Party Deleted: la triste storia del Partito Democratico

Come distruggere la Sinistra italiana e vivere felici, una guida di Matteo Renzi

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E’ la notte del 27 Maggio 2014 e migliaia di persone che, come il sottoscritto, nutrono la passione per la politica, sono incollate ai teleschermi per seguire freneticamente i risultati elettorali delle elezioni europee nel nostro paese. Dalle urne, la sorpresa: il Partito Democratico, al governo dall’Aprile 2013 sotto la guida di Enrico Letta e, dal Febbraio 2014 (ovvero, meno di tre mesi prima delle Europee), di un giovane Matteo Renzi, vince spettacolarmente il voto degli elettori con il 40% dei consensi degli italiani. Anche se si votava per eleggere il Parlamento Europeo e non quello italiano, le principali testate giornalistiche e l’opinione pubblica leggono questo risultato come una fortissima leggitimazione popolare del governo Renzi, e più in generale della leadership politica del PD. La destra, con il costante belato della Santanchè e della Carfagna ossessionate dal “governo non votato da nessuno”, guardano con orrore l’emorragia di voti che li relega in terza posizione dopo i nuovi arrivati del Movimento 5 Stelle, che arrivano secondi. E’ dunque euforia e gioia nel Partito Democratico, il cui esecutivo passa dalle urne per la prima volta dopo lo stallo del 2013, e ne esce con la forza politica per poter intraprendere le riforme del “Rottamatore” e “Leopoldiano” Renzi. L’Italia era pronta e in ansiosa attesa di una ventata di cambiamento. Poi cos’è successo?

Nel Luglio 2015 viene approvato il testo definitivo della Legge 107, nota al grande pubblico con il nome scelto dalla propaganda governativa: “Buona Scuola”. L’ambiziosa riforma della scuola pubblica da parte del Governo prevede una serie di cambiamenti epocali, come la (supposta) fine del precariato degli insegnanti iscritti in graduatoria da decenni in barba alle normative europee, e l’ingresso dell’azienda nel mondo della scuola come parte integrante delle attività formative, sia nei licei che negli istituti professionalizzanti. Il mondo della scuola tutto è in subbuglio, a partire dalle associazioni studentesche che annunciano battaglia con lo slogan (facile, ma che si rivelerà vero in molti casi) degli “studenti sfruttati” dalle aziende; i sindacati rispondono più timidamente come loro solito, ma dal basso, dai loro iscritti, la pressione è fortissima: il comparto scuola è unito nell’opporsi alla riforma. Riforma promossa dal partito che, storicamente, ha rappresentato la principale scelta degli insegnanti, per motivi storici e ideologici: insegnanti che ora gli girano in massa le spalle in cerca di altri lidi. La scuola è forse la prima “roccaforte” della Sinistra italiana a cadere, la prima di molte altre, per mano e opera del Presidente del “Partito della Nazione”: Matteo Renzi. 

La formula che potrebbe riassumere efficacemente le conseguenze delle riforme Renziane, partendo dal Jobs Act (con la vituperata rimozione dell’Articolo 18 dallo Statuto dei Lavoratori, che praticamente nessuno si era filato fino a quel momento) e passando per la già citata Buona Scuola, potrebbe essere “Sinistra contro Sinistra”: l’agonia e l’imminente morte di una parte della storia politica di questo paese non è infatti un omicidio ma, per molti versi, un suicidio. Come già sostenuto da molti osservatori, Renzi ha tentato il colpaccio ripensando il Partito Democratico come catch-all party all’americana: il “partito prenditutto”: un po’ di liberismo qui, con sgravi fiscali alle imprese; un po’ di populismo economico lì, con l’elargizione del bonus di 500 euro a studenti e insegnanti nel vano tentativo di riconquistarne il consenso; un pizzico di caro vecchio Welfare State, con la creazione del Reddito di inclusione per le fasce più disagiate della popolazione. Il problema è che, come dimostrano i risultati delle ultime elezioni politiche del 4 Marzo e ancor di più le ultime amministrative, la strategia non ha assolutamente funzionato. Ha permesso anzi a forze politiche considerate defunte fino a pochi anni prima (leggi: Lega Nord, sempre più Lega e sempre meno Nord, e Movimento 5 Stelle, con qualche nuvola all’orizzonte dopo l’ultima tornata elettorale) di penetrare a fondo nel proprio elettorato e di conquistare il potere, riuscendo a interpretare meglio del PD il ruolo di catch-all party, passando dalla retorica degli slogan Renziani alla retorica dell’urlo Salviniano-Dimaiano che tanto piace alle masse. 

Sulle motivazioni del crollo del PD sono stati scritte fiumi di parole, additando le più svariate ragioni: l’avanzare dei populismi, lo scollamento della leadership di partito dai territori, l’arroganza di Matteo Renzi che si dimette da Segretario politico e continua ad andare in TV, mantenendo l’effettivo controllo delle strutture di partito, la mancanza di incisività (percepita) del suo governo. Il dato che risulta interessante è che il Governo Renzi, a dispetto di facili propagande, lascia il paese meglio di come lo ha preso nel lontano 2013, con una crescita economica lenta ma esistente, con la rimodulazione della Pubblica Amministrazione con la legge Madia, seppur con un maggior indebitamento nei conti pubblici e con una scandalosa (ma necessaria) operazione di salvataggio di banche decotte come principale macchia sul quadro complessivo del suo operato. Il problema è che la reale tempesta non è quella che le forze politiche oggi al governo, la Lega di Salvini e il M5S di Giggino Di Maio, hanno creato a loro uso e consumo con l’emergenza migranti l’uno e con i “vitalizzi dei parlamentari” (sic) l’altro; la vera tempesta verrà nel 2019, con la fine del Quantitative Easing e la consequenziale risalita dei tassi d’interesse sul debito. Con le politiche economiche di questo strano governo, basate su protezionismo, tagli fiscali ed elargizioni ai disoccupati, il debito pubblico sicuramente salirà: quando torneremo al 2011, con lo spread oltre 500 punti, però, non ci sarà il PD del 40% pronto ad assumersi la responsabilità politica di traghettare il Paese attraverso una seconda fase “lacrime e sangue”; in altre parole, il tracollo del PD e il forte ridimensionamento delle cosiddette “forze responsabili” (i cari vecchi moderati nelle fattezze di Forza Italia, dei centristi e del PD stesso) ci lascia più interrogativi che risposte: chi sosterrà il futuro governo tecnico? La Lega di Salvini non è quella di Bossi, la stampella di Silvio; e il M5S ha fatto dell’opposizione ad oltranza, almeno finché c’è qualcun altro a cui scaricare la patata bollente, un suo leit motiv. 

Ma c’è un’ulteriore riflessione necessaria: dalla Sinistra, si lanciano accuse al vitriolo contro il PD, usando come capo d’accusa il non essere “abbastanza-di-sinistra” del partito: non sa più parlare con gli operai, è strapieno di intellettualoidi radical chic, rappresenta solo elites molto ristrette. La fallacia di questo ragionamento è che chi lancia queste accuse vede il Partito Democratico come diretto erede del PCI di Berlinguer (riservando a Occhetto e alla sua svolta una specie di damnatio memoriae); non c’è stato nessun Governo D’Alema che ha bombardato il Kosovo, nessun Ulivo e Margherita e nessuna convergenza tra questi; nessun governo Prodi schierato con l’ “Europa dei mercati” (ma quanto ci piaceva l’Europa a quei tempi?). In breve, chi fa questi ragionamenti taglia fuori gli ultimi 20 anni di storia politica italiana, e trova in Renzi il capro espiatorio di un processo iniziato quando ancora il nostro Matteo giocava alla Ruota della Fortuna; per quanto si possa incolparlo di aver gestito in modo pessimo gli uomini del suo Governo e l’operato del suo Giglio Magico, a partire da Maria Elena Boschi, non gli si può imputare di aver reso il PD un partito di centro: lo era già nel DNA. E, oltretutto, gli esperimenti nati a sinistra del PD, i vari Possibile, Sinistra Italiana, MDP e infine Potere al Popolo, hanno riportato pessimi risultati elettorali, dimostrando che in via teorica l’intuizione di Renzi non era sbagliata: gli italiani non hanno fame di Sinistra. E se dovessero averla, i loro appetiti di più Welfare, più soldi e più “pugno duro” (ma sicuramente non “pugno chiuso”) vengono apparentemente saziati dai partiti populisti già citati che non si preoccupano di sforare soglie di debito, rapporto debito/PIL o qualunque altra formuletta che tiene invece al guinzaglio governi “moderati” e “responsabili”. L’unica Sinistra nel paese che manca è quella che dovrebbe fare da lume della ragione, smascherando le false promesse degli uomini forti e della retorica istituzionalmovimentista dei Cinque Stelle. Ma, per dirla alla Frank Underwood, nell’epoca della morte della Ragione, chi ha bisogno di lumi? La pancia del paese brontola, e gli chef iniziano a sfornare pietanze: qualcuno dovrà pagare il conto. 

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.