Donne (islamiche) al volante! Progresso o finzione?

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Sembrerebbe che – finalmente – anche il mondo orientale stia cominciando a rivalutare la figura femminile: dallo scoccare della mezzanotte del 24 giugno 2018, in Arabia Saudita anche le donne potranno guidare in tutta libertà un’auto. 

A concedere tale “lusso” è stato il re Salman, spinto però dal volere dal principe ereditario Mohamed bin Salman a cui comincia a stare stretta la grettezza del suo Paese; fino al 2017 infatti il World Economic Forum collocava l’Arabia Saudita al centotrentottesimo posto su centoquarantaquattro Paesi in merito alle pari opportunità.

Questi ultimi dodici mesi dunque sono stati ricchi di novità per il gentil sesso islamico che, d’ora in poi, potrà partecipare ad alcuni sport all’aperto, assistere alle partite negli stadi, far parte dell’esercito e dei servizi segreti; si tratta di piccoli ma importanti passi, frutto di molte lotte attiviste partite anche dalle carceri.

Esistono però ancora troppi divieti inimmaginabili che rendono le donne islamiche schiave di una società al maschile. Ad oggi non possono aprire un conto in banca, decidere di separarsi o divorziare, anche solo uscire con un’amica. Ogni azione, anche la più banale, deve prima essere autorizzata dall’uomo che muove le fila della volontà femminile; sembra irrazionale, ma anche un fratello o addirittura un figlio possono ricoprire le vesti di “tutore”. Si tratta dunque di problematiche ben più gravi, che prescindono dalle differenze di genere e sfociano nella mancanza di un qualsivoglia legame affettivo. Ma non è tutto…

 Le pulsioni femminili devono essere soppresse perché sbagliate, scandalose. Ci si trova dinanzi una società arida, guidata da un ideale religioso che forse non è in grado di comprendere appieno: secondo il Corano infatti la moglie ha il diritto di pretendere l’orgasmo dal marito, il testo sacro esalta la sua sessualità e la protegge, autorizzando la donna – in caso contrario – a chiedere il divorzio. È sbagliato allora parlare di bigottismo religioso, sarebbe più corretto parlare di bigottismo “ignorante”, dal momento che ci si confronta con una realtà che ignora il suo vero credo e finisce con il calpestarlo.

Come si può allora parlare di progresso se alla donna non è concesso di esprimersi nella sua interezza?

La sua sessualità è stata sempre “mutilata” – in tutti i sensi –. Quello che Salman ha fatto è sicuramente degno di nota, ma non è sufficiente a cancellare le ripetute umiliazioni subite dalle donne islamiche, donne che all’età di nove anni, senza nemmeno avere il tempo di confrontarsi con i cambiamenti del proprio corpo, si ritrovano cucite nell’intimità come delle bambole di pezza, rattoppate come se la loro femminilità fosse portatrice di chissà quale male. In questo scenario così deprimente e macabro, ciò che sbalordisce maggiormente è il fatto che ad occuparsi di tale pratica siano le donne stesse: 

“Quando avremo tolto questo «kintir» (clitoride) tu e tua sorella sarete pure.

Altre due donne mi tennero le gambe divaricate. Un’altra prese un paio di forbici. Con l’altra mano afferrò quel punto misterioso e cominciò a tirare […]

Vidi le forbici scendere tra le mie gambe e la donna tagliò piccole labbra e clitoride. Sentii il rumore, come un macellaio che rifila il grasso da un pezzo di carne. Un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana […]

Non c’è più tutto il tessuto necessario perché le gambe possano essere divaricate completamente. Nessuna farà più la spaccata. Anche dare un calcio a un pallone può essere impossibile, come andare a cavallo o, nei casi più gravi, nuotare a rana.

Le donne non possono più divaricare le gambe per accovacciarsi e urinare e, dove non esistono water, devono urinare dalla posizione in piedi con l’orina che scola tra le gambe, scola un filino alla volta, una goccia alla volta.

Io e mia sorella cominciammo a bagnare il letto quell’esperienza”.

Nelle parole di Ayaan Hirsi Ali si percepisce tutto il dolore, il terrore, la rabbia verso chi non è stata capace di proteggerla e le ha fatto pentire di essere nata “femmina”. 

Si è perciò ancora molto lontani dal raggiungimento di una parità dei sessi, e forse quella non si avrà mai, ma la consapevolezza nata nei cuori delle donne islamiche che stanno cominciando a lottare per la propria identità, è sicuramente la vittoria più importante.

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Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.

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