Il processo Lombardo e altre meraviglie della magistratura catanese

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Cinque anni di udienze, due sentenze. Ma è tutto da rifare. L’ex governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, dovrà essere nuovamente giudicato: così ha deciso la Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza emessa il 31 marzo 2017 dalla Corte d’appello di Catania.

Indagato nell’inchiesta “Iblis” sui rapporti fra cosa nostra, politica e imprenditoria, Lombardo fu costretto alle dimissioni da governatore. Nel 2014 fu condannato a sei anno e otto mesi per concorso con la mafia. In appello fu poi assolto dal concorso esterno e condannato a due anni per corruzione elettorale aggravata.

Ed effettivamente quella sentenza aveva del singolare: Lombardo era stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma condannato per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso.  Nell’inchiesta “Iblis” erano dimostrati i “rapporti fra Lombardo ed esponenti della mafia, che avrebbero agito per agevolare la sua elezione ma dal quale non avrebbero ricevuto alcun favore”.

In pratica, Lombardo si serviva della Mafia, questa gli procurava voti, influenzava le elezioni ma Lombardo non se ne serviva? Cos’è successo? Il clan Cappello s’era trasformato in un influencer di instagram? Nello spin doctor di Lombardo? Oppure la magistratura di Catania ha individuato un nuovo tipo di organizzazione criminale: la mafia light, “leggera, sottile, quasi non si sente”. Per ora si aspettano le motivazioni della Cassazione, attese entro novanta giorni.

Ma sin da subito si può ricordare che non è la prima volta che la Procura di Catania viene smentita dalla Cassazione: era successo con la sentenza Ciancio nel settembre 2016. La giudice Bernabò Di Stefano nel giudizio emesso nel 2015 arrivò a negare l’esistenza del concorso esterno in associazione mafiosa. La Cassazione affermò che il processo all’editore della Sicilia “non si voleva fare”, annullando il proscioglimento e riportando il procedimento all’udienza preliminare.

La procura etnea non ha fatto bella figura neanche in tempi più recenti: l’anno scorso il Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, apriva un fascicolo conoscitivo sulle ONG che battevano i mari intorno alla Sicilia. Zuccaro disse di ritenere che le ONG agissero per “facilitare gli scafisti”. A politici come Di Maio (“taxi del mare”, le aveva definite il grillino) e Salvini non parve vero di avere la sponda autorevole della magistratura.

Zuccaro ha così avuto la visibilità che cercava e spesso lo si è visto bazzicare tra quotidiani e talk show, con l’aria del grande investigatore. Ad Aprile però il gip di Catania e il Tribunale di Ragusa hanno smentito tutto: “soccorrere le presone in mare non è reato”, “lo stato di necessità rimane in piedi”. A giugno il gip di Palermo ha archiviato un’indagine su due ONG che, sempre secondo Zuccaro, avrebbero avuto legami con i trafficanti libici. Niente di ciò che Zuccaro ha ipotizzato rimane in piedi.

L’aria di sospetto che grava sulle ONG (che salvano le persone in mare senza compenso alcuno) invece rimane. Ah, pochi giorni fa Panvino, capo della DIA catanese, ha dichiarato che “a Catania abbiamo il miglior pool investigativo d’Italia”…

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Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.