Elezioni in Messico: l’addio a Peña Nieto.

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Tra pochi giorni, l’1 luglio, avranno luogo le elezioni presidenziali e parlamentari in Messico. I cittadini saranno chiamati a rinnovare il capo di stato e i 500 membri della camera e i 128 senatori che resteranno in carica per tutto il tempo del mandato presidenziale -6 anni- dunque fino al 2024.

Le elezioni sono attese con ansia da parecchi anni, infatti, i cittadini messicani non tollerano più le prepotenze e le ingiustizie alla luce del giorno del presidente uscente, Enrique Peña Nieto. Quest’ultimo appartenente al “Partito Rivoluzionario Istituzionale“, è salito grazie a qualche broglio elettorale e non ha operato alcun tipo di rivoluzione né sociale, né politica come al contrario si augurava la popolazione, in virtù delle parole speranzose che erano state pronunciate dallo stesso, qualche giorno prima delle votazioni, nell’allora 2012, allo stadio Azteca di Città del Messico.

Durante questi sei anni di mandato, la politica di Peña Nieto è stata contraddistinta da soprusi e sistematici contatti con il cartello messicano, uno tra i più potenti al mondo, e con i diversi cartelli presenti in moltissime città dello stato. Un governo all’insegna della corruzione, degli scandali tanto politici quanto sociali. Una politica di estrema destra quella del presidente del PRI che invece di far progredire lo stato lo ha rinchiuso ancor di più nella vertiginosa spirale di criminalità in cui da sempre risiede. “Il bello delle donne”, così veniva chiamato, avrebbe dovuto tenere sotto controllo le organizzazioni criminali, ostacolarne quanto meno l’attività, ma in un paese controllato dal cartello se ti opponi, tiri le cuoia. Di conseguenza, deve essere senza dubbio apparsa più ragionevole l’ipotesi di asservire anche le autorità agli sporchissimi traffici dei cartelli.

Tutelando, in ultima analisi, solo i suoi interessi, non del suo stato. Continuando su questa linea, è incommentabile la condotta del capo di stato all’indomani della, purtroppo, celebre “strage di Ayotzinapa” avvenuta il 26 settembre 2014 a Iguala, in Messico e che rende evidentissimi i rapporti tra governo e cartelli. Alcuni studenti del “Escuela Normal Rural” di Ayotzinapa, in Trixla (Guerrero), sequestrarono alcuni bus per partecipare ad una manifestazione presso Città del Messico. Rintracciati dalla polizia, vennero assaliti; lì ebbe inizio la carneficina.

Vi fu una violentissima sparatoria, solo pochissimi studenti tra i presenti riuscirono a scappare, alcuni morirono durante la colluttazione con le forze (non) dell’ordine, molti altri vennero rapiti e tenuti in custodia dalla polizia e su ordine del sindaco della città, Luis Abarca, vennero dati in pasto alla banda “Guerreros Unidos” con l’esplicito scopo di scarnificarli, renderli corpi irriconoscibili. Per motivare i membri della banda in quest’atto lo stesso sindaco e gli organi della polizia locale fecero credere a costoro che erano dei ragazzi appartenenti alla banda rivale, il gruppo dei “Los Rojos”, della già sopra citata. La maggior parte degli studenti fu uccisa in diverse discariche, infatti, dopo essere stati torturati, vennero bruciati vivi. Sopra di loro decine di copertoni e oggetti che potessero alimentare il fuoco. Fuoco  che bruciò ininterrottamente per diversi giorni, fin quando non carbonizzò tutto. I resti furono successivamente gettati in un fiume, il San Juan.

Quando venne ritrovato il corpo di un ragazzo con segni tangibili di torture e gli occhi cavati, la notizia della strage scosse tutto il mondo. Ancora oggi, varie manifestazioni a livello internazionale chiedono di fare luce totale sull’accaduto e non un circoscritto e limitato cono di luce. Una vicenda su cui Peña Nieto, comunque, non si è mai esposto più di tanto per allargare il cono. Questo scarso interesse alimenta svariate ipotesi sulla consapevolezza del presidente riguardo all’accaduto. Ma “Quis custodiet ipsos custodes?”  affermava Giovenale nella VI Satira ossia “chi controlla i controllori?” frase ripresa e introdotta da un noto rapper “Kaos” in una sua celebre canzone: “Prison Break”, sulla scoperta delle prigioni mentali prima che sociali presenti in un individuo. Furono arrestati il già citato Luis Abarca e sua moglie, considerati i veri mandanti della strage, nonché molti uomini della polizia, ma la vicenda non è ancora ben chiara.

Risultati immagini per strage di ayotzinapa murales per le vittime della strage di Ayotzinapa. “43. Ayotzinapa. era lo stato” (copyright: AgoraVox Italia)

Uno dei movimenti di protesta molto attivo all’interno dello stato è “Yo Soy 132” che conta centinaia di migliaia di persone di ogni età e sesso, ragazzi, adulti, anziani. Il numero del movimento è cresciuto febbrilmente a seguito della strage sopra citata. L’obiettivo? Manifestare tutto il loro dissenso per uno stato che non li rappresenta e che nega costantemente i diritti dei cittadini. Si battono per la libertà di espressione, per l’eccessiva vena conservatrice del presidente, per la fine del controllo, da parte dello stato, dei mezzi di comunicazione, di internet. In generale, per la propria libertà. 

Risultati immagini per yo soy 132 manifestanti di “Yo soy 132” (copyright: global project)

Nelle elezioni di questo 2018 appare, invece, favorita la sinistra. In particolare, spicca il nome di Andrés Manuel López Obrador, già due volte candidato presidenziale con la coalizione populista di sinistraJuntos haremos historia” e a tutt’oggi creatore di un proprio partito: MORENA (Movimento Regeneración Nacional) di indirizzi populisti. Obrador e il suo partito propongono diversi cambiamenti a livello economico, dopo il fallimento dell’economia neoliberale, che portò alla crisi del 2016. Egli propone la nascita di un nuovo modello economico per recuperare la sovranità del paese. Tuttavia, il nuovo modello economico, a ben vedere, potrebbe creare uno scontro tra i paesi dell’ “Alianza del Pacifico” quindi tra Messico e paesi latinoamericani, creata nel 2012. Dunque anche questo indirizzo politico porta con sé dei grandi punti interrogativi sull’effettiva gestione delle risorse e del benessere civile.

Il Messico era e resta un paese gestito essenzialmente dalla criminalità, dall’iniquità, da tantissime ingiustizie sociali. Tutti lo sanno, nessuno sembra intervenire davvero. È un paese che cerca di emergere, sulla scena internazionale, con grandissime difficoltà, molte delle quali connaturate alla cattiva gestione dello stato da parte dei presidenti succedutisi nel corso del tempo. L’ultima parola resta ai messicani, al governo che sceglieranno e alla lungimiranza di questo. Si aspetta l’1 luglio.

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.

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