Stefano Cucchi, il volto del silenzio

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Stefano Cucchi è un nome che sopravvive ma, in verità, è un ragazzo che muore il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare, dopo essere stato arrestato per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti.

Stefano Cucchi muore per l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche, causate dalle percosse, seguite all’arresto ad opera di alcuni agenti. Agenti in borghese che hanno sposato lo Stato per rappresentarlo e lo hanno tradito nell’attimo in cui non lo erano. Riporta lesioni interne ed esterne come marchi in tutto il corpo. Stefano Cucchi muore. E questo è un fatto. Il chi, come e perché sono la premessa di uno dei casi di cronaca giudiziaria italiana degli ultimi anni. Un caso che neanche la migliore analisi di un Cesare Beccaria avrebbe risolto: “Dei delitti e delle Pene” ne è la base. Un caso risolto più dalla coscienza sociale che dallo Stato. Perché quella che è la veridicità dei fatti raccontata non corrisponde a quella che è una realtà giudiziaria ancora astratta e senza un punto d’arrivo. Rappresentano la fine dell’inizio di quella che è la battaglia di Ilaria, sorella di Stefano, contro le istituzioni ed il sistema giudiziario, con tutta l’amarezza di chi nel sistema ha “sempre creduto” e ora si ritrova a scalfirlo.

La sua, è una battaglia personale che diventa sociale: Stefano simbolo di un modus operandi apparentemente efficiente di cui lui rappresenta la falla nel sistema. Evidenziare il problema, da sempre marginale e mai profondamente dibattuto,  della condizioni della carceri; del detenuto come individuo umano dai valori fondamentali per la legge; interrogarsi su come e quanto uno Stato che possa dirsi civile e tutelante i suoi cittadini, non riesca proprio a tutelare questi all’interno delle strutture da lui create; la sua funzione correttiva diventata punitiva nella peggiore accezione del termine.

Per queste ragione ad Ilaria non basta solo che Stefano ottenga giustizia, ma vuole che vi sia giustizia. Stefano non è solo, Stefano è solo il nome tra i tanti che ogni anno si elencano. Morti su una branda in una cella dove il sole lo vedi solo quando ti è frontale, e l’aria la respiri solo quando piove. Stefano non è mai stato solo. Questa è una delle principali intenzioni che emerge dal film prodotto Netfilx “Sulla mia pelle”, straziante racconto sugli ultimi giorni di vita di Stefano, dall’arresto alla morte. Alte aspettative che il giudizio comune conferma come non essere state deluse.

Lo si sceglie di guardare avendo cognizione dei fatti e lo si conclude con percezione delle sensazioni. Lentamente stringe lo spettatore fino a renderlo parte del racconto, per lasciarlo poi impotente davanti a tale sofferenza e brutalità: Stefano che percorre il lungo corridoio della stazione di polizia, Stefano che viene trasportato sulla barella e gode di un attimo di mondo, Stefano che guarda il vuoto in un mea culpa religioso. Scelte di regia che accompagnano il protagonista in un viaggio dove ogni passo lo avvicina alla fine. Quella che lascia il film non è semplice impotenza, è rabbia frenata da indignazione.

La regia di Cremonini riproduce fedelmente quanto riportato nei fascicoli giudiziari di questo decennio, senza l’assenza di particolari ma tralasciando invece, nella narrazione, marginale il ruolo della giustizia la quale accenna alla sua funzione essenziale. Non viene ad essere rappresentato il pestaggio, nè definiti gli aggressori, si limita a riportare quel passamano di responsabilità ed atti dal quale trapela un’ amara sfaccettatura dell’animo umano: nessuno ha colpa per l’altro. L’altro non ci appartiene e dobbiamo discolparci per questo. Questa voluta assenza di evidenziare i carnefici non permette al film di prestarsi ad un ambivalente presa di posizione che prescinda dalla conclusione dei fatti. Non permette di scegliere tra vera denuncia o reale giustizia. Consente un’ unica scelta, la prima, ma in effetti, neanche la morte lascia scelta.

Alessandro Borghi è l’attore protagonista del film, è lui che interpreta la morte, che interpreta sublimemente Stefano con una recitazione che lo consacra senza lasciare dubbi al riguardo. Alessandro, è Stefano. Lo conferma la stessa Ilaria, che racconta di non aver per un attimo distinto l’attore dal fratello. I due si fondono nell’atteggiamento, nella sofferenza, nella voce… e quest’ultimo diventa proprio la voce che il primo più non ha. La voce che Stefano ha scelto di non avere e quel silenzio che se bene forte è stato ignorato.

Tante volte il silenzio parla. Parla per noi, a noi e anche a chi non ci ascolta neppure ad alta voce. Il silenzio è una lama sottile della quale non se ne evincono le linee ma se ne avverte la pericolosità. Ed è per questo, che spesso si trasforma in un arma potente. Ma nel fare questa riflessione, bisogna tenere ben a mente una dato: nessun silenzio sarà mai potente quanto le parole. Le parole sono certezza, il silenzio ipotesi. Le parole denunciano, il silenzio cela. Stefano Cucchi il valore del silenzio lo conosceva bene, parlava più a se stesso che ad altri, in un dialogo costante con il proprio io. Era un ragazzo con dei problemi, non diverso da tanti, ma non era un dannato. Bisognerebbe averlo conosciuto bene Stefano, prima di scrivere di lui tentando di essere accorti, perché tutti hanno scritto di lui quando piu lui di se stesso e chissà se ora, avesse avuto voglia di parlare. Stefano Cucchi il valore del silenzio lo conosceva bene, perché il silenzio è stato la sua scelta quanto la sua condanna. Quella di Stefano è stata una sfida allo Stato, quello Stato che i cittadini, hanno il dovere di mettere in discussione.

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Costanza Agnello

Agnello Costanza Maria, nata in provincia di Catania il 09/04/97.
Diplomata al liceo scientifico di Scordia e ad oggi studentessa di giurisprudenza presso la facoltà di Catania.
Vivo di associazionismo, osservo la realtà e rifletto cautamente.