I cammini: cosa sono e perché dovrei farne almeno uno nella vita

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4 milanesi, 3 piemontesi, 2 trevigiani, ospitati da un ascolano e un calabrese. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma è la situazione in cui ieri sera mi sono trovato. Il posto era splendido. Eremo di S. Pietro in vigneto, perso fra le colline che dividono Gubbio da Assisi, immerso nel più totale silenzio rotto solo dalle risate che la lista di persone elencata poc’anzi non poteva che provocare (… e dalle urla del nostro duo improbabile di ospitaleri, intento a cacciare una mucca vicina di casa dal prato dell’eremo). 

Gli ospitaleri non sono altro che volontari, persone che in passato si sono trovate a necessitare di ospitalità, le quali hanno deciso di ricambiare, offrendo gratuitamente il loro servizio. Si possono trovare in molti conventi, monasteri e luoghi affini che offrono un’ospitalità “povera”, più tradizionale, lungo i vari cammini che attraversano Italia ed Europa.

Il più celebre di questi cammini è sicuramente quello di San Giacomo, meglio conosciuto come “Camino de Santiago“. Ormai, più di 600mila pellegrini all’anno raggiungono appunto la città di Santiago de Compostela, in Spagna. Un numero impressionante se si pensa ai nobili che, nel Medioevo, pagavano i più poveri per percorrere queste vie e scontare al loro posto la pena, imposta dalla chiesa per redimersi dai propri peccati. 
Stanno però prendendo piede (passatemi il gioco di parole) anche molti altri cammini, come la “Via Francigena”, che porta a Roma attraversando Francia, Svizzera ed Italia o le vie dedicate ad alcuni altri santi e ai loro luoghi. Fra queste la più battuta è la via di San Francesco, che porta ad Assisi e che io sto percorrendo in questo momento. 

Ora chi sceglie di mettersi in cammino lo fa di propria sponte, ed il numero è in crescita esponenziale.

Come mai? Ed in cosa consiste l’esperienza di un cammino?

Partiamo dalla parola cammino, che lascia intuire che stiamo parlando di  un viaggio a piedi: nella maggior parte dei casi è così, anche se c’è chi decide di fare il proprio “cammino” in bici o addirittura a cavallo. Qualche anno fa ho anche incontrato un individuo, un po’ fuori dalla norma, che voleva raggiungere Santiago di corsa, trascinando un carretto delle provviste per 70km giornalieri (poi gli è venuta la tendinite, ma torniamo al punto).
Un’altra parola, forse più precisa per descrivere il tipo di esperienza che stiamo cercando di definire è “pellegrinaggio”. Ci sono moltissimi percorsi di trekking sparsi per il mondo intero, ma essi si differenziano alla base da un pellegrinaggio. Il motivo principale sono le finalità religiose. Al giorno d’oggi queste ultime non rappresentano per forza la motivazione di ogni pellegrino, ma lasciano la loro impronta su un cammino, dando una dimensione sicuramente più spirituale (per quanto questo termine possa essere vago) all’esperienza.

Quindi chi decide di partire si imbarca in un esperienza che è ,sì, una sfida sportiva, ma anche molto altro.
Si percorrono all’incirca 30 km al giorno, anche se nei cammini più battuti la grande quantità di albergue, luoghi adibiti all’ospitalità, permette di pianificare tappe di diverse lunghezze, a seconda delle proprie esigenze. L’unica regola è quella di restare sempre in movimento, non essendo previste soste più lunghe di una notte in ogni ospizio, a meno di infortuni.

Il pellegrino dunque, accorcia ogni giorno il proprio percorso, avvicinandosi alla meta finale. Parte presto, di solito fra le 6 e le 8 del mattino, e rimane per gran parte della giornata immerso fra la natura. Cammina solo, a contatto con i suoi passi, il suo circondario e, fondamentalmente, sé stesso. Ovviamente, non è proibito chiacchierare con gli altri pellegrini che si possono incontrare lungo il percorso e spesso si formano bellissime amicizie, che si consolidano nelle cene comunitarie, organizzate o spontanee, all’arrivo di tappa.
Il bello è che ognuno è libero di scegliere come affrontare le proprie giornate, schivando i contatti per un incontro più profondo con sé, oppure approfondendo gli incontri che il caso gli riserva.

In generale, da un punto di vista fisico e mentale ci sono aspetti che possono essere considerati come sfide. Sono questi stessi però, che a molti si rivelano come benefici man mano che i giorni passano. La fatica delle tappe,che sembrano essere interminabili, diventa capacità di gestire la Propria fatica, fisicamente ed emotivamente. La mancanza di grandi distrazioni e forme di intrattenimento è anche occasione di riflessione o condivisione con gli altri. La necessità di muoversi ogni giorno porta a trovare il proprio ritmo naturale, senza il quale gli sforzi verrebbero accusati molto più severamente. 

Un altro lato degno di nota del pellegrino-tipo è la rinuncia. Ogni grammo extra in uno zaino che deve stare in spalla 6/8 ore al giorno pesa molto più del normale. Ergo, pochi cambi e quasi nessuna amenità: lo stretto indispensabile. 

Questi sono solo alcuni dei fattori che producono ciò che chiamerei il “livellamento” fra i pellegrini. Tutti lasciano le proprie “cose” a casa, vengono nudi-metaforicamente- a camminare. E insieme ai possedimenti materiali si scrollano di dosso anche la maggior parte delle etichette sociali. Qui tutti sono compagni di viaggio, accomunati dal percorso, che pur avendo motivi ed obiettivi differenti, mette tutti sullo stesso piano. Spesso mi è capitato di vedere signori e signore di una certa età tornare bambini. Nel camminare e raccontarsi, nell’avvicinarsi agli animali in qualche campo per una carezza, nel cucinare, mangiare cibo semplice e ridere tutti assieme. 

Stasera, finisco di scrivere questo articolo nel giardino di un altro incredibile eremo, la “Romita di Cesi“. Fra’ Bernardino lo ha trovato 25 anni fa, una rovina inghiottita dal bosco. Oggi risplende come un luogo di serenità, completamente ristrutturato ed espanso con nuove strutture, semplici, essenziali ma imbevute dell’amore caratteristico di chi compie queste opere per sé e per gli altri, piuttosto che per un guadagno. 
Con una sua riflessione voglio avviarmi a concludere: “cosa si perdono quelli che non accolgono i pellegrini!” L’autrice della guida che illustra il percorso della via Francescana la commenta così: Sì, cosa si perdono quelli che si rinchiudono nei propri muri e non ne sentono la fragilità, non ne comprendono l’illusoria solidità. Perché percepire la grandezza di questo fluire di genti così diverse e uniche è comprendere quella legge della vita che è l’essere “pellegrini e forestieri”. Potrebbe volerci una vita intera a comprendere il significato più profondo di questo binomio. Il cammino stesso, però, è nel suo piccolo una metafora del nostro percorso (appunto) esistenziale. L’arrivo, certo, è importante. Ma a cambiarti sono le esperienze che giorno dopo giorno affronti, le persone che incontri e l’apertura con cui scegli di accogliere tutto questo. Ed è in questo esercizio di ritorno alla semplicità che ogni pellegrino riesce ad avere anche solo la minima intuizione di una qualche verità. Trova risposte a domande che non sapeva nemmeno di volersi chiedere o che, al contrario, si portava dentro da tempo. Si libera del superfluo e ritrova qualcosa di maggior valore. Ritorna a casa un po’ più spoglio, con meno inutili strati di protezione. Arriva alleggerito dai sassi che tutti ci portiamo dietro e che infatti molti pellegrini trascinano nello zaino e depositano simbolicamente nei luoghi più importanti del cammino. Di conseguenza, si fa rientro un po’ più felici, grati dell’esperienza di aver vissuto in un modo ed in un mondo che spesso sembriamo esserci dimenticati. Se mi chiedeste per strada il motivo che spinge sempre più persone a partire, vi risponderei esattamente questo.

Articolo a cura di Mattia Pedretti

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.