parlare d’altro che del “Quantitative Easing” (QE). Ma cos’è? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro e tornare al 2008.

In America è appena scoppiata la Grande Crisi finanziaria, causata principalmente dall’eccessiva deregulation del settore bancario (basti ricordare i famosi “NINA loans: No Income, No Assets, ovvero prestiti concessi a soggetti evidentemente non in grado di restituire la somma): vari istituti bancari come Lehman Brothers e istituti assicurativi come il colosso del settore AIG dichiarano bancarotta; in risposta alla situazione drammatica, viene lanciato il TARP (Troubled Assets Relief Program) con un’iniezione di liquidità da circa 500 miliardi di dollari per coprire i debiti delle istituzioni bancarie colpite dalla crisi. La crisi mette in una difficile situazione sia le famiglie che le imprese, che gli stessi stati: le prime e le seconde incapaci di consumare o di ripagare i propri debiti, questi ultimi incapaci di coprire i propri ammanchi di bilancio e la spesa corrente senza la concessione del credito delle banche statunitensi; paesi già con grossi debiti prima della crisi (Grecia e Italia in primis) o che si indebitano per salvare il proprio sistema bancario (Irlanda) non riescono a rassicurare i mercati sulla proprio solvibilità. Ed ecco che si delinea la sopra citata “Crisi del debito sovrano”, il cui emblema in Italia è sicuramente lo spread, la differenza nei tassi d’interesse tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (BTP/BUND), che raggiunge quota 500 punti base nel Novembre 2011. In questo contesto apocalittico il presidente della Banca Centrale Europea, l’italiano Mario Draghi, nel Luglio del 2012 pronuncia la ormai celebre frase che darà il via alle politiche oggetto di questo documento: “Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro and believe me, it will be enough. (All’interno del nostro mandato, la Banca Centrale Europea è pronta a fare qualunque cosa sia necessaria per preservare l’euro e credetemi, sarà abbastanza).”  Ma è stato abbastanza?

Il Quantitative Easing è definito come una politica monetaria espansiva non convenzionale: in questo caso, il massiccio acquisto sui mercati secondari (principalmente dagli istituti bancari), dei titoli di Stato di paesi europei in difficoltà al ritmo di decine di miliardi di euro al mese; a ciò si associa la netta riduzione dei tassi di interesse sul denaro prestato alle banche, c.d overnight interest rate, a livelli prossimi allo 0. Lo scopo finale è duplice: da un lato, fornire liquidità alle banche per aumentare la disponibilità di queste ultime a prestare denaro per far ripartire l’economia, e dall’altro far abbassare gli interessi che gli Stati devono pagare agli investitori per finanziarsi. In altre parole, un alleggerimento per i conti pubblici degli stati in difficoltà e un aiuto al consumo privato e per il credito alle PMI (piccole e medie imprese) attraverso il settore bancario. Se i piani della BCE si verificassero in pieno, ciò potrebbe effettivamente dare il tempo ai paesi in questione di effettuare le riforme strutturali tanto richieste dai mercati e dalle esigenze del commercio internazionale, permettendo a questi ultimi di migliorare la situazione debitoria riducendo sia debito in termini assoluti che deficit in rapporto al PIL: in una parola, l’obiettivo a lungo termine del QE è ridare stabilità all’economia europea e, di rimando, sostenerne la crescita quanto basta per mettere in campo le riforme necessarie. Ma sta accadendo? Proviamo a capirlo, ora che il QE è entrato appieno nel suo terzo anno.

Le statistiche sulla ripresa europea sembrano incoraggianti: l’area Euro cresce nel 2017 del 2,4% annuo, nella sua interezza; il calmiere sugli interessi sul debito degli stati in difficoltà funziona, riducendo in modo evidente l’assegno che ogni anno questi paesi devono inviare ai propri creditori; i mercati finanziari, in generale, esprimono fiducia nella ripresa europea. Ma quando lo sguardo torna all’Italia, la realtà sembra meno rosea del previsto. La nostra crescita è infatti stimata tra l’1,4% e l’1,6% nel 2018, grazie alla crescita della domanda interna; ma le previsioni (e la crescita stessa) sono basate su previsioni di crescita generale dei commerci mondiali, di stabilità dei prezzi del petrolio e sul traino della ripresa europea sull’economia Italiana; in altri termini, la situazione è legata alla congiuntura positiva, mancando di un reale slancio endogeno. Inoltre, una ricerca della Banca d’Italia riporta che, nel quadro dei prestiti bancari al settore privato, dopo una restrizione molto forte del credito nel Gennaio del 2012, si è riusciti a ottenere solo un leggero allentamento dei criteri per la concessione del credito a Gennaio 2016, che è rimasto tale fino ad Aprile 2018 (ultimo rilevamento). Uno dei dati positivi (attribuito da Matteo Renzi e dal suo Partito Democratico alla riforma del lavoro, il “Jobs Act”) è la diminuzione del tasso di disoccupazione dal 13% all’11,2% della popolazione totale dal primo trimestre del 2015 all’ultimo trimestre del 2017 (ultima rilevazione);  E’ anche vero che, viste le ingenti cifre del QE e la ripresa generalizzata dei mercati globali e in specifico dell’economia europea, il dato non è all’altezza delle aspettative. 

Aspettative che lo stesso governo Renzi aveva alimentato all’inizio del suo mandato, con la promessa di quelle “riforme strutturali” del mercato del lavoro che in Italia tutti hanno la prontezza di annunciare, ma nessuno di compiere. La produttività della forza lavoro italiana, noto tallone d’Achille del nostro panorama industriale, rimane infatti poco soddisfacente e, anzi, peggiora: dando a 100 la produttività nel 2010, le statistiche indicano che nel 2017 il dato era sceso a 98, mentre prima della crisi, nel 2007, era a 102,9.4 A tal proposito è stato tentato qualche intervento da parte del governo Renzi, attraverso l’ambiziosa riforma della scuola, retoricamente denominata “Buona Scuola”: l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, per 200 ore nei licei e 400 negli istituti tecnici e professionalizzanti, è stata infatti pensata per collegare il percorso di studi a un’esperienza lavorativa in azienda, nella speranza di ottenere forza lavoro più spendibile da parte del mercato. Sebbene sia troppo presto per emettere un giudizio, l’applicazione della suddetta riforma in un contesto di taglio alla spesa pubblica e quindi anche all’istruzione, che comporta crescenti difficoltà a coprire per intero i programmi scolastici e a una generale riduzione dei servizi e delle opportunità per gli studenti, si può quanto meno definire azzardata. 

Abbiamo già visto come le banche siano ancora restie a concedere credito all’economia reale in Italia; ciononostante, i funzionari di banca lavorano alacremente, da alcuni anni a questa parte, per motivazioni diverse: i principali istituti bancari italiani (Unicredit e Intesa San Paolo in testa) si sono ritrovati, dopo l’esplosione della crisi del debito sovrano, considerevoli quantità di NPLs (non performing loans, crediti parzialmente o del tutto non esigibili) nei loro bilanci, che intimoriscono gli azionisti e diminuiscono la solidità percepita e reale delle banche. Cosa sono? Immaginate di fare un mutuo presso la vostra banca per acquistare una casa, ma a un certo punto non potete più ripagarlo: diventa un prestito non rimborsato, ovvero (per la banca) un NPL, “prestito non performante”. In sostanza soldi dati in prestito che, quasi sempre, non tornano indietro. Il sistema bancario italiano, di concerto con la Banca d’Italia, sta effettuando poderosi sforzi per alleggerire i propri bilanci dagli NPL, cedendoli a società nate appositamente per riscuotere questi debiti in modo più efficiente e veloce di quanto siano in grado le banche stesse; queste ultime ricavano circa il 15-20% del valore nominale dei debiti deteriorati, mentre le agenzie di recupero crediti possono arrivare fino al 30%, trattenendo la differenza. Mentre le banche stanno ripulendo i propri conti, grazie al credito a tassi molto bassi da parte della BCE e alla congiuntura positiva, l’economia reale non viene adeguatamente sostenuta. Potremmo dire che la BCE di Mario Draghi ha (involontariamente?) creato un TARP, un regalo alle banche da miliardi e miliardi, in salsa europea per le nostre banche, permettendo a colossi europei come Unicredit o a società storiche come Intesa San Paolo di attraversare senza troppe difficoltà la bufera, in alcuni casi riuscendo anche ad espandersi (come nel caso di quest’ultima, che ha assorbito le attività di alcune banche popolari e cooperative). 

Questo abbozzo di analisi della situazione corrente, che potrebbe essere considerata pessimistica da alcuni o spiccatamente realista da altri, ci lascia con alcune domande che costituiscono spunti di riflessione e sono già al centro del dibattito pubblico: quando l’italiano Mario Draghi, il presidente del “whatever it takes” già citato, avrà terminato il suo mandato nell’Ottobre del 2019, sarà sostituito molto probabilmente da un economista tedesco o comunque da un rappresentante dei paesi dell’area nord dell’Europa, notoriamente compatta per le posizioni rigide in quanto a controllo dei conti pubblici e scarsa affezione per politiche monetarie espansive. Quando ciò avverrà, e le politiche della BCE inevitabilmente cambieranno rotta (tenendo conto che tassi ai minimi storici e acquisto massiccio di titoli di stato erano e sono concepiti come rimedi temporanei), i paesi dell’area mediterranea e in particolare l’Italia avranno ridotto abbastanza il proprio indebitamento da poter finalmente investire in ricerca e sviluppo le cifre necessarie, o dare respiro al settore privato con la riduzione del cuneo fiscale? In altre parole, si è approfittato dell’opportunità dataci dal Quantitative Easing per creare le condizioni che ci permetteranno di assorbire l’inevitabile rialzo degli interessi sui nostri titoli di Stato? 

Inoltre, alcune voci fuori dal coro puntano il dito verso l’economia Americana, sostenendo un suo surriscaldamento in corso che potrebbe preannunciare una seconda crisi in agguato oltreoceano: gli Stati Uniti, in particolare, stanno vivendo il periodo di crescita economica ininterrotta più lungo della loro storia, e le politiche fiscali e soprattutto bancarie del presidente Donald Trump riecheggiano la Reaganomics che condusse alla Savings & Loan Crisis del 1987 e politiche simili adottate dal democratico Bill Clinton negli anni 90’ che prepararono il terreno alla già citata crisi del 2008. La disoccupazione è ai minimi storici, al 4%  nel primo trimestre del 2018; nell’attuale contesto di graduale innalzamento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, alcuni economisti paventano il rischio che la bassa disoccupazione possa fare pressione su prezzi e salari, innescando la spirale inflattiva che condurrebbe la Fed ad incrementare ulteriormente i tassi di interesse. Per quanto remoto possa essere tale scenario, dal nostro punto di vista europeo la domanda è: nel caso di una nuova crisi improvvisa e imprevista su scala mondiale, la BCE e i singoli sistemi bancari (specialmente quello italiano) sarebbero in grado di resistere all’urto come l’ultima volta, con la resilienza “lacrime e sangue” che abbiamo attraversato? Staremo a vedere.

 

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.

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