Fumus persecutionis?

Cronache di un Leviatano salutista (e ipocrita)

5' di lettura

Cosa hanno in comune Lady Gaga, Cameron Diaz, Naomi Campbell, Barack Obama e…Matteo Salvini? Oltre ad aver raggiunto le vette nei rispettivi campi professionali, distinguendosi e tracciando un segno indelebile con le proprie vite (tranne l’ultimo), condividono un’altra caratteristica: sono tutti fumatori. Se fossimo stati nei gloriosi anni 80, probabilmente Obama avrebbe sponsorizzato le sue amate bionde, stecca alla mano, come già successo in passato (vedi foto di copertina); invece, a dimostrazione che i tempi sono cambiati, è piuttosto difficile trovare una foto dell’ex Presidente americano con una sigaretta in mano. Questo singolo fatto è indicatore di una realtà molto più grande: i tempi in cui attori e registi venivano pagati dalle aziende del tabacco per fumare in scena, e i big dello sport, come in Formula Uno, venivano coperti di sponsorship per pubblicizzare i loro brand (un’accoppiata su tutti: Marlboro/Ferrari) sono finiti. Dagli anni 90’ in poi, a partire dalla nota condanna alle aziende del tabacco a pagare 250 miliardi di dollari per aver nascosto i danni del fumo ai consumatori, decisa negli USA, il vento è cambiato e le campagne anti-fumo si sono fatte sempre più stringenti. Negli ultimi due decenni è stata lanciata una guerra contro il fumo da parte di organizzazioni di sanità, enti pubblici e associazioni no-profit, mirate all’aumento dei prezzi con funzione di deterrente, e con restrizioni sempre più ampie sul fumo in luoghi pubblici. Dopotutto, sappiamo che il fumo provoca danni gravissimi alla salute, tra cui il cancro al polmone e la broncopneumatia cronica ostruttiva (o enfisema). Tutto è bene quel che finisce bene, dunque?

Non così presto. Se è vero che il fumo causa danni gravi alla salute di chi fuma e “di chi ti sta intorno”, come leggiamo ossessivamente sui pacchetti, è anche vero che fumare, se nel rispetto della salute altrui, è una leggittima e personale scelta dell’individuo. Qui emerge una domanda fondamentale: è compito dello Stato regolare, in qualche modo, le preferenze e le scelte dell’individuo? Senza perderci in scivolosi dibattiti filosofici, evidenzio sin d’ora che la prospettiva che adotto in questo caso è quella del libertario Robert Nozick, per cui lo Stato deve essere minimo: se si limita a garantire la certezza del diritto e la sicurezza dei cittadini, è uno stato moralmente giusto. Se prova ad influenzare i suoi cittadini a perseguire una certa impostazione etica, piuttosto che la propria, è uno stato “immorale”. Su questo la nostra Repubblica, adottando il criterio di Nozick, è ampiamente immorale: basti pensare all’idea della tassazione progressiva, che per il filosofo americano rende il cittadino “un lavoratore schiavo dello Stato”, sancita dall’art. 53 della Costituzione. Non si critica qui la nostra Costituzione: il nostro è uno Stato paternalistico e welfaristico, per scelta dei padri costituenti, e non c’è nulla di male in questo. Ciò che non si capisce è con quale criterio lo Stato italiano, il nostro Leviatano mediterraneo, decida cosa influenzare e cosa no. Vuoi gustare un buon bicchiere di vino, ma anche due, tre, durante il pasto? No problem! Accise a zero sul vino, l’importante è non guidare dopo. Un bel panino da McDonald? Nessun problema! E dopo puoi anche guidare! Anche qui, zero accise. Vuoi fumarti una sigaretta dopo il pasto? E non pensi alla tua salute? Che esempio dai ai tuoi figli? Potrebbero iniziare a fumare. Ci teniamo alla tua salute: tassiamo il prodotto che acquisti al 77%, tra accise (oltre il 50%) e IVA. Avete letto bene: il 77%. E’ questo l’ammontare che ogni fumatore paga all’Erario sul singolo pacchetto di sigarette. In un anno (in riferimento al 2016, dati Agenzia delle Entrate), sono €10,8 miliardi, IVA esclusa; quindi il numero reale si aggira intorno ai €12 miliardi. Denaro che entra nelle casse dello Stato, che subito dopo l’incasso ci ringrazia con la domanda “Ma che sei scemo?”, negli spot recitati da Nino Frassica in televisione. Come si suol dire, oltre il danno anche la beffa. 

Ovviamente non si mette in dubbio la pericolosità del fumo: tra 70000 e 83000 persone ogni anno muoiono a causa del fumo di sigaretta e molte altre, nell’ordine delle centinaia di migliaia, sviluppano malattie legate al fumo ed evitabili; di conseguenza, il fumo presenta un costo sociale rilevante, tenendo in conto le spese mediche di chi si ammala per colpa del tabagismo. Le big del tabacco, tra cui Philip Morris, di proprietà di Altria, (holding che controlla anche la Kraft: Sigarette&Sottilette) erano tra le aziende meno trasparenti sul mercato fino a pochi decenni fa, mentendo spudoratamente ai propri clienti e negando sino all’inverosimile i danni del fumo e l’assuefazione causata dalla nicotina; dagli anni 50’ hanno sviluppato soluzioni artificiali per rendere più forte la dipendenza dal fumo, incrementando il PH delle bionde con additivi chimici, e di conseguenza incrementando esponenzialmente le vendite. Come già anticipato, hanno pagato milioni di dollari alle star del mondo dello spettacolo per fumare nei film, creando l’immagine dell’uomo fumatore (riuscireste a immaginare Humphrey Bogart o John Travolta in “Grease” senza la sigaretta?). Hanno fatto azione di lobbying sui governi per mantenere intatta la loro protezione da richieste di risarcimento danni e di maggiore controllo, inondando di soldi legislatori e personaggi influenti, e riuscendo nel loro intento fino ai primi anni novanta (su questo punto, consiglio il bel film Thank You For Smoking, con Aaron Eckhart). Fino a non molti anni fa, i lettori meno giovani lo ricorderanno, era consuetudine fumare pressochè ovunque: nei cinema, nei bar, negli aerei, in casa. La situazione era insostenibile per i non fumatori, attorniati costantemente da una nube tossica di fumo passivo che li costringeva a condividere, contro il loro volere, i danni della scelta individuale dei fumatori. 

Ma oggi su questi fronti molti passi avanti sono stati fatti. Le leggi contro il fumo nei luoghi pubblici hanno ridotto drasticamente l’impatto del tabagismo sui non fumatori, ai minimi termini; le aziende del tabacco hanno dovuto adeguarsi a nuovi standard di trasparenza, aprendosi (ma non troppo) agli sguardi e alle opinioni dei consumatori. Rimane invece in piedi la questione legata al comportamento dello Stato: se domattina si imponesse una tassa del 50% sugli smartphone, in quanto causano incidenti stradali, provocano o favoriscono la dipendenza dai social network, probabilmente avremmo le barricate di fronte a Montecitorio. Lo stesso dicasi del cibo spazzatura dei fast food, causa di obesità e malattie cardiovascolari. Nessun politico si sognerebbe di imporre ai cittadini di fare un’ora di sport al giorno, per la loro salute; sarebbe un’ingerenza nella vita privata dei cittadini. Ma, nel caso delle sigarette, non c’è problema. E agli 11 milioni e 700mila italiani, il 22,3% della popolazione, che fuma, si può benissimo chiedere di pagare di più per mantenere il loro vizio. Lo stesso Stato, che da un lato vende i Gratta e Vinci, e dall’altro produce spot contro la ludopatia, ha la pretesa di scegliere per i cittadini la via coerente e giusta. Se domattina nascesse un “Partito dei Fumatori”, e ognuno dei fumatori lo sostenesse, avrebbe più consenso, in termini di votanti, di Forza Italia e Partito Democratico insieme; non sarebbe difficile creare una piattaforma basata sull’azzeramento delle accise sul tabacco e la rimozioni degli odiosi avvisi sui pacchetti, con le rivoltanti immagini stampate sopra (immaginate di vedere sopra la vostra birra, o il vostro vino, una foto in primo piano di un fegato colpito da cirrosi epatica. Mentre state mangiando.). Ma non ci spingiamo a tanto. Da giovane fumatore, rivendico solamente il mio diritto di scegliere se e quanto fumare; di condividere una sigaretta con gli amici, o per fare una nuova conoscenza, o per leggere un libro, e di farlo pagando il giusto prezzo ai fornitori e a chi mi vende il prodotto (piuttosto che il misero 10% su ogni pacchetto che attualmente percepiscono). Quale modo di concludere questo articolo, se non con le memorabili parole del fu Presidente della Repubblica Sandro Pertini? “Dai fumatori si può imparare la tolleranza. Mai un fumatore si è lamentato di un non fumatore”. Insomma, fumando si impara.

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.

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