Il Sirtaki dell’avidità

Gli avvoltoi cantano vittoria. E adesso?

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Le testate dei quotidiani e i principali telegiornali riportano da giorni la felice novella: la Grecia è finalmente “uscita dalla crisi”. Il peggio è passato, ci dicono, e adesso sta al popolo greco camminare sulle proprie gambe verso un futuro che dovranno ricostruire da soli. Ma è davvero così? Proviamo a ricostruire le tappe fondamentali di quella che l’ex primo ministro greco George Papandreou definì, non a torto, una “nuova Odissea per la Grecia”.

La nostra storia inizia come molte della nostra epoca, con la crisi finanziaria americana del 2008. Le grandi banche statunitensi, come Goldman Sachs e Lehman Brothers, si rivelano dei giganti dai piedi d’argilla e il loro crollo trascina a fondo tutta l’economia mondiale. Stati europei, come Spagna, Italia e Grecia (i cosiddetti “PIIGS”), che avevano beneficiato del “credito facile” sotto forma di swap sugli interessi e altri contratti derivati, si trovano a corto di liquidità e il loro debito pubblico aumenta vertiginosamente. E’ in questo scenario apocalittico che, nell’ottobre 2009, il già citato Papandreou rivela al mondo che la Grecia è molto più indebitata di quanto sostenuto dai documenti ufficiali, e che il rapporto deficit/Pil (teoricamente vincolato dalle regole europee alla “soglia magica” del 3%) si attestava al 12,5%. Pochi mesi dopo, nell’Aprile 2010, viene formalizzata la richiesta di aiuti finanziari alla Ue e al Fondo Monetario Internazionale (da qui in avanti, IMF). 

Bisogna tenere a mente che l’IMF adotta un protocollo ben specifico con i paesi che richiedono aiuti economici: in cambio della concessione dei prestiti, viene proposto (o, per meglio dire, imposto) un pacchetto di “riforme” economiche, incentrato su tagli strutturali alla spesa pubblica e netta riduzione del perimetro dello Stato nell’economia, con la vendita delle partecipazioni strategiche, e con la creazione di un “clima positivo per il business” con l’abbattimento della tassazione per le imprese, a discapito delle classi medie e basse. Questa ricetta economica è stata già messa alla prova nei contesti più svariati, dal Sudamerica delle “juntas” militari (Brasile, Argentina, il Cile di Pinochet), nell’Est Europa dopo il crollo dell’Unione Sovietica (Polonia, Romania, Bulgaria); rimane esemplare il caso della stessa Russia, che vide un deprezzamento ingente delle sue società statali, privatizzate alla metà, o meno, del loro reale valore, con la nascita della cosiddetti “oligarchi” russi. I risultati di queste politiche hanno prodotto le “Tigri dell’Asia” (Sudcorea, Taiwan, tra le altre) rendendo questi paesi dei colossi industrali e di hi-tech, ma anche povertà e diseguaglianze economiche in altri contesti, come la su citata Russia; possiamo dedurre che la stessa ricetta non si possa applicare indiscriminatamente: se in contesti ad alto potenziale e scarso sviluppo e liquidità (come poteva essere la Sud Corea degli anni 80′), l’apertura ai mercati e lo snellimento dell’apparato statale possono risultare miracolosi, in altri attraversati da crisi politiche o economiche l’esito può essere disastroso, come fu per la Russia di Eltsin.

Fatta questa premessa, vent’anni dopo la stessa ricetta viene proposta alla Grecia in ginocchio: tagli alla spesa e prestiti. Uno dei primi “pacchetti di salvataggio”, con politiche dell’IMF ma sotto la guida dell’Unione Europea, consiste in 110 mld di “aiuti” (prestiti) con la contropartita di 30 mld di tagli alla spesa pubblica. E’ interessante notare come questi prestiti fossero in realtà partite di giro: i finanziamenti sono andati a coprire, in una prima fase, i cattivi investimenti di Francia e Germania, in quanto paesi maggiormente esposti a un potenziale default greco. Almeno, questo indicano i dati: nel periodo precedente al primo pacchetto di aiuti europei, le banche franco-tedesche erano esposte per circa 120 miliardi di euro; dopo, attraverso prestiti bilaterali sotto il nome di Greek Loan Facility, venne “mutualizzato” e condiviso il rischio finanziario con i paesi dell’Eurozona: l’Italia, precedentemente non coinvolta nella crisi greca, dovette accollarsi «solo» 10 mld di prestiti al paese ellenico, mentre la Francia, notevolmente più coinvolta, 11,3 mld. Questo, a dispetto dei moniti tedeschi e in generale nord europei al «rigore fiscale» e al portare «ordine nei bilanci», che richiama il «La pacchia è finita» di Salviniana memoria: mentre il popolo greco e quello italiano venivano definiti dai media tedeschi popoli «lazy», pigri, noi contribuivamo a coprire i loro rischiosi prestiti-scommessa; nel Maggio 2011, nel pieno occhio del ciclone finanziario, la cancelliera tedesca Angela Merkel sostenne, durante una visita di stato dell’allora primo ministro Papandreou, che (cito) «Non possiamo avere una moneta comune mentre alcuni stanno sempre in vacanza e altri molto poco. A lungo termine non può funzionare». Chi scrive ha l’impressione che ad essere «sempre in vacanza» era il buon senso degli investitori istituzionali tedeschi, che con le loro ingenti quantità di credito alla Grecia hanno messo a rischio la stabilità dell’Eurozona. Punti di vista.

Dall’inizio della presa in mano dei conti pubblici ellenici da parte della cosiddetta «Troika», ovvero da parte degli organi dell’Unione Europea, si è continuato a prestare denaro, stavolta pubblico, alal Grecia. Di prestito in prestito, sono state poste condizioni sempre più dure, prima ai governi moderati, poi all’esecutivo di Alexis Tzipras, che con il suo partito socialista «Syriza» aveva promesso la fine dell’austerity in salsa tedesca e, se necessario, l’uscita dall’Euro del paese. Ricordiamo tutti il panico diffuso dai media alla vittoria del «No» greco al referendum che, nel 2015, doveva confermare o rigettare l’ennesimo «pacchetto di salvataggio» accompagnato da ulteriori tagli alla spesa, alle pensioni e al welfare. Panico inutile, in quanto l’esecutivo di Tzipras fu poi ricondotto nell’alveare europeo e costretto, essenzialmente come gli altri, a subire i diktat economici dell’IMF e dell’Unione Europea. Ad oggi, dunque, qual è la situazione economica greca? Il paese è afflitto da tassi di disoccupazione elevati (intorno al 20% a Luglio 2018), crescita economica debolissima (0,8% in più nel 2018, dopo aver perso circa il 26% del PIL negli anni dal 2009 al 2017), una safety net per i più svantaggiati ridotta al lumicino, con i servizi pubblici in condizioni pessime (basti pensare all’incendio divampato ad Atene e zone circostanti nel Luglio scorso, che per essere domato ha necessitato dell’intervento di forze europee di solidarietà) e, se non bastasse, continua ad essere indebitata a livelli insostenibili (se le cose andranno bene, nel 2020 il rapporto debito/Pil dovrebbe attestarsi intorno al 160%, il 100% in più di quanto richiesto dalle norme europee). Siamo molto lontani, dunque, dalle «good news» che i media nazionali e internazionali riportano a grandi linee; la Grecia è piena di debiti, come lo era nel 2009, ma molto più debole e smembrata sia nel settore pubblico (opere strategiche incluse) che in quello privato: basti pensare agli aeroporti acquistati dalla Germania, o dalla licenza per 99 anni concessa ai Cinesi sul porto del Pireo per il loro progetto della «One Silk, One Road». E, infine, tra i 350.000 e i 400.000 giovani, tra i venti e i trent’anni, hanno lasciato il paese in cerca di un futuro migliore altrove; si tratta spesso di laureati, su cui lo stato greco ha investito e che adesso sono costretti a scappare da un paese in rovina (in termine tecnico, «brain drain»). 

Nel film «Mediterraneo», uscito nel 1991, diretto da Gabriele Salvadores e in cui hanno recitato, tra gli altri, Diego Abatantuono e un giovane Claudio Bisio, si narra la storia di un gruppo di soldati italiani inviati in missione in un’isola dell’Egeo, che fraternizza con gli abitanti greci. In una scena il prete ortodosso dell’isola, parlando con il tenente Montini, a capo del gruppo di soldati, esclama «Italia, Grecia! Una faccia, una razza!» Il film, appartenente alla cosiddetta «trilogia della fuga» di Salvadores, si conclude con la scritta, a chiare lettere, sullo schermo: «Dedicato a tutti quelli che stanno scappando». Questo articolo è dedicato a tutti i giovani, italiani e greci, che stanno scappando.

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.