Blackout is the new Blue Whale.

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Sembrano essere passati pochi giorni dalla “Blue Whale” challenge, un “trend” nato e sviluppatosi in Russia – e poi diffusosi in tutto il mondo – che induceva ragazzini tra i quattordici e quindici anni ad estremizzare il loro – già labile – equilibrio psicofisico.

Ma come fa un fenomeno del genere a dilagare così velocemente? La risposta si cela, ancora una volta, dietro i social network che fungono da mezzo di distruzione di massa.

L’obiettivo di questa macabra challenge è proprio quello di indurre il giocatore, una volta privato della sua volontà, a suicidarsi in modo eclatante:

La cinquantesima regola del gioco consiste infatti nel buttarsi da uno dei tetti più alti della città e riprendere l’accaduto così da morire “in diretta”, ecco alcune delle altre regole che costellano la sfida:

 

2 – Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell’orrore che il curatore vi invia direttamente

5 – Se siete pronti a “diventare una balena” incidetevi “yes” su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi

17 – Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po’ di tempo

18 – Andate su un ponte e state sul bordo

26 – Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla.

 

Dalle regole spunta fuori un’altra verità, a muovere le fila di questi suicidi, ci sono i famosi “curatori”: uomini tra i 20 e i 30 anni che si divertono a manipolare la vita altrui, obbligando e minacciando quei ragazzi che, in rari casi, volevano tirarsi indietro.

La blue whale challenge diventò in poco tempo la notizia di punta di tutti i servizi notiziari, ma l’intervento mediatico non fu sufficiente ad arrestare questo fenomeno che, da solo, ha cominciato – a quanto ne sappiamo – a sbiadirsi. La scia distruttiva che si portava dietro però non è cessata e, a distanza di pochi mesi, ecco che sbuca fuori una nuova sfida pronta a scacciare la noia: la “Blackout” challenge, anche detta “morte bianca”.

Lo scopo del gioco questa volta è provocarsi un soffocamento per raggiungere un momento d’estasi: spinge a privarsi dell’ossigeno per periodi sempre più prolungati, la sfida può essere praticata da soli o in compagnia, usando corde, sciarpe o le braccia di un amico strette attorno al collo.

Un attimo prima dello svenimento, c’è un’altissima concentrazione di anidride carbonica nel sangue, e dunque la quasi mancanza di ossigeno. Questa condizione dà vita ad una sensazione di euforia, che in realtà è un rallentamento progressivo delle attività cerebrali, è la fase che precede l’arresto del cuore.

L’inesperienza, mista ad una folle sconsideratezza, non ha permesso però ai ragazzi di fermarsi in tempo e molto spesso, l’euforia è stata pagata con la morte.

Ma cosa spinge a mettere a repentaglio la propria vita?

Quella dell’era tecnologica, è una generazione facile alla noia, e, si sa, è la noia a spingere a compiere gesti stupidi ed estremi pur di provare per un momento un brivido d’eccitazione; questa spasmodica ricerca di adrenalina però, si è rivelata devastante.

 

 

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Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.