Lontano nel tempo

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Sembra che gli anni Sessanta siano lontani, e il loro ricordo sembra quasi scolorire, eppure non è così. Alcuni artisti di quegli anni così tumultuosi, la cui eco si sente ancora risuonare nell’aria, avevano prevaricato il loro tempo. È questo il caso di Luigi Tenco, cantautore di Alessandria, poi naturalizzato genovese, che proprio nel 1960 esternava la sua alienazione verso il sistema dello show business discografico, scagliandosi contro la pochezza, la superficialità e le insulsaggini della cultura televisiva e radiofonica. Un disagio, il suo, vissuto interiormente, derivante da quella sorta di “rivoluzione mancata”-come venne definita l’animosità giovanile di quegli anni- che egli espresse  nei testi delle sue canzoni, impregnate sempre di una struggente malinconia, anche quando “la leggerezza” del  sentimento provato non lo richiedeva. Proprio in questo sta la differenza tra un sentimento vissuto da ognuno in maniera diversa e Luigi Tenco, che forse non conosceva altro modo di affrontarlo se non quello di interiorizzarlo e restituirlo poi in forma poetica, servendosi della sottile musicalità insita nella sua voce virile e penetrante, capace di scuotere o, forse, di annichilire  la sensibilità  d’animo intrinseca nei sofferenti d’amore. Tenco incarna a fior di pelle, spesso fino alla estreme conseguenze, le contraddizioni più profonde e laceranti, ma anche i fermenti più vivi e fecondi, che racchiude in un canzoniere di appena cento brani e tre soli album. 

Individuare nella tristezza la caratteristica  principale della scrittura di Tenco significa  relazionarsi alla sua discografia con una prospettiva non analitica, che ci porterebbe facilmente, invece, a riconoscere nel cantautore alcuni tratti rivoluzionari, nell’approccio riflessivo e filosofico al pensiero cantato, mai eguagliati.

Luigi Tenco, come nessuno prima di lui, ha rivoltato il tema dominante di moltissime canzoni, l’amore, iniziando a osservarlo e raccontarlo da una prospettiva completamente nuova, esegetica, in modo capillare e descrittivo. Al centro dei brani, insomma, non ci sono più solo i sentimenti e le emozioni -come sempre era accaduto nella maggior parte delle canzoni- ma la natura profonda, spesso persino cerebrale della nascita, dello sviluppo e della fine di quei sentimenti. 

Per comprendere pienamente quello che ha fatto Tenco e il valore del suo intervento, è necessario contestualizzarlo: siamo nei primi anni ‘60, il festival della canzone italiana -più comunemente noto come festival di Sanremo– esiste dal 1951 e, nell’arco di appena un decennio, non ha fatto che rinsaldare il successo di una canzone d’amore fatta perlopiù di cliché: i sentimenti vengono raccontati attraverso stereotipi, sono ampollosi, spesso svincolati dalla realtà. 

La nascita del cantautorato, la volontà di svestire i sentimenti fino a mostrarne la radice e la causa, il bisogno di fare della musica un atto di verità e di introspezione, segnano un cambiamento epocale. Luigi Tenco, insieme ai primi cantautori italiani, rappresenta l’origine di una rivoluzione artistica che si rinnova ogni qualvolta un artista ricorda che la canzone d’autore nasce per essere scomoda, come la verità. E non si fa riferimento soltanto a una verità politica, sociale, culturale, ma ad una verità personale, intima, dunque imprescindibile, unica e sofferta.

Tenco ha attraversato e impietosamente ritratto la società italiana dei suoi tempi e il mondo asfittico della nostra canzone popolare, come un icastico incrocio di Jacopo Ortis e del personaggio di Dino Risi, interpretato da Jean Luis Trintignant ne “Il sorpasso”, oscillando stilisticamente fra l’esistenzialismo decadente, il pop jazz da camera degli esordi e il folk impegnato della cosiddetta “linea gialla”, fra una malinconica e sconsolata rassegnazione ed una sferzante, quasi nevrastenica ansia di sovversione e rinnovamento. La sua prosa aspra e disadorna, poco convenzionale rispetto all’estetismo puritano dell’epoca, mescolava il soliloquio allucinato all’intimismo asciutto ed essenziale, la poesia crepuscolare delle piccole cose all’invettiva bruciante ed esasperata, rendendolo così un antesignano degli eroi tormentati e maledetti del rock alternativo. Morgan ha definito Tenco un eroe romantico dei nostri tempi,assoggettandolo alla figura di Dracula per il suo fascino malinconico, glaciale e tenebroso.

Molti sono i capolavori che Tenco ha lasciato alla  storia della musica Italiana, capolavori diversi tra loro,sia da un punto di vista concettuale, poiché non ha parlato solo d’amore, bensì di innumerevoli tematiche sociali e politiche; sia da un punto di vista stilistico, perché Tenco, come abbiamo già citato, si è approcciato anche al pop jazz e al folk. Alcuni di questi capolavori sono entrati in contatto con tutte le generazioni, anche le più recenti, che hanno sognato e continuano a sognare sulle note e sulle parole  di “Mi sono innamorato di te”; che si rivedono in brani malinconici come “Vedrai vedrai”; che si commuovono con le parole di “Lontano lontano”, ed infine rimpiangono un così grande artista ascoltando l’ultimo capolavoro che ci ha lasciato, la bellissima e struggente, maledetta e speranzosa “Ciao Amore, ciao”. Senz’altro le canzoni già citate sono quelle più popolari, quelle per cui quasi tutti lo ricordano, ma il dono artistico di Tenco non si esaurisce a pochi brani, poiché tutta la discografia di Tenco merita di essere ascoltata, analizzata e amata, così come merita particolare menzione la sua breve parentesi cinematografica, che raggiunge il culmine con “La Cuccagna” di Luciano Salice .

Di Luigi Tenco  si è detto e si continua a dire: “una vita buttata via”, “una vita inutile”, “una vita sprecata”; tuttavia è difficile  descrivere e dire di Tenco in poche righe o addirittura giudicarlo con qualche frase fatta, poiché si cadrebbe in discorsi banali intenti a ripetere parole, già dette molteplici volte, sull’incomprensione e la solitudine di un ragazzo di estrema sensibilità che decide di togliersi dal palcoscenico della vita a soli ventinove anni. Tenco ha data un senso alla propria vita, per quanto breve sia stata, e ha dato un senso alla sua morte, attorno alla quale aleggia ancora un fitto alone di mistero, e dopo la quale si proiettò un’ombra su tutta la musica d’autore italiana degli anni 60 e oltre. Nel biglietto trovato accanto al suo cadavere, la tragica notte sanremese del 27 Gennaio  1967, si resta colpiti dalle parole che ha lasciato:

“ (…)Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita(tutt’altro)ma come atto di protesta contro un pubblico che manda  Io tu e le rose in finale, e ad una commissione  che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi”.

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza

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