Trumped-up Economy

Perché il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump rischia di fare qualcosa di buono

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La campagna elettorale per l’elezione del successore di Barack Obama è stata particolarmente seguita in tutto il globo e infiammata da scandali, accuse e controaccuse che hanno confermato, su scala globale, uno dei leitmotiv del Movimento 5 Stelle in Italia: “La casta è corrotta”. I due partiti che si contendevano l’elettorato, i Democratici e i Repubblicani, hanno vissuto entrambi momenti di crisi gravissima durante queste elezioni, di tipo politico sul fronte interno e di immagine all’esterno; ma, soprattutto, questa elezione presidenziale è già passata alla storia come quella “degli outsider”: sul fronte democratico, il socialista Bernie Sanders e sul fronte repubblicano quello che poi si sarebbe rivelato vincitore dell’agone politico, l’imprenditore, star TV, lottatore di WWE Donald J. Trump.

Dal momento della pubblica discesa in campo, durante la quale ha presentato i suoi due principali slogan (“Make America Great Again”, di reaganiana memoria, e “Build the Wall” contro l’immigrazione clandestina dal Messico) è stato definito, in base allo scandalo del giorno, “unfittest”, il meno adeguato, per via del suo carattere che spesso lo fa apparire arrogante; o “rapist”, stupratore, per via della diffusione sui media di un video in cui il candidato diceva che nelle relazioni con le donne bisogna “grab them by the pussy”, letteralmente “afferrarle dalla fica”. In breve, non era il composto e “presidenziale” candidato a cui siamo stati tradizionalmente abituati, ma piuttosto un rissoso e sregolato “nemico delle élite”, come lui stesso si definisce, spesso fuori dalle righe e oltre ogni limite.

Adesso, da quasi due anni Trump è passato dall’essere un concorrente del reality show elettorale al principale protagonista della serie TV della Presidenza degli Stati Uniti d’America, traghettando da un ruolo all’altro la stessa irriverenza, impulsività e, possiamo dire senza rischiare incidenti diplomatici, un approccio non esattamente “istituzionale” al ruolo che ricopre. In questa narrativa rientrano accordi privati con prostitute, il cui silenzio su una presunta relazione con The Donald è stato comprato con dollari sonanti ; o il repentino passaggio dall’apostrofare Kim Jong-Un, dittatore della famiglia Kim al potere in Nord Corea, “un pericolo per l’umanità” e promettere dunque l’uso di una forza militare “mai vista prima”, a fraternizzare amichevolmente con lo stesso dittatore in occasione del primo incontro diplomatico tra i due a Singapore.

Nel mezzo delle bufere mediatiche in cui è costantemente coinvolto, delle scelte non proprio azzeccate in campo di politiche sociali e immigrazione (come separare i figli dai genitori immigrati clandestinamente negli Stati Uniti, mossa che il suo stesso partito gli ha recriminato), o di economia (con la “deregulation” del settore bancario già ampiamente programmata e attesa, attraverso il definitivo superamento del Dodd-Frank Act, approvato sotto l’amministrazione Obama in seguito alla crisi finanziaria del 2008 che riduce notevolmente i rischi impliciti nella creazione di colossi bancari, ritenuti “too big to fail”), i suoi sostenitori hanno l’impressione che ci sia un reale cambio di passo, mentre i detrattori vedono in Trump una reale minaccia alle istituzioni repubblicane e allo stato di diritto. Ma da una prospettiva oggettiva, c’è una delle iniziative dell’ex protagonista di “The Apprentice” che rischia, con i suoi effetti prevedibili ma soprattutto quelli non prevedibili, di risultare realmente efficace e, a tratti, rivoluzionaria: la politica commerciale protezionista. Da circa un anno, anche se nelle promesse elettorali era già esplicita l’intenzione, gli Stati Uniti hanno iniziato ad apporre dazi e tariffe sui prodotti importati dall’estero, a partire dall’acciaio cinese, e proseguendo con le minacce al NAFTA (North American Free Trade Agreement), e finendo con l’imposizione di tariffe sulle auto tedesche importate negli States; la mossa ha ovviamente messo in subbuglio i mercati di tutto il mondo, con repentini crolli borsistici dopo ogni annuncio di nuovi dazi e avvisaglie di guerre commerciali.

Ma questa vicenda ha un aspetto positivo: la Cina, principale target di queste politiche aggressive, non può permettersi una guerra commerciale. La sua economia è già sovraccarica con debito, pubblico ma soprattutto privato; le costanti manipolazioni dello yuan da parte della Banca Centrale Cinese ne ha ridotto le riserve in moneta estera, diminuendo la propria capacità di risposta in caso di una crisi globale o di difficoltà impreviste; e, come è ormai risaputo, il Gigante orientale dai piedi d’argilla è dipendente dall’export: anche se in misura minore rispetto al passato (i tempi della “cheap workforce” hanno lasciato il passo a nuovi colossi come Huawei e Xiaomi), o comunque con prodotti diversi e di maggiore qualità, i consumi interni rimangono deboli e il disequilibrio tra campagna e città rimane enorme, con la costa industrializzata e servita da infrastrutture di prim’ordine, e la campagna ferma agli anni 70’. In sostanza, se gli Stati Uniti pongono l’alt o comunque rallentano l’economia globale, la Cina di Xi Jinping non può (ancora) reggere da sola il peso di un’eventuale ritirata americana dai mercati. E, senza liquidità, l’espansionismo geopolitico del paese di Mao dovrà arrestarsi, specialmente nel South China Sea (che i vicini, come le Filippine e il Vietnam, non chiamano “China”).

Quello che una certa vulgata antiamericana spesso dimentica è che, nonostante tutto, la Cina è una dittatura comunista. La sua diplomazia, e di conseguenza le voci di spesa estere hanno precise finalità politiche, come la “One Belt, One Road”, la nuova Via della Seta che sta finanziando la costruzione di mastodontiche infrastrutture, come porti e linee ferroviarie, dal Pakistan all’Africa sino nel cuore dell’Europa (ovviamente addebitando parte del costo sui paesi inclusi nel programma, che entrano così a far parte della sfera d’influenza cinese). Che il Gigante Rosso venga ammansito dal “big stick” di Trump, richiamando la celeberrima espressione coniata da Theodore Roosevelt, non è un male, ma un risultato auspicabile. In un suo famoso discorso, l’allora presidente statunitense Ronald Reagan ebbe a dire: “America has an obligation to its citizens and to the people of the world never to let those who would destroy freedom dictate the future course of life on this planet” (L’America ha l’obbligo morale verso i suoi cittadini e i popoli della terra di non lasciar decidere il futuro della vita su questo pianeta a chi vuole distruggere la libertà). Oltre a rubare lo slogan della sua  campagna elettorale, Trump sembra aver preso alla lettera il caro vecchio Ronald.

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.