Full Metal Jacket: Stanley Kubrick spiega, tra politica ed umanità, l’insensatezza della guerra.

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Nel 1987, ispirandosi al romanzo Nato Per Uccidere di Gustav Hasford (ex marine), Stanley Kubrick realizza uno dei suoi più grandi capolavori del cinema bellico, Full Metal Jacket. Il nome è riferito alla copertura metallica dei proiettili 7:62 anticarro. Tra gli attori, quello che maggiormente hanno colpito l’immaginario collettivo del “capo militare”, spicca il nome di Ronald Lee Ermey (deceduto lo scorso 15 Aprile), anch’egli ex militare americano. Il film è costato 17 milioni di dollari ed è stato realizzato quasi per intero nei pressi di Londra, in cui vennero importate delle palme per ricostruire verosimilmente lo scenario vietnamita. Il film apre una nuova frontiera nelle rappresentazioni cinematografiche degli scenari di guerra; non offre solo una rivisitazione della guerra del Vietnam, ma anche tutto ciò che venne prima di essa, come i duri addestramenti e sopratutto i lavaggi del cervello ai soldati che avrebbero dovuto combattere la guerra più sbagliata ed insensata nella storia americana (almeno fino a quel periodo). I soldati venivano umiliati mentalmente e fisicamente, come specchio della realtà degli addestramenti militari americani. Lo stesso Lee Ermey (il sergente Hartman), mostrò a Kubrick un suo video in cui insultava gli attori intenti a fare provini per entrare nella pellicola: la crudeltà e la spietatezza di Lee, portarono il regista a convincerlo nel dargli la parte più importante del film, quella dell’uomo demolitore di altri uomini.

Il film è nettamente diviso in due parti. Nella prima parte viene mostrato, in modo nudo e crudo, l’addestramento della reclute marine, portate all’estremo dal punto di vista mentale, dal loro capo istruttore. Nella prima parte i temi principali sono la totale disumanizzazione e la non paura di uccidere altri esseri umani. Questo lavaggio del cervello, trova la sua attuazione nella terza parte del film, quando uno dei protagonisti, Joker, scopre che cosa voglia dire essere uomo ed uccidere. La prima parte è un esaltazione geniale di Kubrick del tema dello “sguardo fisso”: l’istruttore, nelle sue lunghe e veloci sequenze parlate, non staccha mai lo sguardo dagli occhi dei “quasi soldati” (definite merde da Hartman). Quello sguardo che alla fine ottiene, a discapito della propria sanità mentale, il soldato Palla di Lardo (fatto ingrassare a posta dal regista per dargli questa parte). Palla di lardo, già affetto da piccoli disturbi mentali, al termine dell’addestramento perde del tutto la cognizione ed impazzisce, arrivando ad uccidere il suo capo e sopratutto se stesso.

Un tema fondamentale trattato in maniera geniale da Kubrick è il crollo della società, intesa nel campo di addestramento (visto però come posto sicuro) e sopratutto in guerra (dove nessuna regola ti salva dalla morte). Il modo in cui il regista mostra allo spettatore la crudeltà e l’assenza di significato della guerra, è dimostrato da scene crude, come nello stile di Kubrick. In guerra, ma anche nello stesso campo, la crudeltà è sovrana (il soldato palla di lardo viene massacrato nel suo letto da tutti i suoi compagni, a colpi di saponette).

Kubrick si riconosce in tantissimi tratti del film; nell’uso della camera a mano che permette di avere una visione realistica della scena e l’espressionismo forte dei suoi girati (come ad esempio in Arancia Meccanica). Niente di più spietatamente geniale. Direi che dopo l’incredibile assalto verbale dei primi 40 minuti, grazie all’interpretazione superba di Lee Ermey, l’interesse dello spettatore diminuisce seguendo le vicende del mite Joker. In generale, le scene più atroci non sono particolarmente terribili, anche se la sequenza in cui il mitragliere spara indiscriminatamente sui civili dall’elicottero è spaventosa. L’interesse si risveglia nella sequenza del cecchino, ma non si riesce a coglierne il significato perchè Kubrick non ne spiega chiaramente le intenzioni. Per tutto il film Joker conserva la sua umanità, nonostante il lavaggio del cervello dell’esercito, e alla fine è costretto a compiere delle scelte morali. Si consola però pensando di essere ancora vivo, seppure in mezzo all’inferno (“Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo. E non ho più paura”).

Altri temi presentati sono la perdita dell’umorismo (visibile quando il sergente strangola Palla di Lardo continuamente sorridente), la violenza ed il cameratismo, l’ordine che vige nella caserma, l’infantilismo perso e demolito dalle parole di un superiore, la ribellione (le continue battute di Joker in caserma e sul campo di battaglia). Niente però smorza del tutto la tensione.

C’è un tema, che più di tutti è presentato in maniera rilevante dal regista: la questione politica, la posizione del governo USA sulla guerra in Vietnam. Il regista fa esplodere il punto di vista politico dei soldati in maniera totalemente ironica, come una sorta di denuncia al governo americano, per aver deciso di combattere una guerra senza un preciso scopo (una guerra, alla fine, persa). La scene delle interviste ai soldati sono incredibili, sono un mix di nazionalismo di alcuni fanatici della guerra (vedi Hanimal) e la confusione di altri, che non capiscono, per quale valido motivo, sono stati mandati a migliati di chilometri da casa (un soldato intervistato dirà: “volete sapere se sono favorevole all’intervento americano in Vietnam? Ah boh, io ci sono venuto”).

E’ un film che esalta la lotta al comunismo da parte dell’occidente, che negli anni della guerra fredda, era al centro di qualsiasi questione politica e non. E’ indubbiamente il film di guerra più politico nella storia del cinema.

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Endrio Zanti

Mi chiamo Endrio Zanti, 29 anni, studio comunicazione e lingue a Catania, aspirante giornalista, aspirazione dovuta alla passione per l'informazione e la scrittura, relative a tematiche storiche, culturali e di attualità.

2 commenti

  1. Bravo ma ormai sei un giornalista?? Ben scritto molto limpido complimenti

  2. Bravo è un piacere leggerlo

Un commento ci fa sempre piacere!

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