Integrazione Europea e deficit di talento

È una pazzia pensare che si possa dividere per unire, in questo mondo del calcio in fase di progressiva politicizzazione

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Una delle problematiche che vengono sollevate con maggiore frequenza riguarda l’attuale presenza di un elevato numero di stranieri presso il campionato Italiano di Serie A. Precisiamo sin da subito, il nocciolo della questione viene in risalto non sulla base di discriminazioni che non hanno motivo d’esistere ( o perlomeno nel 2018 non dovrebbero), quanto piuttosto relativamente ad un deficit di qualità sportiva made in Italy.

Taluni tecnici, ex tecnici ed opinionisti sportivi più o meno noti hanno asserito che la possibilità di includere in rosa un considerevole numero di extracomunitari e cittadini europei (altresì in assenza dei requisiti economici richiesti dalla disciplina europea previgente) ha finito col denazionalizzare il campionato di Serie A determinando l’assenza di fenomeni dalle cui gesta possano derivare i Fasti della Nazionale. La questione è sicuramente complessa a causa dell’enormitá di variabili che devono essere prese in considerazione.

In primis, quella finanziario-economica. A cavallo tra la fine degli anni 90 ed il primo decennio del 2000 l’universo pallonaro è stato consacrato come macro-industria di azionisti facoltosi i quali, chiaramente, a fini di incremento del profitto, non si curano della nazionalità del giovane in vista di un sua futura esplosione nella e soprattutto per la Nazionale Italiana. Non che prima le cose andassero del tutto diversamente, almeno da un punto di vista delle intenzioni, ma la normativa economica non consentiva dei grossi investimenti su giocatori provenienti da Paesi terzi, focalizzandosi, pur sempre nelle medesime logiche sopracitate, su giocatori italiani.

Ciò è giusto che vada sottolineato a fronte di chi, con tendenze razziste, guarda al passato recente come tempo idilliaco del nazionalismo calcistico. Era pur sempre la normativa europea che limitava a taluni soggetti che possedevano determinati requisiti, la possibilità di esercitare attività economica (e quindi ovviamente sportiva, ove retribuita), al fine della creazione di un (calcio)mercato senza frontiere in fase di progressiva espansione.

La seconda variabile è inevitabilmente quella politica. Si può ben comprendere, altresì alla luce di tempi in tal senso poco felici, che qualcuno abbia invocato la “nazionalizzazione” del calcio a fini discriminatori. Queste osservazioni appaiono oggi obsolete e fuori luogo in merito ad un mondo calcistico legato a doppio filo agli affari ed all’integrazione tra i popoli. La sentenza Bosman infatti ha costituito in tal senso una vera e propria rivoluzione Copernicana. Fondare i deficit di talento e qualità sulla base di denazionalizzazioni vuol dire non capire che ciò diviene impossibile alla luce di un processo che ha voluto, nel corso dei suoi anni, vietare ed eliminare le discriminazioni anche nel calcio e nello sport in generale.

Anche quí, come accade talvolta anche in altri ambiti, si cerca il capro espiatorio. I modelli multiculturali non possono mai divenire sinonimo di carenze, ma possono offrire più risorse se vi è gente qualificata in grado di massimizzare da questi le prestazioni. Del resto, la vittoria della (Multi) nazionale francese al Mondiale ne costituisce l’esempio più lampante.

Ne deriva che chi affronta il problema in termini di distinzioni basate sulla nazionalità non comprende che il venir meno nel tempo di tali distinzioni altro non è stato il raggiungimento di un obiettivo, a respiro anche politico ed economico, che ha fatto del calcio un universo cosmopolita, il quale,deve dare a tutti, in un clima di apertura e di libertà, la possibilità di esprimersi per ciò che vale e non per dove viene. In un mondo orientato verso una lenta ma costante regressione in termini di accettazione della diversità, bisogna che il calcio, religione con tanti dèi, si faccia garante di quell’Unione cui si mira anche a livello politico e sociale.

Questo perché oggi, il calcio, è anche esso res politica e sociale.

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Massimiliano Marletta

Massimiliano Marletta, nato a Catania il 24 Aprile 1997 è studente presso la facoltà di giurisprudenza di Catania. Sin da piccolo mostra una grande passione per il calcio e per la lettura. Oggi non è cambiato molto ed affianca a queste la passione per lo sport in generale e per tutto ciò che è legato al mondo della cultura (letteratura, moda, spettacolo). È anche amante dei cinepanettone.
I grandi risultati si ottengono col duro lavoro, con perseveranza e con la fede in Dio.