La mente che cancella

“La storia è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi”

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“In heaven everything is fine”

Una donna deforme in un radiatore canta una malinconica melodia che comincia con queste parole, incrociando lo sguardo con un ambiguo, emblematico protagonista. Una frase densa di significato? Oppure priva di esso? Se si tratti o meno di illogicità nella filmografia di David Linch, appassionati e detrattori discutono in egual misura. Si parte dal presupposto che i collegamenti tra ogni sua singola immagine hanno tanto la fluidità apparentemente irrazionale del sogno, quanto la logica  chirurgica di migliaia di sinapsi che si connettono nel medesimo istante. L’ormai storico flirt tra David Linch e l’audiovisivo compone di fatto tra i più iconici, surreali e importanti blocchi di puro cinema nella storia mondiale della settima arte. E quale può essere il miglior modo per indagare questo psichedelico e onirico mondo, se non quello di partire dall’analisi del suo film d’esordio.  Nel 1972 il ventiseienne David Linch diede inizio alla lavorazione di un progetto cinematografico che lo avrebbe impegnato per cinque anni. A vederlo oggi “Eraserhead”, primo lungometraggio del regista, potrebbe apparire ad occhio inesperto un film girato in poche giornate. Pochi ambienti, pochi attori, pochi dialoghi, una troupe scarna, un regista che all’attivo aveva soltanto quattro cortometraggi ( Six Figures, The Alphabet, The Grand mother e The Amputee). In realtà in tutti gli 85 minuti della sua durata, si riscontra una coerenza e una continuità che lasciano intuire che, a dispetto dell’apparente mancanza di senso nel plot, ci sia alla base qualcosa di profondamente personale.

“Eraserhead” è forse in assoluto il film più intimo di Linch. Il suo autore, tuttavia, ha sempre mostrato una certa reticenza nel dare una spiegazione plausibile agli eventi raccontati nel film. Ciò è comprensibile, se si pensa che Linch ritiene che ogni opera cinematografica viene necessariamente fruita in maniera differente a seconda dello spettatore, ribadendo più volte la poca importanza di afferrare un contenuto, o di dare una spiegazione concettuale ed esemplificativa, poiché moltissime cose si rivelano a noi meravigliose senza capirne il motivo ed in mancanza di una logica spiegazione.

“Certe cose mi sembrano meravigliose senza che se ne conosca il motivo, altre significano moltissimo per me, ed è difficile spiegare il perché, io ho sentito Eraserhead, non l’ho pensato”.

In questa dichiarazione troviamo l’essenza del cinema di Linch, un cinema fatto di impressioni, di misteriose suggestioni, di dettagli apparentemente banali, di suoni, di luci e atmosfere. Un cinema che rifugge polemicamente dagli stereotipi narrativi della Hollywood dei nostri giorni,  percorrendo strade diverse  anche all’ interno di un solo film, che vede continuamente alterato il suo punto di vista iniziale.

Provare a ricostruire una sinossi di Eraserhead non è un impresa  da poco. Già il prologo si presenta incredibilmente enigmatico, poiché  presenta una serie di immagini, di chiara matrice onirica, all’interno di uno scenario che rimanda allo spazio extraterrestre su cui viene sovraimpresso il volto attonito di Henry Spencer, protagonista interpretato da Jack Nance; contemporaneamente viene proposta l’immagine di qualcuno che muove delle leve e quella di un grosso spermatozoo che rimanda alla mostruosa creatura concepita da Mary X, fidanzata di Henry, interpretata da Charlotte Stewart. 

Il resoconto della trama, in cui è velatamente presente  un forte senso dell’umorismo,  offre spunti narrativi tra loro  apparentemente isolati e senza concatenazione logica. Non è una ricostruzione plausibile degli eventi che deve interessare lo spettatore, poiché è pressoché inutile ogni tentativo di individuare un “fil rouge” che connetta ogni sequenza allo scopo di ricostruire un puzzle di genere thriller. L’attenzione dello spettatore, secondo Linch, deve riversarsi sul dettaglio, è infatti nella serie di particolari che va circoscritto il nucleo centrale di “Eraserhead”, film di stampo Kafkiano. Sotto questa luce il film potrebbe essere letto come un grande rebus, il cui solutore non può che essere lo stesso Henry, che assiste con occhio clinico agli incredibili avvenimenti che lo circondano, assumendo il ruolo di possibile alter ego di Linch, un uomo da sempre ossessionato dal particolare e dalle svariate sfumature che ne derivano. Così come un oggetto è composto da infinite particelle, allo stesso modo l’irregolare ambientazione del film è costituita da un microcosmo notturno in cui si aggira il fumo delle fabbriche ed in cui rimbombano molteplici suoni; un mondo suburbano dai mille segreti in cui si aggirano operai abbandonati a loro stessi e alla loro monotonia.

Se ci si ravvede che tale dimensione viene ricreata in maniera tanto criptica ed onirica, non può dunque sorprenderci che sia lo stesso Linch a voler esplorare una dimensione fantastica, che potrebbe essere una delle tante estensioni della fisica, poiché anche in uno spazio minimo, come un anfratto all’interno del radiatore, si  può essere testimone di espedienti extraterreni, e non importa quanto essi siano terrorizzanti. “Eraserhead” potrebbe essere, dunque, la  narrazione  di un’esplosione interna, una specie di documentario sull’Io, in cui, in uno stacco di montaggio tra una scena e l’altra, possono passare mesi o addirittura anni; ciò preclude anche un’evoluzione del personaggio accompagnata dall’evoluzione del regista stesso. Rifiutato dal festival di Cannes e dal New York film festival, Eraserhead usci nel 1977 grazie al distributore Ben Barenholz, specializzato in film a basso costo per i circuiti di mezzanotte. Il film ebbe buon successo e rappresentò per Lynch il trampolino di lancio nel sistema di Hollywood, per quanto -è bene sottolinearlo- il regista mai si sentì inserito in tale sistema.

“Avrei voluto veder accadere cose nella mia vita, sapevo che niente era come sembrava, ma non riuscivo a trovarne una prova”

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza

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