E se il “Laboratorio politico” d’Italia diventasse “Laboratorio economico”? Quando il sogno può diventare realtà

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La scomparsa dell’educazione civica dai banchi di scuola ha, tra le altre cose, reso la Costituzione Italiana un documento pressochè sconosciuto tra le nuove generazioni. Opinionisti, giornalisti e commentatori storcono il naso rispetto all’ignoranza diffusa, tra i giovani, del testo fondamentale alla base della nostra Repubblica. Non è dunque una sorpresa, per gli osservatori più attenti, che ancora più distante e sconosciuto appaia ai giovani siciliani il loro testo fondamentale, ovvero lo Statuto Siciliano. Foriero di tante aspettative alla sua nascita, e di altrettante delusioni negli anni a seguire, lo Statuto è al tempo stesso simbolo dell’unicità del popolo Siciliano e della sua incapacità di autogovernarsi, per una serie di motivazioni storico-sociali troppo complesse da esaminare in questa sede. Questo documento contiene però al suo interno una perla preziosa, che potrebbe essere ancora sfruttata: l’articolo 40. Per capire di cosa parliamo, leggiamolo integralmente:  

Le disposizioni generali sul controllo valutario emanate dallo Stato hanno vigore anche nella Regione. È però istituita presso il Banco di Sicilia, finchè permane il regime vincolistico sulle valute, una Camera di compensazione allo scopo di destinare ai bisogni della Regione le valute estere provenienti dalle esportazioni siciliane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo e dal ricavo dei noli di navi iscritte nei compartimenti siciliani. 

Il primo comma estende alla Regione Siciliana la valuta utilizzata nel resto d’Italia (in questo momento storico, l’Euro); e fin qui, nulla di eccezionale. Ma è il secondo comma quello che offre un ottimo spunto di riflessione; per coglierne appieno il valore bisogna però spiegare un concetto:  cosa si intende per “camera di compensazione”? Una camera di compensazione, o clearing house, è un intermediario che fa da ponte tra due soggetti, potenzialmente in qualunque tipo di attività che presuppone scambi tra due o più parti (si pensi a delle banche, o ad attività commerciali); l’intermediario si assicura che le transazioni vadano a buon fine, garantendo che entrambi i soggetti le completino e non lascino scoperti. I campi di applicazione tradizionali sono, appunto, quello bancario e quello finanziario: due settori con grandi volumi di scambi, in cui le operazioni si susseguono senza sosta e serve un ente terzo che le regoli. 

Ma nel 1934, nella (per noi) lontana Svizzera, qualcuno ebbe un’idea diversa: e se si usasse la camera di compensazione come strumento per velocizzare e facilitare gli scambi tra membri di una stessa comunità? Nasce così il circuito WIR, network di mutuo scambio, ancora oggi esistente e che in un solo anno gestisce un giro d’affari di un miliardo e trecento milioni di euro (in franchi svizzeri, un miliardo e quattrocento milioni). L’idea fondamentale deriva dagli scritti di Silvio Gesell, economista austriaco, che propose la cosiddetta “Freigeld” (letteralmente, “moneta libera”): il denaro, sosteneva Gesell, deve solo essere un mezzo di scambio e di conseguenza non accumulabile. Si deve fare in modo che il denaro non lasci l’economia reale per essere immobilizzato in titoli o risparmi: si applica dunque un tasso mensile di trattenute per chi non utilizza le somme accantonate (detto demurrage) e si trattiene la moneta sul territorio, concepita per essere ad uso di una limitata area (città o regione). Questa idea ha notevoli vantaggi sotto il profilo economico: la moneta circola infatti molto più velocemente di come farebbe una moneta “fiat” (come l’Euro), creando quindi più domanda di beni e servizi, e in definitiva posti di lavoro; costituisce una barriera naturale alle multinazionali e alle loro guerre sui prezzi, proteggendo una quota dell’attività dei negozianti locali denominandola in una moneta diversa da quella che possiede corso legale; e, infine, permette al denaro di acquisire il suo ruolo naturale di “mezzo di scambio” e non di “fine”, concetto dalle implicazioni filosofiche oltre che economiche di una certa rilevanza.

Questo lunghissimo preambolo ci è servito a introdurre l’importanza dell’Articolo 40 per il futuro della nostra regione: secondo questo schema, infatti, che altri hanno applicato con successo fuori e dentro i confini europei (nei casi europei, affiancando e non sostituendo l’euro), la Sicilia potrebbe emettere una sua “moneta complementare”, come viene definita, ponendo come garanzia le entrate derivanti dalle voci di cui al secondo comma dell’articolo (turismo, esportazioni, ecc..). Inoltre, le aziende operanti in questo circuito potrebbero pagare i loro dipendenti in questa nuova moneta, risparmiando quindi somme in euro per investimenti e altre spese altrimenti non sostenibili. L’accettabilità da parte delle imprese e delle attività commerciali di questa moneta sarebbe pressochè universale, rispetto agli esperimenti avviati in giro per il mondo godendo, caso senza precedenti, di una piena riconoscibilità da parte della Regione Siciliana (che ne è l’emittente), permettendo così un vastissimo impego della moneta in breve tempo: le imprese, intuendo di poter pagare con questo strumento salari, tributi e altre spese verso la Regione, arriverebbero al punto di pagare le tasse in anticipo (!) pur di non trattenere il denaro che, come abbiamo detto, ha tra le sue caratteristiche intrinseche quella di perdere valore con il tempo (il già citato demurrage); su questo fronte si rimanda il lettore al cosiddetto “miracolo di Worgl”, in cui effettivamente i soggetti economici, non avendo altro uso per la moneta locale creata dal comune, decisero di pagare le tasse in larghissimo anticipo rispetto alle scadenze. Un altro vantaggio, dato l’avanzamento della tecnologia su questo fronte, è che non servirebbe stampare neanche una banconota: l’intero sistema potrebbe essere digitale, favorendo così la velocità degli scambi, anche di piccola entità (magari con una app creata appositamente, attraente anche per i giovani), con pagamenti totalmente tracciabili sui quali viene regolarmente applicata l’IVA e le imposte nazionali richieste dall’Erario, solo con un mezzo di pagamento diverso; si ridurrebbe così l’entita dell’economia sommersa incentivando i soggetti economici a pagare i contributi. 

In definitiva, noi Siciliani possediamo quest’arma molto forte per creare posti di lavoro, aumentare velocità e consistenza degli scambi economici all’interno dell’isola, trattenendo al di qua dello Stretto la ricchezza prodotta dalle nostre terre, dai nostri artigiani e piccoli e medi imprenditori, ridando slancio all’economia della Regione e, perché no, costituendo un primo tassello alla ricostituzione di quella identità popolare che, nel tumulto dei decenni trascorsi da quel lontano 1946, sembra essersi persa nell’oblio della storia. In una frase, stavolta il sogno potrebbe davvero diventare realtà.

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.