Mανία is the emergency exit

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Basta volgere lo sguardo indietro per notare l’immenso patrimonio culturale del mondo classico: molti dei loro valori sono rimasti radicati nell’odierna realtà.

Già nel V secolo a.C. i greci avevano saputo sfruttare la forza della “tragodìa” per rappresentare una realtà parallela da cui stare lontani. La tragedia era semplicemente il mezzo più efficace per indagare nella “ψυχή” (anima) del popolo, per spaventarlo e mostrare la punizione che spettava a tutti coloro che peccavano di tracotanza.

Stare qui a divagare sulla tragedia può essere dispersivo e noioso, meglio allora “rompere” la quarta parete ed analizzare uno dei tipi teatrali più discussi dell’intera mitologia greca:

Medea”.

Un nome, un personaggio, una barbara su cui si sono scagliate le peggiori accuse, apostrofata come pazza, strega, infanticida.

Non si può dire che questi epiteti non siano meritati, ma la sua misteriosità si cela proprio dietro la molteplicità di aggettivi che cerca di identificarla ma fallisce. Medea non può essere ridotta ad una parola. Non è un caso che molti autori – sia greci che latini – abbiano deciso di spendere il loro tempo a comprenderla.

Già dalle Argonautiche di Apollonio Rodio diventa il personaggio maggiormente attrattivo per la sua fragile quanto forte psyché: inizialmente dipinta come una fanciulletta ingenua ed innamorata di Giasone, si trasforma in un’astuta maga, riesce infatti con i suoi poteri ad aiutare “l’eroe” a conquistare il Vello d’oro, decidendo poi di tradire la sua patria per seguire l’amato.

La sua vicenda non passa inosservata, per questo Euripide decide di continuare la sua storia dedicandole un’intera opera.

Medea adesso è una moglie, una mamma, una barbara – un dettaglio da non scordare – che ha vissuto dieci anni a fianco del suo amato Giasone, il quale decide di sposare Glauce, nipote del re di Corinto. Gli episodi che susseguono a tale avvenimento, sono quelli che macchieranno per sempre questa figura mitologica: ella infatti, sentendosi tradita nel profondo, decide di distruggere totalmente il suo – per così dire – quasi ex marito: non solo invierà un peplo avvelenato alla futura sposa che morirà tra dolori atroci, ma ucciderà anche i suoi figli, decisa a far provare a Giasone la stessa solitudine che attanagliava il suo petto.

Spregevole, subdola, sono questi i primi pensieri dinanzi a tali atrocità, ma prima di giudicare forse è bene capire meglio alcuni elementi:

“Miserabile, miserabile…  Tradii mio padre, la mia casa, per venire con te a Iolco,

[…] E dopo aver avuto tutto questo da me, tu, creatura abietta, mi hai tradito, sei andato a cercarti un’altra moglie. E avevi già dei figli. Vedi, se non c’erano di mezzo dei bambini, forse ti avrei anche perdonato questa frenesia per il letto di un’altra […]

Dimmi, dove mi rifugio ora? Da mio padre, nella casa che ho tradito, come ho tradito il mio paese per venire qui?”

Queste parole che Medea rivolge a Giasone aiutano a capire meglio la rabbia data dalla disperazione d’aver perso tutto, di essersi donata completamente ad un uomo ed essere stata tradita senza ritegno. Medea è messa di fronte al fallimento della sua esistenza.

 […] “La mia mano non tremerà. No, non farlo, cuore mio: lasciali in vita, sciagurata, risparmiali i tuoi figli; laggiù, in Atene, vivendo con te, ti daranno gioia. No, per i demoni vendicatori dell’Ade, non consegnerò mai i miei figli al ludibrio dei miei nemici. Devono assolutamente morire: e se è così, sarò io, che li ho messi al mondo, a ucciderli.”

Si arriva al nocciolo del problema: è stato giusto uccidere il frutto del suo grembo? Per cosa poi? Per non farli vivere nella vergogna, o per arrecare ulteriore danno a Giasone?

La sua follia, intesa come alienazione da qualsiasi cosa, è evidenziata da questo monologo; Medea non riesce a decidere, vacilla perché non sa quale sia la scelta migliore per lei, per loro.

La donna è dunque condannabile? È una carnefice o una vittima?

Al di là di alcune sue azioni, sicuramente riprovevoli, Medea è una barbara dal coraggio più che notevole.

Pazza? Forse, ma perché forse la pazzia era l’unico riparo da tutto il dolore che le avevano inflitto.

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Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.

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