Tra follia e genialità

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Il termine follia merita e ha meritato nel tempo importanti dibattiti di interpretazione. In senso pirandelliano, per esempio, questa è intesa come unica via d’uscita dalla a-normalità della vita, l’unica strada per estraniarsi da quel palcoscenico quale la vita, ma anche motivo di isolamento sociale.

Nella sua superficiale interpretazione, oggi, possiamo intenderla come stato di alienazione mentale totale determinato dall’abbandono di ogni giudizio sociale.

La follia sembra essere stata per molto tempo motivo di grandi scoperte, di genialità insomma. Come se il termina folle e il termine genio si identificassero sotto uno stesso stretto significato: quasi fossero sinonimi.

Follia come forma artistica, musicale, teatrale o ancora di più come opera tragica, come verrebbe definita da Friedrich Nietzsche.

Da Nietzsche o ancor prima, dopo Aristotele è divenuto un uso comune per l’uomo affermare che nessuno può compiere qualcosa di grandioso senza una componente di follia.

Ancor prima di queste affermazioni, la follia viene fuori attraverso una sollecitazione di tipo dionisiaca: “Dioniso, che con il suo volere, altera lo stato conscio dell’uomo facendolo sprofondare nei suoi abissi più intimi per farlo così morire per poi rinascere nuovamente, riprendere coscienza ma con occhi folli”.

Era questa, in età antica, la ragione di tanta esaltazione. Dioniso, colui che altera il corpo e l’anima soprattutto delle giovani vergini pari all’effetto dato dal “nettare degli dei” quale il miele e, più recentemente, il vino. Erano appunto le giovani donne che essendo pizzicate dalla follia dionisiaca si addentravano in un erotismo sessuale, quale essenza più intima dionisiaca.

Si tratta quindi di un intreccio mistico tra vita e morte e facendo riferimento ai geni: tra conscio e inconscio. Questi ultimi, nel loro intrecciarsi, conducono l’uomo nel suo inconscio più totale ma questa volta con un’alterazione delle capacità visive elevata e ritornando, successivamente, nel suo stato conscio porta con sé quelle visioni e il progetto di qualcosa di grandioso.

Prodotto di tale processo sono grandiose opere che trovano terreno fertile nella perversione: l’arte, la musica; le più sane forme di quest’ultima, insomma.

Secondo Nietzsche, infatti: “le più grandi forme di arte sono il prodotto dell’incontro tra apollineo e dionisiaco”, dove il primo è identificabile con la creatività conscia e volontaria; il secondo con una realtà estatica, godendo quindi entrambe di un rapporto antitetico.

Non può esserci, infatti, genialità lì dove non ci sia conflitto interiore.

Sono molti i riferimenti da poter fare, ma lascio all’intimità del lettore quest’ultima volontà.

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Alessio Di Carlo

Nato a Siracusa, il 26/06/1997.
Studente di Filosofia presso l'Università Degli Studi di Catania.

Curioso e aperto verso ogni forma di cultura.