Riscrivere Dublino: la sfida per il ritrovamento dell’identità italiana

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Nel 1997 entra in vigore il Trattato di Dublino, che consegna agli allora dodici membri della Comunità Europea una bozza di regolamentazione comune delle discipline migratorie e della gestione degli asili politici. Rivisitato nel 2003 e poi nel 2013, oggi il Trattato è obsoleto. Ma cosa è cambiato? Perché quelle regole non sono più favorevoli per l’Italia?

Il Trattato di Dublino fu firmato in una temperie migratoria completamente diversa da quella attuale. Non tanto Dublino I, quanto Dublino II e Dublino III operavano in un contesto in cui i flussi migratori partivano principalmente dall’est Europa, colpendo in primo luogo altri paesi e solo successivamente l’Italia. Polonia, Romania, Russia, Serbia: erano questi i “porti” terrestri dai quali partivano uomini, ma soprattutto donne con bambini, in cerca di una occupazione.

Ai sensi del Trattato, se un soggetto si introduce clandestinamente in un Paese, questo, in quanto primo Paese ad aver contatto con il migrante, è competente ad esaminare la domanda di asilo politico per procedere al suo accoglimento o rigetto. La regola dunque è quella del “primo Paese”.

Fatta questa premessa è semplice comprendere come oggi questa regola sia nettamente sfavorevole per l’Italia: come se i pezzi di un puzzle fossero stati mescolati, la rotta di provenienza dei migranti è cambiata, e ciò è sotto gli occhi di tutti. Guerre, fame, carestie e malattie, l’assenza di un futuro spingono dall’Africa verso l’Italia che è fisiologicamente il primo attracco. È chiaro che stando così le cose Dublino va riscritto: qui non si tratta di essere leghisti o di sinistra, qui si tratta di porre le basi per una giusta ed equa cooperazione internazionale. Il primo paese di attracco, che non può non essere tale in quanto si trova al centro del mediterraneo ed è un faro di salvezza per chi si avventura in mare con un barcone (ah, la pacchia), non può per ciò stesso essere l’unico responsabile della vita dei migranti. L’Europa nasce a seguito della Seconda Guerra Mondiale sulla base di un comune sentimento di cooperazione per la pace e il benessere dei popoli. Se questo è ancora il sentimento che muove il nostro percorso, un percorso che non può essere interrotto né cambiato, allora l’Italia non può essere lasciata sola.

Al diavolo tutti quei proclami che odorano di ventennio, al diavolo l’odio del diverso e il razzismo che sta germogliando tristemente nella nostra società: in un mondo globalizzato e sempre più evoluto, chiunque ha il diritto di cercare altrove il proprio avvenire. La libera circolazione è foriera di pace e di benessere, sia per chi parte che per chi accoglie. Ma la salvezza e il miglioramento delle vite di chi arriva dall’Africa non possono essere affidate esclusivamente all’Italia. Il peso delle migrazioni, il fatto che il razzismo stia dilagando tristemente, dipendono esclusivamente da due fattori: l’ignoranza di chi afferma ancora, nel XXI secolo, il primato di un popolo rispetto ad un altro (quali le basi, quali i motivi?); ed il peso che il problema delle migrazioni rappresenta per il Paese, peso economico e peso sociale non indifferenti.

Lotta all’ignoranza e cooperazione internazionale mirata allo sviluppo degli altri popoli potranno forse scongiurare le piaghe dell’odio e del razzismo, che ciclicamente tornano a colorare di nero la nostra storia e ad insegnarci che spesso l’uomo torna su sbagli già compiuti.

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Michele Tarantello

Nato a Carrara il 05-08-1997. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Di Rudinì" ed oggi studente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Catania.
Pensatore per natura e giornalista per passione.

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