Depistaggi sul processo Borsellino Quater, la verità è lontana.

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Il 30 di giugno, i giudici della corte d’assise di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo “Borsellino quater” quando, il 19 luglio 1992, un autobomba uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

I giudici, in 1856 pagine e 12 capitoli, ricostruiscono la verità, nella quale la serie di depistaggi arrivano dai piani alti dello Stato, infatti la corte scrive “ è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”; quegli stessi soggetti che indussero Vincenzo Scarantino ad affermare false dichiarazioni, a perdere tempo con i molteplici processi e facendo condannare sette innocenti all’ ergastolo. Scarantino se l’è cavata con la prescrizione; i giudici gli hanno concesso la prescrizione per l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

La corte d’assise di Caltanissetta afferma che il pool che indagava nel ’92, guidato da Arnaldo la Barbera, all’ epoca indirizzò l’inchiesta dove volevano loro e crearono a tavolino falsi pentiti, tra cui il famoso Scarantino, il quale davanti ai giudici raccontò una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato, anzi gli oggetti e le situazione affermate da Scarantino erano vere, ma è stato qualcun’altro a compiere l’attentato.

Quali erano le finalità di questo depistaggio? La corte scrive due ipotesi: la prima è la copertura della presenza di fonti rimaste occulte; “ che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee al loro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà”. L’altra è “l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato”. Quest’ultima teoria è in linea con il processo sulla trattativa Stato – Mafia e viene rafforzata l’ipotesi di una collaborazione tra le alte istituzioni e la mafia. Inoltre i magistrati parlano anche della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita subito dopo l’attentato e scrivono: “ruolo fondamentale nella costruzione della false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato della sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Inoltre, la procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. I tre poliziotti sono: Mario Bo, Michele Ribaudo, Fabrizio Mattei, tutti e tre accusati di calunnia in concorso. Grazie al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la Procura di Caltanisetta è riuscita ad individuare i veri colpevoli della fase preparatoria della strage, inoltre ha ricostruito i vari presunti ruoli dei tre poliziotti, i quali hanno fatto pressioni su Scarantino,  istruendolo su cosa dovesse dire davanti al giudice. Un pentito inattendibile ma questo piano funzionò, arrivando fino alla Cassazione e condannando all’ ergastolo gente che non c’entrava con la strage come: Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana e Giuseppe Urso.

In un’intervista il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, ha affermato dichiarazioni molti pesanti sia sui magistrati che hanno indagato sulla strage del fratello sia sulle istituzioni. “i magistrati che sono stati responsabili non del depistaggio ma di aver avvallato un depistaggio che era assolutamente certo che fosse un depistaggio” inoltre afferma anche “peggio di tutto il resto, anche del fatto che sia un depistaggio di Stato”, “questo depistaggio conteneva degli elementi che erano veri, e sono stati messi in bocca a un falso pentito degli elementi che invece erano veri. C’era qualcuno che conosceva queste verità e che invece di adoperarle per poter arrivare alla giustizia ha istruito un falso pentito in maniera da deviare le indagini verso qualche altra direzione”.

Salvatore Borsellino condanna anche i governi che si sono succeduti dal ’92 in poi, “non c’è stata mai una vera volontà di combattere la mafia migliorando e portando avanti quei provvedimenti legislativi che erano nati proprio grazie al lavoro di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Tutto questo non c’è mai stato. Non c’è stata mai una volontà corale dei Governi che si sono succeduti dalla fine della guerra a oggi di combattere veramente la mafia”.  Fa anche un appello anche ai giovani, “ io dei giovani mi fido, anche perché tanti di questi giovani li ho incontrati nei meet up quando 20 anni fa andavo in giro per l’Italia a parlare di verità e giustizia, erano solo loro ad invitarmi”.

Infine conclude con “ credo che sia possibile arrivare alla verità e per la giustizia, continuerò negli anni che mi restano a combattere per la stessa cosa”.

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Carmelo Schillaci

Nato a Cuneo il 15/01/2001. Frequenta il quinto anno del liceo "Concetto Marchesi" di Mascalucia.
"Gli uomini passano, le idee restano e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini"
Giovanni Falcone