L’arena sociale – nativi digitali

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Abbiamo imparato ad avere una risposta per tutto, a potere tutto.

Ma questo “tutto”, quanto è inquantificabile?! E se non lo è, a livello materiale, a livello personale, risulta esserlo?! Quanto sentiamo che la tecnologia, la socialità (intesa nelle sue svariate forme digitali) ci dia potere?! 

Queste sono solo alcune delle domande che più frequentemente si possono porre in relazione ai nostri giorni, e che risultano essere molte più delle risposte. 

Viviamo vite parallele come due rette che, spesso, proprio da parallele quali sono, non si incontrano.

In una prima retta, in una faccia della medaglia, vengono meno le barriere del nostro “IO”… disinibitudine, timidezza, rispetto etc.

Siamo condotti a vederci allo specchio diversamente rispetto a quelli che siamo, concedendoci un’occasione che solo la rete é stata in grado di offrirci: mostrarci per come vorremmo che fossimo, chiunque vorremmo che fossimo. 

Diventiamo quindi altro da noi, ed il rischio che quest’altro prenda il sopravvento sulla nostra parte reale è notevole, tanto quanto le foto che continuamente postiamo, i commenti che continuamente lasciamo, le azioni che compiamo.

Ma quante volte noi siamo le parole che scriviamo, siamo le foto che postiamo?! 

“Le foto” e “le parole” sono diventate il punto centrale di questa era sociale, durante la quale Instagram e Facebook si contendono il podio, dove l’uno è arena per leoni ed agnelli e l’altro agorà per le vite altrui; entrambi coincidono, pur rimanendo paralleli. Sono facce, di una stessa medaglia, che non si conoscono.

Ma chi dei due stia sul podio appare essere irrilevante davanti a quello che è l’effetto che entrambi producono: renderci spettatori, o renderci attori. 

Ognuno esercita un ruolo che, rapportato a chi siamo in questa nostra realtà, è quello che stabilisce i ruoli nell’arena. 

Perché i social hanno permesso “alle masse“ di entrare in comunicazione con “le classi”:  nessuno è più minoranza o maggioranza, scompare la preponderanza e tutti hanno uguale capacità. Luogo in cui il proprio giudizio, le proprie idee valgono al pari di quelle altrui, ma non ne deriva un confronto.

Si è inconsapevolmente assistito alla ridistribuzione della società, trasformando la piramide sociale in un piano sociale, i cui effetti sono irrimediabili e non previsti, come onde che si propagano nell’aria. 

Come ad un supermercato tutto attrae, tutto interessa, tutto è novità e davanti a ciò, così come davanti a un giocattolo nuovo, non si leggono mai le istruzioni. Si gioca e basta, fin quando qualcosa comincia a funzionar male, ed il meccanismo prima o poi si rompe. 

E a quel punto, cosa succede? 

Il pollice si alza o si abbassa, come a Roma, cominciano i giochi nell’arena.

Insulti, denigrazioni, condivisioni personali, plagio e tutto ciò che prima sembrava non esistere, comincia a diventare reale, virale. 

Come un virus che dilaga contagiando anche chi pensava di essere vaccinato. 

Ed i leoni, come gli agnelli, mutano la loro natura: nell’arena gli agnelli diventano leoni (da tastiera), ed i leoni, agnelli (nella vita) o Leviatani per una società di deboli.

Tutto diventa relativamente lecito: nessuno detta le regole, se non tutti, e ciò che era stato creato con intenti aggreganti diventa un mezzo disgregante. 

Tutto un’arma, il suo inverso. 

Ma l’altra retta, l’altra faccia di quella medaglia, la parte migliore o forse ancor peggiore dei social, quale risulta essere?!

Un indefinito, lento e sottile moto coinvolgente, rimasto in vita tentando di non cadere nell’oblio, autoalimentandosi, il quale permette l’informazione, l’empatia e quella stessa condivisione diventata ormai secondaria. 

Si diventa partecipi delle altrui angosce ed emozioni, si raccontano esperienze, si esprimono idee (che riescono a portare invece al confronto) si informa. La distanza non può essere colmata ma resa relativa, le nostre mancanze rimediate da un app e le nostre azioni semplificate da un click.

Ma non c’è positività in tale risvolto se, anche questo, non supera e sopravvive a quell’arena, diventata dominante.

Che si domandi, allora, quanto la realtà possa oggi essere condizionata da quella che per noi si è trasformata in una realtà sì, ma virtuale; quando le due rette possano diventare positivamente coincidenti e costruttive; quando le due facce della medaglia si guardino riconoscendosi complementari.

Ci chiamano nativi digitali.

Ma noi, questo soprannome non l’abbiamo mai voluto. Noi, sappiamo che ormai non solo la nostra generazione viene ad essere rapita da uno schermo in mano.

Siamo nati con l’evoluzione tecnologica, come i nostri genitori sono nati con l’evoluzione televisiva. Noi ci siamo adeguati a loro e loro a noi: ma a loro nessuno ha mai dato un soprannome.

E allora, perché a noi sembra spettare?! 

Forse perché essere nativi digitali equivale ad essere nati con vite facili, vite proprie ma anche altrui.

Forse perché abbiamo imparato a potere tutto, e quel tutto non ci lascia solo spettatori. 

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Costanza Agnello

Agnello Costanza Maria, nata in provincia di Catania il 09/04/97.
Diplomata al liceo scientifico di Scordia e ad oggi studentessa di giurisprudenza presso la facoltà di Catania.
Vivo di associazionismo, osservo la realtà e rifletto cautamente.

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