Oliver Sacks tra casi clinici e persone.

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Gli studi sulle malattie neurodegenerative hanno conosciuto, nell’avanzare del secolo scorso, significativi progressi tanto in campo scientifico, farmacologico, medico, quanto sul piano “umano”; ossia si vuole fare riferimento a quella inevitabile empatia che si crea tra medico e paziente. La capacità di riuscire ad entrare dentro l’esperienza di quest’ultimo, comprendendola, ma non facendosi trascinare da essa, anzi, uscendone con un uomo sulle spalle, abbattuto, scosso, purtuttavia vivo. Fondamentale è la legge “Basaglia”  in Italia (13 maggio 1978 n.180) con la quale Franco Basaglia (psichiatra italiano) si impegnò per la distruzione della logica manicomiale, diffusa e adoperata soprattutto nell’ottocento ma, che affonda le radici fin dal rigido dogmatismo medievale di bruciare o torturare coloro che dimostravano di avere dei comportamenti fuori dall’ordinario, antisociale.

 In ultima istanza: le persone che preoccupavano la società per l’incapacità stessa di poter essere controllati, nonché fonte sterile di studi che potessero spiegare i loro comportamenti in nome di una visione scientifica completamente devota alla ratio, venivano forzatamente rinchiusi nei “manicomi” ossia i padri delle attuali “case di cura”, relegati in una cella in uno stato di catatonia perenne e studiati come “casi clinici”.

Uno degli psichiatri più celebri e attivi nel secondo novecento, Oliver Sacks(1933-2015) professore di Neurologia allo A.Einstein College of Medicine e alla Columbia University di New York, in numerosi saggi medici, si impegnò nello sbrandellare i glaciali studi sui “casi clinici” e passò alla trasposizione letteraria di essi, addolcendo i mali e facendo riflettere su ciò che è e viene definita “malattia mentale”. 

“Oggi con l’affermarsi delle neuroscienze e di tutte le loro meraviglie, è ancora più importante conservare la narrazione personale, considerare ogni paziente come un essere umano unico con la propria storia e le proprie strategie di adattamento e sopravvivenza” scrive Sacks nella prefazione del libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”.

Nella prima parte del libro, Sacks approfondisce i “deficit cognitivi”, le perdite di qualcosa, spesso perdita d’identità, che il soggetto ricerca costantemente. Non saremmo umani senza identità. Le turbe mentali comunque la offuscano enormemente creandone un’altra, distopica, cercando di “ricostruire un mondo ridotto a un caos completo”. Il conoscere alcuni stadi alterati dell’individuo, può certamente facilitare un confronto con la persona, in chiave comprensiva, non contrastiva, come spesso accade quando si guarda il difforme da noi.

Si pensi alla sindrome di Korsakov, che prende il nome dal neuropsichiatra russo Sergej Sergeevič Korsakov che per primo la studiò e la definì. Causata dalla distruzione dei corpi mammillari dovuta ad alcolismo, che brucia gran parte della memoria di tutta una vita, rende il paziente un diseredato del proprio cervello con la più assoluta indifferenza di esso, crede che sia tutto normale, perché non se ne rende conto. Unito alla agnosia e alla prosopagnosia –mancanza di riconoscimento dei volti con associazione alle persone- (di cui si diceva essere affetto lo stesso Sacks) questi disturbi del sistema nervoso centrale rendono chiunque li viva terrorizzato da ciò che ha intorno, dimentica perfino il volto della moglie/marito 5 secondi dopo averlo visto. Sempre. In loop. 

Le malattie mentali sono un muro fortissimo ma costruito essenzialmente di edera, fittissima ma sradicabile. Tuttavia come le grandi case patronali, abbandonate nelle campagne da parecchi anni, diventano il partner perfetto per l’edera, tanto da non riuscire più a separarsi, questi due, ciò accade analogamente con le malattie neurodegenerative. Diventano così fitte e aggrovigliate da rimanere perenni nella persona che ne è affetta.

Sacks, nel libro citato prima, descrive una donna che ha subìto un’ictus massivo che le ha compromesso l’emisfero celebrale destro. Sacks racconta di come la signora non riuscisse mai a guardare a sinistra e anche quando doveva mettersi il rossetto, lo metteva solo nella parte destra, lasciando completamente bianco il labbro sinistro. “mi sento come la freccia di Zenone: non arrivo mai alla meta” confida la signora allo psichiatra. La meta era la mancanza di corrispondenza della parte sinistra, che la signora non riusciva non a vedere bensì a percepire. Era un qualcosa di estraneo, quando lo guardava allo specchio, quella parte speculare di corpo sinistro. “portatelo via!” 

Nella seconda parte del libro, Sacks si dedica invece agli “iper”, soprattutto le psicosi, incontrollabili. Gli iper sono gli eccessi, ancora più irrefrenabili dei “deficit”. In realtà si comprendono bene entrambi se li si studia e osserva in sinergia l’uno con l’altro. La neurologia “jacksoniana” ossia la classica, non prende in considerazioni questi stati iper alterati delle percezioni, li si definisce “stati mentali superpositivi” ironizzando, ovviamente. “la neurologia tradizionale […] ci nasconde la vita effettiva per le funzioni superiori quali l’immaginazione, la memoria, la percezione” sostiene Sacks. In realtà, si centra esattamente il punto perché si tratta di eccitazione, in ogni sua sfumatura, con eccessi di fantasia, impulso, mania. “La spinta di un’attività associativa e fantasticamente rigogliosa, pressochè incontrollabile, una mostruosa crescita di pensiero”

In realtà, Sacks sostiene vada attenzionato lo stare “troppo bene” di quel bene di cui non ci si preoccuperebbe mai nessun uomo, ma che è sintomo di neuropatologie.  Le sensazioni di felicità possono lasciare il posto a eccedenze di “grande pressione che minacciano di disintegrare, di fare scoppiare”.

“Ho troppa energia” sosteneva una paziente affetta da sindrome di Tourette .

Effettivamente questa sindrome si caratterizza per un eccesso di energia nervosa e produzioni di atteggiamenti bizzarri e incontrollati, mi riferisco ai tic, agli scatti, alle smorfie, imprecazioni, ai manierismi, tutto ciò che sfugge al controllo della mente e dipinge una nota di eccentricità in quella persona. La sindrome prende il nome da Gilles de la Tourette che nel 1885 descrisse tale stato emozionale. Gli impulsi tourettici, incontrollabili, creano un conflitto “fra un esso e un io” che in realtà può portare ad una forma di “psicosi” pericolosa e frenetica.

La “psicosi di Tourette” è molto più violenta di una psicosi comune, infatti si riscontrano frenesie motorie incontrollabili in associazione con la L-dopa(un precursore del neuro trasmettitore dopamina) somministrata ai paziente affetti dalla malattia del sonno “encefalite letargica” per la prima volta nel 1969. I pazienti passavano da un torpore fisico al polo opposto, quello dei tic e delle convulsioni. Avvicinandosi alle “frenesie confabulatorie” della psicosi di Korsakov. Sacks racconta di una donna che imitava i passanti, “metteva in caricatura tutte le persone che incrociava”, talvolta anche 50-60 tutte insieme, distorceva i loro tratti in una frazione di secondo, ma distorceva solo se stessa. Era vittima della sua psicosi, una convulsa curiosità di essere tutto o altro, anche per una frazione di secondo, doveva essere quello che vedeva, in maniera amplificatoria.

La diversità però è ben chiara. Colui che è affetto dalla psicosi di Korsakov non si rende conto del suo stato, il tourettico invece ne è assolutamente consapevole “con un’acutezza atroce” ma forse anche un po’ satirica, poiché non è detto che voglia porvi rimedio.

La questione è alquanto delicata, l’excursus delle malattie mentali è semi-infinito, cioè non circoscritto ma conoscibile. Qui si è voluto analizzare solo un deficit e un’iper, forse tra i più pericolosi e importanti. Oliver Sacks  ha rotto un edificio pieno di complessi errati sull’approccio alla neurologia e psichiatria e a quelle malattie che facevano e fanno ancora paura in chi le osserva dall’esterno. Ciononostante non esiste un limite, un confine che possa definire una persona malata da una sana (mi riferisco al livello emozionale piuttosto che esternamente visibile nel fisico e nei gesti), né tantomeno possiamo anche solo pensare di elevarci dall’alto della nostra superficialità e giudicare cosa sia giusto o sbagliato, perché quando si tratta di malattie, stati d’animo, pensieri, percezioni, non ci sono schieramenti né prese di posizione. “Voi che siete sani non potete immaginare la felicità che proviamo noi epilettici nell’attimo che precede il nostro attacco…non so se questa felicità duri qualche secondo, o un’ora o un mese ma credetemi, non la scambierei per nessuna gioia che la vita può dare” (T. Alajouanine, 1963).

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.