Questione di vita e di morte

Una riflessione sui test di Medicina

4' di lettura

<<Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per tutti gli dei e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto: di stimare il mio maestro di quest’ arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e che considererò i suoi figli come fratelli e insegnerò quest’arte, se essi desiderano apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti […].>>

Per arrivare a pronunciare queste parole, migliaia di giovani diplomati affrontano una delle imprese più temute, ancor più della maturità, dagli studenti: i test di Medicina.

Ormai divenuti una sorta di incrocio tra i mostri della tradizione greca e il mito della “pignatta d’oro alla fine dell’arcobaleno”, almeno per le sensazioni che evoca in chi si lancia in questo assalto, i test a numero chiuso di Medicina dettano ogni anno le speranze, i destini e il futuro professionale di circa 100.000 studenti che, alla fine del percorso di studi della scuola secondaria di secondo grado, decidono (poveri loro!) di voler diventare medici, o di svolgere una professione sanitaria. Ci sono varie categorie di aspiranti medici, va detto: si possono individuare almeno quattro razze diverse di questa specie sempre più minacciata ma neanche lontanamente in via d’estinzione.

Scenario uno, in cui i genitori del candidato esercitano già la professione: crescendo con l’esempio di mamma e papà in camice bianco è nata in lui/lei una spontanea passione per la medicina; di solito questi sono tra gli studenti di medicina più appagati e, se va tutto liscio, buoni medici. 

Scenario due, stessa premessa: i genitori dello studente, che viene di solito iscritto al Liceo Classico (che è “la scuola della classe dirigente”, ovviamente) intendono rendere ereditari i privilegi di casta che loro (o magari i loro genitori!) hanno acquisito, ignorando la volontà del figlio; se il pargolo riesce a passare i test, è frustrato e passa i primi due anni senza dare neanche una materia. Spesso incompetenti, ma ancora più frequentemente solo costretti a studiare materie che odiano, diverranno medici molto tristi e scontrosi e meritano tutta la nostra compassione.

Poi ci sono i figli di persone normali, non iniziati alla nobile arte, che scelgono di indossare il camice (non necessariamente bianco) per i motivi più svariati.

Scenario tre: dopo una veloce ricerca su Google, lo studente al quinto anno di scuola superiore scopre che i salari dei medici sono tra i più alti in assoluto, e si scopre da sempre innamorato della missione medica. Mollerà la presa alla prima domanda di logica, a meno che la sua avidità non riesca a farlo diventare medico; senza saperlo, a questo tipo di candidato è stato “dedicato” un celebre film di Alberto Sordi (“Il medico della mutua”) di cui si consiglia la visione. 

Scenario quattro: come chi guarda Law and Order in tenera età e decide di diventare avvocato, così il nostro giovane spettatore di Grey’s Anatomy o fan di Gregory House, o semplicemente affascinato dalla missione di aiutare il prossimo, si innamora precocemente della professione medica, ed è pronto a tutto pur di realizzare il suo sogno. Con sacrifici supera più o meno brillantemente il test e corona il suo sogno; se il Sistema Sanitario Nazionale, con le sue ipocrisie e contraddizioni, non riuscirà a fargli odiare il suo lavoro, sarà felice e amato dai pazienti. 

Indifferentemente dal tipo di studente, i test a numero chiuso sono considerati da molti un ostacolo posto con l’unico scopo di alimentare una filiera di aziende di preparazione, che con i loro “pacchetti” vergognosamente cari vendono programmi di addestramento all’esame e soprattutto danno la speranza, anche a chi non ha le capacità, di riuscire comunque a indossare l’agognato camice. La soluzione, secondo alcuni, è rimuovere ogni tipo di barriera e lasciare alla “selezione naturale” il compito di scartare chi non è in grado di tenere il passo con gli studi. Altri ancora, invece, puntano il dito contro la scuola stessa, vedendo nei corsi a pagamento un surrogato della formazione che compete invece alla sfera pubblica. La critica è indubbiamente sensata, anche in virtù di una logica conseguenza della loro esistenza: se devo prepararmi per un test di verifica delle competenze (non ho ancora conosciuto uno studente diplomato che ha superato il test senza ripassare o studiare nulla), significa che la formazione precedente non è sufficiente. E se è così, il vero problema non risiede nella scarsa preparazione del candidato, ma negli standard qualitativi delle scuole secondarie di secondo grado (Licei o istituti tecnici) in costante calo: è così che studenti dello Scientifico sono messi in difficoltà da un’equazione, altri di Liceo Classico a una domanda su Ippocrate rispondono “ipocrita ci sarai tu!”, e altre situazioni imbarazzanti che palesano evidenti lacune formative. Potremmo dire che la farsa del test di Medicina (farsa in quanto dà per scontate competenze che la scuola troppo spesso non riesce più a trasmettere) è una versione potenziata e molto più determinante in termini di impatto sulla persona, ma ugualmente ridicola, dei test Invalsi. Si, i test Invalsi, quelli che vi hanno fatto fare al secondo e al quinto anno di scuola, per cui avete perso tre mesi insieme ai vostri professori perché “non dobbiamo fare brutta figura”, e quindi vi siete esercitati più e più volte, per poi rendervi conto che c’era anche un programma curriculare da completare entro l’anno e quindi era il panico. Proprio loro. 

Fiumi di parole scorrono, di anno in anno e di test in test, tra chi difende le selezioni a numero chiuso e chi le odia, tra chi ci vede uno strumento di meritocrazia e chi invece l’ennesimo palesarsi di un sistema scolastico improntato al profitto e alla speculazione sulla pelle degli studenti. Chi scrive non ha la presunzione di prendere posizione in un dibattito così serrato, che trova le sue radici nel sistema culturale del nostro paese e ancor di più in quello economico, in cui i capisaldi della medicina moderna, frutto di anni di ricerche e studi, sono spazzati via da un “tweet” o da un “post”, paese leader nel creare talenti e spedirli all’estero; non è esagerato dire che se inserissimo come “export” il valore delle menti e del capitale investito nella formazione di giovani che, specialmente nel campo medico, abbandonano l’Italia in cerca di fortuna, ribalteremmo la nostra bilancia commerciale. Insomma, per una volta lasciamo ai “pennaruli” e a chi ne ha voglia le analisi sulle statistiche, sul numero di candidati, sulla spesa media per prepararsi al test e su quanti candidati entreranno in facoltà con i ricorsi: ci limitiamo a fare un augurio a tutti e tutte di buona fortuna, e a chi lo merita di avere la possibilità di operare per salvare le nostre vite. E, per dirla con Ippocrate, ai futuri medici <<[…] sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorati dagli uomini tutti per sempre; che accada il contrario se si viola e si spergiura.>>

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.