La notte in cui ci siamo conosciuti.

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La magia non cresce in natura eppure non è prodotto dell’uomo.

La magia ha in se il mistero della natura e tutta l’ambizione dell’uomo.

La banalità del vivere è una riflessione per menti pensanti, non necessariamente esclusiva di geni, intellettuali o ricchi annoiati. E’ proprio partendo da quest’analisi sull’esistenza sempre troppo banale e dal finale già scritto che prende vita, per opposizione, il moderno concetto di “magia”,  sempre più sinonimo di cosa rara, anormale e fuori da ogni routine quotidiana.

La ricercatezza dell’amore perfetto, della vita speciale o di una carriera artistica sopra ogni aspettativa sono esempi tangibili di quei contesti in cui l’uomo decide di svestirsi dei propri panni sporcati da anni di compromessi ed effimere affermazioni sociali per immergersi e purificarsi nei flussi di coscienza emozionale. E’ così, proprio nel momento in cui si ambisce (e si ricerca) qualcosa in più del normale si è portati a creare la magia, a scoprirla in se stessi e negli altri con zelo e abnegazione totale, divenendo miopi dinnanzi alla realtà che ci circonda.

Proprio questo stato di miopia, di ipersensibilità autoindotta, costringe chi ne è affetto ad esporsi maggiormente e incautamente a chiunque gli fornisca anche solo un accenno di diversità rispetto alla norma, valutando con eccessivo trasporto ed enfasi quel poco di complicità che può scaturire da una frase meno banale del solito o da un assenso elargito da un ipotetico interlocutore, soprattutto se questi è estraneo al nostro passato  e noi al suo.

Esistono portatori sani e portatori insani di magia. I primi peccano di presunzione, credendo di poter cambiare la realtà del vivere, ma spinti da nobili sentimenti di amore per la ricerca di un mondo fatto di emozioni vere. I secondi, invece, si nutrono dell’essenza dei primi, celando dietro quei silenzi ponderati, smorzati solo da frasi di rito che elargiscono con estrema naturalezza, un vuoto interiore ed un narcisismo paurosamente smodato, troppo radicato nel profondo per poter essere estirpato.

Anche solo ciò sarebbe sufficiente per giustificare rapporti umani dove c’è sempre un vinto e un vincitore, chi all’indomani già si diverte a recitare con altri sempre lo stesso copione e chi invece conta solo le ore che lo separano da un altro giorno privo di vera emozione.

Ogni portatore sano di emozione ha avuto la sua “notte in cui ci siamo conosciuti”, in cui si è sentito perfettamente a suo agio con qualcuno, con se stessi e perciò con l’universo, dove ha pensato di aver trovato un nuovo amico, un partner per una futura relazione o anche solo un estraneo con cui  condividere racconti di vita. Ma ecco che, dopo quella notte,  il finale non ha più seguito il copione mentale del miope ricercatore di magia. Il nuovo amico magari sarà scomparso via appena la fiamma della novità si sarà esaurita, la bella ragazza che mostrava convinta empatia nei suoi riguardi sarà stata vista poche sere dopo in uno squallido locale, a dare il proprio corpo e le proprie attenzioni ad un altro ragazzo, che magari non le avrà chiesto neppure il nome.

E’ proprio allora che il sognatore si trova di fronte al bivio della propria vita. Restare vittima o diventare carnefice?

Ognuno di noi dovrebbe guardare dentro se stesso prima di poter rispondere, mordersi la lingua tre volte prima di sputare sentenze senza alcun’ordine. Nel gioco dei buoni e cattivi difficilmente esce fuori un vincitore, solo l’onestà intellettuale di ciascuno di noi può evitare l’errore di rapportarci al prossimo recitando un copione, che sia del sentimento o della più spietata ragione.

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.