Sono così indie

“Sono così indie”: storia, lingua e destino (felice?) di un’etichetta musicale

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“Indie” è un termine che, ormai, risuona sempre più spesso nelle orecchie dei fruitori di musica, di età e gusti fra i più disparati. Ma come definireste il fenomeno dell’indie italiano a chi vi si approccia per la prima volta? E, in particolare, come ne spieghereste l’origine quasi oscura, su cui spesso pochi indagano, l’essenza e l’attuale (piuttosto alto, se guardiamo alle visualizzazioni su Youtube e al successo dei tour) indice di gradimento del pubblico, soprattutto fra più giovani? Cos’è, di preciso, l’indie?

Se un ventenne parlasse per la prima volta di indie con i propri genitori, con molta probabilità (e, possibilmente, con sua grande sorpresa), non li troverebbe del tutto impreparati. Infatti, potrebbero venir loro in mente i binomi indie rock e indie pop, che accennano a generi, o, per meglio dire, etichette musicali nate in Inghilterra alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, e diffuse, poi, nel resto d’Europa solo nei primi anni 2000.

Ma, nel mercato (ahimè, anche artistico) sembra che si corra al risparmio di parole, e il binomio è diventato monomio: indie. Indie, diminutivo di independent, descrive, dunque, una band o un unico artista, che non deve rispondere necessariamente a un genere codificato, i cui singoli e album sono prodotti non dalle major (grandi case discografiche), ma da piccole case indipendenti, appunto, e semi-sconosciute.

Ora che sappiamo qualcosa in più sul significato del suo titolo, non possiamo che porci altre domande. Cosa piace dell’indie italiano, e cosa lo rende diverso dai generi non-indie? Nell’epoca della digitalizzazione totale, della telecomunicazione H24, dei social network e della folle corsa per rendere tutto oggetto di marketing e profitto, può esistere una fascia di prodotti che sfugga a tali processi?
A quali interessi si piega l’arte apparentemente indipendente?

Per rispondere al primo quesito, non possiamo che agire sul campo, ponendoci di fronte a una scelta e analizzando frammenti di varie canzoni che riportano il marchio indie:

Mio padre è morto dopo 54 anni complicati
e un nome difficile da portare come un sorriso mai segnato da dubbi
non andavamo d’accordo
invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso:
qualche segno delle mani, un’espressione allo specchio, un tono di voce
questa cosa non mi piace per niente. (1)

Il lavoro debilita l’uomo
è sempre ora di chiedere
Ma che ore sono?
Ore straordinarie
Per impiegati mai domi
Niente come la noia
Sa uccidere i cromosomi (2)

L’amore ci estinguerà
Questa è la mia convinzione
Come ha fatto coi dinosauri
Per effetto della distrazione
Quando caddero gli asteroidi
Loro non li avevano visti
Perché erano troppo impegnati
Ad ascoltare dischi di Lucio Battisti (3)

(1) “Venti minuti”, Offlaga Disco Pax, “Bachelite” (2008)
(2) “Cromosomi”, Lo Stato Sociale, “Turisti della democrazia” (2012)
(3) “La strategia della tenzone”, Pinguini Tattici Nucleari, “Diamo un calcio all’aldilà” (2015)

Dal punto di vista prettamente linguistico, possiamo osservare che i testi scelti presentano elementi di originalità contenutistica, retorica e formale rispetto al modello convenzionale di canzone, baluardo della musica leggera, nata con la diffusione della TV in Italia negli anni ‘50.

Nel testo (1), ad esempio, gli Offlaga Disco Pax sparano a zero su un tema caldo e sempre attuale, il conflittuale rapporto padre-figlio, in una forma nuova e pungente, priva di rime e narrata. Il cantante della band Max Pellini, infatti, non modula le parole sulle note, ma le recita, verso dopo verso, incessantemente, rendendole gelide lame. Il linguaggio utilizzato è semplice, ordinario, con poche figure retoriche (una similitudine e un’accumulazione) e una struttura sintattica regolare. Eppure, la schiettezza del messaggio colpisce in profondità.

Nel testo (2), viene affrontato un tema diverso, di rilievo sociale: lo sfruttamento del lavoratore. Di certo, non un tema da canzone che passa in radio nelle ore di punta, con la sua affermazione provocatoria  (non riportata sopra) “odio il capitalismo”. Nella canzone sono presenti dissacranti giochi di parole che ribaltano una visione tradizionale delle cose, come nel verso sopra presentato “il lavoro debilita l’uomo” o una ripresa, con simpatica aggiunta, del primo verso di un noto componimento di Eugenio Montale (“Spesso il male di vivere ho incontrato”) che recita: “Spesso il male di vivere ho incontrato, l’ho salutato e me ne sono andato”. Nonostante la serietà dell’argomento, la band punta sempre alla leggerezza, con rime e assonanze semplici, un ritmo vivace e, spesso, canto di sillabe libere.

Il testo (3) è un testo amoroso. Ma, com’è proprio dei Pinguini Tattici Nucleari, non è solo il testo di una canzone, ma racconta una storia, una vicenda d’amore non corrisposto, il cui passo sopra citato non è che una riflessione del povero amante beffato dal destino, rifiutato dall’oggetto del suo desiderio. Esilarante e innovativa la similitudine che regge il ritornello, che svela la causa dell’estinzione dei dinosauri, cioè la distrazione dovuta all’amore, e prevede una fine simile anche per gli uomini. Non si può non ridere immaginando un tirannosauro commosso all’ascolto di un EP di Battisti. La genialità dei PTN sta in questo: raccontare favole del quotidiano, collegando, come per magia, elementi del reale apparentemente distanti, facendo oscillare il linguaggio dal basso, al settoriale, all’aulico (basti ricordare la presenza del termine “tenzone” nel titolo).

Dai testi, sebbene siano pochi e non possano rappresentare l’eterogeneità di tutte le band indie italiane, si può capire perché l’indie piace: per il suo scarto dalla tradizione che si identifica con la canzonetta da Festival di Sanremo, dal punto di vista linguistico, tematico e musicale, per la sua novità e per la ripresa di argomenti  vicini all’ascoltatore, legati a quel tocco di Universale che è in ognuno, ma in chiave sperimentale, talvolta destabilizzante e, in apparenza, non-sense (si guardi a “Senontipiacefalostesso” de L’officina della camomilla).

Ma rispondiamo, ora, agli ultimi quesiti che c’eravamo posti. Il responso, sicuramente, non sarà dei più felici. Purtroppo, infatti, anche l’indie è ormai qualcosa di pop, nel significato peggiore del termine. È un prodotto che si tende a commercializzare in tutti i modi e le forme possibili: non solo sotto l’aspetto di un disco, che sia reale o virtuale, o sotto forma di esperienza irripetibile e (a seconda dell’artista che si esibisce) più o meno costosa, come un concerto in un locale, ma anche con tutti i gadget “di cui non puoi fare a meno per  appartenere al mondo indie”. Magliette, spille, sciarpe, zainetti e tutta una serie di oggetti riportanti nomi e loghi delle varie band.

Le stesse piccole case discografiche (soprattutto, ahimè, la Garrincha Dischi), tendono a trasformare ciò che era “quell’indie italiano da sfigati” dei primi 2000, come lo descrive Rolling Stone Italia in un articolo del 24 luglio scorso, cioè uno spiraglio di opportunità per i piccoli gruppi locali di essere valorizzati ed avere un po’ di visibilità nell’occhio di un frenetico ciclone di vendite. Cosa dovrebbe esserci di diverso, dunque, tra un prodotto definito “commerciale” e uno “indipendente”? Dal punto di vista della distribuzione, ormai nulla. Non ci si stupisca, poi, e non si gridi allo scandalo, se un gruppo come i TheGiornalisti produce un tormentone estivo pompato in tutte le radio o un altro come Lo Stato Sociale partecipa al Festival di Sanremo. Musica indie, dunque, non significa una maniera di fare musica indipendente dal sistema di produzione, ma è essa stessa parte del sistema, solo con un nome diverso e con delle caratteristiche formali nuove. Di fatto, Calcutta si esibisce negli stessi palazzetti di Tiziano Ferro e Vasco Rossi.

Ma non facciamocene un cruccio. I già citati Calcutta e Lo Stato Sociale hanno compreso la contraddizione che li divide tra le foto su Instagram e gli strumenti musicali, ne hanno riso e ce lo hanno dimostrato, il primo intitolando il suo secondo album “Mainstream”, i secondi con la canzone  “Sono così indie”(2012/2018).

Ci hanno passato un biglietto sottobanco con un chiaro messaggio: non cambieranno l’ordine delle cose, almeno da quest’ultimo punto di vista.

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Isabella Daniele

Nata nel '98 in terra sicula, sono iscritta a "Lettere Classiche" presso l'Università di Catania. Allieva della Scuola Superiore di Catania, amo la scrittura, i lunghi viaggi, l'arte e lo studio, e il mio migliore amico è il greco (antico). Cerco la poesia nell'ombra delle cose, ma non nascondo un pruriginoso interesse per la politica, l'economia e tutte le bizzarre e difficili vicende umane.