Non torneranno più

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“Noi siamo uguali agli altri, noi siamo come tutti gli altri, noi siamo diversi, si noi siamo diversi, noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi, ma siamo uguali agli altri, ma siamo diversi. Mamma! Mamma, vienimi a prendere!”

“Palombella Rossa” è uno dei più onirici e surreali risultati del genio artistico di Moretti. Il film è una malinconica e triste metafora, velata da una leggera ma acuta ironia, dei violenti cambiamenti che investirono il blocco comunista alla fine degli anni 80 e che assestarono un colpo mortale all’ideologia comunista ed alle sue incarnazioni partitiche.

La palombella è nella pallanuoto ciò che il pallonetto rappresenta nel calcio: una parabola arcuata e insidiosa, tracciata con l’obbiettivo di scavalcare l’avversario, di aggirare l’ostacolo. Ma è anche un intervallo di stasi, una sospensione interminabile tra il momento in cui la mano lascia il pallone e quello in cui quest’ultimo conclude la sua corsa svelando l’esito del tentativo.

“Palombella Rossa” è esattamente il racconto della crisi irreversibile di un mondo, dell’impasse di una classe politica e civile, di un sistema di pensiero e d’azione, nonché di una generazione. All’indomani del collasso dell’ideologia  comunista, Moretti organizza una parabola (palombella) arguta che incrocia l’allegoria con l’interpretazione diretta, la metafora con la riflessione ad alta voce, ponendo insistentemente allo spettatore, e prima di tutto a se stesso, la  domanda fondamentale, la più urgente, la domanda attorno alla quale ruota tutto il film: che valore ha essere comunista oggi, che senso ha dichiararsi esponente di una specie per cui la storia ha decretato l’estinzione, che significato rintracciare in una vita spesa a correre verso una direzione rivelatasi improvvisamente senza meta? Ovviamente non vi sono risposte certe, nonostante ve ne sia un disperato bisogno a fronte di una progressiva perdita di identità, e di un anacronismo incombente che investe la società.

Una partita di pallanuoto si trasforma così in un vero e proprio convegno politico, in cui innumerevoli esponenti  di umanità varia si sentono chiamati ad intervenire, affollandosi ai bordi e sugli spalti di una piscina che assume i contorni di un punctum esistenziale, a tratti addirittura metafisico.  il dibattito esplicito, frammenti di discorso la cui natura stereotipa è sottolineata dalla ripetizione ossessiva che ne operano taluni personaggi  che, si sovrappongono alle fasi di gioco o si inseriscono tra una pausa e l’altra di una partita divenuta interminabile. Alle fasi di gioco è demandato dunque il sottotesto simbolico del film, con evidenti metafore per nulla velate ad occhio e mente che conosce. Ad esempio la squadra di Michele, (il protagonista), che non ha un sinistro da mettere in vasca, oppure il rigore finale di cui si incarica il protagonista e che egli stesso fallisce per aver cambiato all’ultimo momento angolo di tiro indirizzando la palla a sinistra, anziché mantenere l’idea originaria di ingannare il portiere guardando  solo a sinistra  per poi tirare a destra, o ancora  il punteggio finale che vede soccombere la sua formazione per 8-9  proprio come l’anno che vede il collasso del sistema comunista.

Michele  Apicella è un funzionario del PCI che, in seguito ad un tragicomico incidente automobilistico, perde la memoria e trascorre  il resto del film, anche durante la partita, nel tentativo di ricostruire, attraverso colloqui con se stesso ed altri e improbabili memento, la sua vita passata e la sua identità smarrita. Michele, da molti considerato l’alter ego  di Nanni Moretti, è un personaggio nevrotico, presuntuosamente sarcastico, un moralista ideologico anticonformista  che giudica e consiglia  le masse in base ad un presupposto tutto suo, definendo degradata e farlocca, quell’umanità che non vive all’interno dei suoi stilemi e, si approccia  a quella nuova cultura americana che porta ad una definitiva snaturalizzazione del popolo  e della cultura italiana ed al tramonto dei valori di  moralità umana sostenuti da Michele e dal suo partito. Questa forte personalità ideologica e morale di Michele trova spesso dei bersagli di critica all’interno del film, come la giornalista che durante una pausa dal gioco pone domande,  inizialmente  a sfondo politico e sociale, poco gradite da Apicella , soprattutto per l’eccessiva abitudine della giornalista di confutare la poetica lingua italiana mediante l’inserimento di termini angloamericani , di inutili riduzioni e l’utilizzo di parole poco appropriate , se non completamente incoerenti, all’ argomento di discussione; tale atteggiamento provoca nel protagonista  una delle tante crisi nevrotiche, a cui Apicella è spesso soggetto, portandolo a schiaffeggiare la giornalista  ed insultarla per l’incapacità di questa di esprimersi  correttamente, ribadendogli più volte l’importanza delle parole, “Ma come parla? come parlaa! ,come parlaaaa! Le parole sono importanti. Come parlaaa!”

“Palombella Rossa” è il punto di non ritorno della prima fase registica di Nanni Moretti. Lo è, come si è scritto un po’ dappertutto, dal momento che l’autore da vita per l’ultima volta al suo personaggio più intimo e iconico, sempre presente nella prima fase cinematografica del regista per ben 5 film : “ Io sono un autarchico”, “Ecce bombo”, “Sogni d’oro”, “Bianca” ed infine “Palombella rossa”. Il disvelamento della maschera-Michele, che si  infrange sull’urlo  “Acireale!” della tribuna, o forse  su quel rigore sbagliato, oppure durante quella crisi nevrotica finale di cui è vittima a fine partita (una delle scene più drammatiche e poetiche della settima arte), è anche il momento della riappropriazione di sé, di un autobiografismo non più debordato nel “genere”,come avviene in “Bianca”, ma compiuto nella quotidianità. Dunque  si chiude  la fase Apicella, per Moretti, e si apre quella diaristica, che sarà la base portante delle incursioni dietro la macchina da presa negli anni novanta, con i lungo metraggi “Caro diario” e “Aprile”, ai quali succederanno quei film  considerati, appartenenti alla terza fase  che, mostra il suo incipit con “La stanza del figlio” e arriva al culmine con “Mia Madre” dove il regista cercherà  di trovare  il punto di contatto tra le prime due fasi.

“Palombella rossa” è una sinfonia nevrastenica, una polifonia di disturbi della personalità, la prima deflagrante messa in scena di una nazione che ha smesso una volta per tutte la dialettica preferendole la comoda e narcisistica coperta della declamazione. Moretti  rappresenta nel suo scenario, con grande dote inventiva, un florilegio di situazioni surreali, intermezzi musicali, divagazioni oniriche e memorie quasi sempre bislacche e improbabili , all’ interno di un’Italia che di lì a poco si indignerà contro le indagini di Tangentopoli, e poi consegnerà lo scettro nelle mani del declamatore per eccellenza , Silvio Berlusconi.

Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza