Banksy a Parigi, quando “L’arte libera la mente”

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È l’alba di mercoledì 20 giugno 2018, la Giornata mondiale dei rifugiati, e Parigi al suo risveglio lascia che siano proprio le sue mura a parlare.

Nei pressi di Porte de la ChapelleAvenue de Flandre e nel quinto arrondissement sono apparsi più murales, ma non attribuiti ad uno street artist qualunque, bensì a Banksy, il più famoso al mondo, la cui identità rimane ancora nascosta.

La notizia è stata diffusa da Artistikrezo: il suo direttore, Nicolas Laugero Lasserre, aveva riconosciuto il tocco dell’artista in un murale che raffigura una ragazza intenta a spruzzare una tappezzeria ,esposta nel 2009 nel Museo di Bristol, la città dei primi lavori di Banksy, per coprire una svastica, e non è un caso se proprio quest’opera si trovi a pochi metri da un vecchio centro di prima accoglienza dei rifugiati, smantellato lo scorso marzo.

Tra le testate giornalistiche francesi più importanti anche Le Monde e Le Parisien non tardano a definire le opere come un’aperta polemica alle manovre politiche del governo francese.

Il riferimento al tema di scottante attualità è chiaro anche in un altro murale parigino, una reinterpretazione del quadro “Napoleone che attraversa le Alpi” realizzato nel 1801 da Jaques-Louis David e rivisto da Banksy con il mantello del protagonista che diventa un velo, alludendo probabilmente al passaggio sulle Alpi dove tantissimi migranti rischiano la vita per passare dall’Italia alla Francia e aggirare le barriere imposte dal governo Macron.

Tra le altre opere anche la figura di un padrone, che nasconde una sega dietro la schiena ed intento ad offrire un osso al proprio cane, amputato dalla sua stessa zampa e una serie di ratti, segno distintivo dello street artist.

Il tema dell’immigrazione non è del tutto nuovo a Banksy, il quale nel 2015 aveva realizzato quattro opere in sostegno ai migranti della giungla di Calais, tra cui un ritratto di Steve Jobs, figlio di migranti siriani, per illustrare la crisi migratoria.

Giovanni Agosti si fece portavoce del messaggio secondo il quale “La storia dell’arte libera la testa” che fu anche titolo di una sua opera e la quale “formula” fu ispirata a sua volta una citazione-traslazione di “I film liberano la testa” di Fassbinder.

Il critico e storico dell’arte italiano durante il Festival della mente del 2008 affermó:

Non tutte le storie dell’arte aprono la testa, io continuo a credere che esistano alcune che servono ad aprire il cervello, che servono a mettere in azione la mente e il cuore e ce ne sono altre, invece, che esortano alla passività.

L’arte parla un linguaggio universale e occasioni come queste ci ricordano il suo grande potere di educare le nostre coscienze, di migliorare le persone, prendendosi cura della loro sensibilità e della loro umanità anche a costo di dover navigare controcorrente.

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Carla Livolsi

Nata a Nicosia il 12/06/1997.
Studentessa di Beni Culturali storico-artistici presso l’Università degli studi di Catania.

Curiosa per antonomasia ,mi nutro d’ogni forma d’arte e vivo con la valigia tra le mani .

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