Paolo Villaggio è morto un anno fa, Fantozzi no.

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Un anno fa, il 3 luglio 2017 in una clinica nella capitale d’Italia, si spegneva il celeberrimo attore, comico ma anche conduttore e scrittore italiano Paolo Villaggio. La causa del decesso è: diabete mellito. La figlia, Elisabetta Villaggio, racconta al corriere della sera la scarsa attenzione da parte del padre per la propria salute, infatti l’attore non ha curato la propria malattia per più di trent’anni. E aggiunge “non ha mai accettato le regole […] ma in questo modo ci ha insegnato la forza d’animo”. Nato a Genova nel dicembre del ’32, il drammaturgo ebbe un’adolescenza  rocambolesca vissuta nel pieno degli anni con il cantautore, genovese anch’egli, Fabrizio De André.

Raccontava De André: “L’ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina; io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto e lui lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore e mi diceva: “Guarda, tu le parolacce non le devi dire, tu dici le parolacce per essere al centro dell’attenzione, sei uno stronzo”  .

I due artisti, che si divertivano a credere di esserlo quando il loro genio non si era ancora manifestato, composero due canzoni insieme in cui i testi vennero scritti da Villaggio e musicati dal cantautore; “Il Fannullone” e  Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers” le quali non solo non ebbero successo, sul momento, ma procurarono ad entrambi incomprensioni con la giustizia. Vennero querelati.

 La fama dell’attore inizia intorno a fine anni ’50 inizio anni ’60. Infatti negli anni ’50 entra a far parte di una compagnia teatrale di Genova, la “Compagnia goliardica Mario Baistrocchi” e nel ’67 Maurizio Costanzo lo contatta per farlo esibire in un cabaret di Roma, il “sette per otto”. Inoltre sempre nello stesso anno debutta nel programma radiofonico “il sabato del villaggio”  interpretando un impiegato insoddisfatto e bizzarro, che da lì a qualche anno prenderà nome e forma e rappresenterà il suo maggior successo cinematografico e televisivo: il ragionier Ugo Fantozzi. Nel 1968 conduce “quelli della domenica”  intrattenendo il pubblico con due caricature apparentemente opposte ma accomunate dalla stessa frustrazione, resa perfettamente attraverso la mimica sbalorditiva e empatica di Villaggio:  Il burbero Professor Kranz, un tedesco, e il sottomesso Giandomenico Fracchia, un impiegato. 

Il personaggio di Fracchia, a detta dello stesso demiurgo è : “l’ipertimido, il caso patologico”. Un caso patologico perché Fracchia è un insicuro cronico, la sua somma paura si realizza nel non riuscire a sostenere una conversazione per l’incapacità di sapersi esprimere in certi contesti, il dover prendere iniziativa lo terrorizza. È inevitabile dunque che un uomo così tanto inabile nel saper prendere posizione, diventi l’oggetto preferito di scherno, di riso e modello di riferimento per la sfortuna. Fracchia si può accostare ai protagonisti dei romanzi di Italo Svevo, un inetto con la paura di esserlo, condannato in eterno a subire una sorte che non gli appartiene e da cui lo stesso desidera evadere: le battute taglienti, le frasi schiette e inaspettate, sono un esempio di ribellione. Tutto ciò denota un’angoscia esistenziale. La grandissima capacità di Villaggio, che lo ha reso un’artista  diverso da molti altri, risiede nel fatto di non aver messo solo in scena delle figure ma di averle rese vive, pur con una personalità caricaturale Fracchia e Fantozzi, infatti, rimangono figure dai contorni chiari, delineati e stracolmi di denuncia sociale oltre che patetici  (nell’accezione greca del termine). 

Il personaggio di Fantozzi viene proposto inizialmente su carta con la presentazione del libro, intitolato proprio “Fantozzi” uscito nel 1971, seguito nel ’75 da diversi film. Il ragioniere ha molto in comune con Fracchia ma non è Fracchia. È un impiegato più sveglio, attivo, ha un bel rapporto con i colleghi di lavoro, soprattutto con Renzo Filini, il compagno di avventure, interpretato da sempre dall’attore Luigi Schroeder, in arte Gigi Reder, e dalla storica fiamma di Fantozzi , la signorina Silvani, interpretata da Anna Mazzamauro. 

I film di Fantozzi hanno entusiasmato e fatto ridere fino a far male la faccia, intere generazioni, hanno lasciato nella storia della filmografia italiana un’impronta profonda. Le celeberrime battute fantozziane e fracchiane ancora oggi vengono utilizzate e procurano il riso anche tra i giovani di molte generazioni successive. “com’è umano lei!” diceva sempre Fracchia. “92 minuti di applausi!” o “la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!” alcune delle celebri uscite alla Fantozzi con quella voce a metà tra il cavernicolo appena sveglio e l’autoironia che in realtà divenne ironia della propria condizione, da parte di tutti gli italiani. Erano gli anni del “boom” economico quelli di “Fantocci” la gente era spensierata, ma consapevole ognuno della propria condizione sociale. Era passato da poco il ’68, le rivolte sociali erano a fior di pelle. Villaggio denuda, con tono sempre umoristico e ridicolo, una classe sociale, la media borghesia, in cui il padre di famiglia è spesso un impiegato pubblico o un banchiere o un ragioniere, che è costretto a rispettare turni lavorativi devastanti, scendere a compromessi, essere insultato dal “dirigente megagalattico” (nome impronunciabile, chiara iperbole del potere leviatanico delle classi al vertice che rende molto bene l’idea di sfruttamento) ossia il suo capo, pur di non perdere il lavoro. Ancora, tornare a casa e risolvere le scocciature domestiche anche se la moglie fantozziana è una donna gentile e servizievole nei confronti del marito, il quale spesso la prende come capro espiatorio. La percezione di Fantozzi e soprattutto quella di Villaggio è lucida: la felicità e la spensieratezza sono un lusso, non possono essere neanche adombrati da chi è costretto a lottare ogni giorno con la demistificante necessità di sostenere una famiglia. Questo si ravvisa anche nelle innumerevoli avventure di Fantozzi, perseguitato dalla “nuvoletta” negativa che minaccia un temporale catastrofico su tutti i dipendenti e in generale sugli uomini come Ugo. 

Il personaggio si pone benissimo, inoltre, come l’effige dell’italiano medio amante del calcio, ottima forchetta, lamentoso per ogni situazione sfavorevole, profondamente pessimista e pauroso della propria stessa ombra a lavoro, per timore di essere rimpiazzato. Non ha una grandissima cultura, sbaglia spesso i congiuntivi. 

Ma ha delle opinioni Fantozzi, ha degli ideali, ha un qualcosa in cui crede: se stesso. 

È questo, in ultima analisi, lo scopo di Villaggio, lasciare un IO stanco ma sincero al pubblico che lo amava e ama così tanto. 

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.

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