Mondo senza Lettere: il paradigma culturale di Matteo Salvini

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Matteo Salvini fa tanti discorsi, modula una miriade di parole, parla, parla, parla. 

È raro accendere la televisione e non vedere sbucare dietro lo schermo il suo volto, pronto a sfornare il nuovo propagandistico discorso che diriga l’audience televisiva, il popolo italiano, a focalizzare la propria attenzione su pochi argomenti, che non rappresentano i più gravi e reali problemi che affliggono il nostro Stato, la nostra quotidianità.

Tra le tante parole che fuoriescono dalla bocca dell’attuale Ministro degli Interni (ruolo istituzionale ampiamente inficiato dalle vesti di chi lo ricopre), alcune, in particolare, mi hanno colpito personalmente e profondamente. 

La sera dell’11 settembre scorso, Salvini si è recato come ospite unico presso lo studio di “Porta a Porta”, programma che va in onda da più di vent’anni, ormai, in seconda serata su Rai1. Si è svolta una lunga e tranquilla intervista al Ministro, nel corso della quale egli ha presentato numerose misure che il “suo” governo prenderà in merito a temi economico-sociali salienti, riguardanti le migrazioni clandestine, il lavoro, la sanità, le pensioni, l’istruzione (andando oltre i limiti delle sue strette competenze ministeriali), trovando il tempo di discutere di argomenti più specificatamente politici, come lo stato dell’alleanza con il centro-destra e i problemucci legali del Carroccio.

Come studentessa universitaria (e, in più, iscritta al Corso di Laurea triennale in Lettere), mi sono sentita richiamata, soprattutto,  dai discorsi del leghista sull’universo “istruzione”.

Il ministro (non a capo del Miur, si ricordi bene) ha proferito, ribadendo il concetto anche dopo con un tweet: 

Metterei il numero chiuso nelle facoltà umanistiche, da dove ne sono usciti tanti di laureati. Ma a MEDICINA c’è bisogno di ossigeno. Abbiamo bisogno di medici e di ingegneri”.

Sorvolando sui commenti delle differenti testate giornalistiche online, riguardo il mancato conseguimento di una Laurea in Storia del nostro politico/politicante, nonostante i parecchi anni di frequenza universitaria, vorrei soffermarmi sui possibili motivi per cui Salvini ha pronunciato tali frasi. 

Ma, intanto, mi chiedo su quali dati, su quali statistiche il ministro si è documentato per giungere alla conclusione che vi sono più laureati in Scienze Umanistiche che Mediche (sorvolando, nelle sue superficiali disquisizioni, comunque, su un altro grave problema, su cui non posso ora soffermarmi, cioè il basso indice di laureati sotto i trent’anni in Italia, rispetto alla media europea). Secondo i dati Istat del fascicolo “Italia in cifre 2016”, ad esempio, i laureati per l’anno accademico 2013/2014 (sono i dati affidabili più recenti che ho potuto scovare) sono 26.309 appartenenti al “gruppo letterario”, mentre 32.035 (con un incremento del 3,9% rispetto all’anno precedente) appartenenti al “gruppo medico”. 

Perciò, le fonti mostrano una realtà diversa da quella prospettata dal ministro, che per molti leoni da tastiera è più che un politico, più che un semplice uomo: è un “Capitano”, un messia, un guerriero che combatte per una verità tutta nazionale. Che gran fregatura scoprire le sue defaillances.

Ma, oltre ciò, vi sono due importanti questioni su cui riflettere: il fatto che Salvini reputi ovvia l’esistenza di Corsi di Laurea a numero chiuso, senza spiegare e fare riflettere sulla loro natura, e che voglia degradare ampiamente e apertamente i Corsi di studio umanistici, indicando lo strumento e utilizzando la minaccia “numero chiuso” per disincentivare possibili futuri letterati, storici o filosofi a intraprendere questa sconsiderata scelta. 

Il test per i Corsi di Laurea scientifici a numero chiuso è stato introdotto circa venti anni fa. Ma chi ha favorito in tutti questi anni? Di certo non gli aspiranti medici, sotto continuo stress psico-fisico per la paura di non passare il fatidico esame a crocette, di dover ripiegare per uno o più anni su corsi simili, per poi riprovare, stremati, con la stessa paura e ansia. Non è certo un clima di distensione e tranquillità con cui approcciarsi all’età adulta e alla crescita professionale. 

Di conseguenza, la tensione del maturando si riflette sulla sua famiglia, che, spesso, farebbe di tutto per vedere il proprio pargolo felice e realizzato. Immersi in queste torbide acque di emozioni spiacevoli, i membri della famiglia del proto-medico vedono privatissime scialuppe in lontananza, pronte a salvarli o, almeno, a dar loro una speranza.  La proliferazione di scuole private di preparazione ai test per il Corso di Laurea in Medicina è evidente su tutto il territorio italiano, senza esclusione di province. E i costi per la frequenza delle lezioni sono davvero alti.

A Catania, dove vivo, ad esempio, spopola la scuola privata Unimed, il cui volantino di presentazione, accalappiatore di giovani menti, recita, in maniera autoreferenziale (e sulla base di quali dati?): “L’unico avamposto sudista capace di “prendersi” non solo tutti i suoi 300 posti, ma di strapparne altri alle sedi “pigliatutto” del norde”.

Certo, intrigante. I portafogli dei contribuenti non saranno entusiasti allo stesso modo, però, dato che i “pacchetti” offerti, che preparano dal terzo, quarto o quinto anno di scuola superiore, con corsi invernali o estivi, hanno un costo minimo di circa €3000,00. 

È assurdo e ingiusto che i genitori debbano pagare spese universitarie per i figli quando l’Università, per loro, non è solo che un miraggio. 

Ma, nonostante le difficoltà, i numeri di coloro che tentano la sorte e la via della Medicina sono in aumento. Questo dà ancora meno valore alle parole di Salvini, che vorrebbe che futuri test a numero chiuso per Scienze Umanistiche allontanassero, inorriditi, giovani studenti.

Quindi, cosa vuole in realtà il Ministro, rivolgendosi in questo modo al pubblico? È ancora solo propaganda (altri prima di lui hanno proposto l’abolizione del test d’ingresso a Medicina), per cercare di portare maggior consenso alla sua figura, tentando di dare risposte alle numerose polemiche che ci sono da anni sulle suddette prove? Non credo sia solo questo. 

Salvini è stato più sottile. Non ha proposto solo di eliminare i test (un’operazione che da tempo andrebbe davvero compiuta), ma di trasferirli, traslarli, dettando, di conseguenza, un proprio paradigma culturale.

Troppi laureati in Scienze Umanistiche, troppi letterati, troppi filosofi, troppi storici! 

Eppure, l’Italia è statisticamente uno degli Stati, a livello mondiale, in cui c’è una visione più distorta del reale. Siamo un popolo la cui quasi metà (il 47%) è composta da analfabeti funzionali. 

Ora, non dico che ci sia bisogno di un umanista per saper leggere un testo di qualsiasi genere, anche quello di una bolletta o un contratto di lavoro, non dico che ci sia bisogno di un umanista per spiegare l’importanza del valore della Verità, di una profonda coscienza civica e storica; io non lo dico.

Ma se davvero vogliamo abbattere la categoria degli intellettuali, se davvero vogliamo un’Italia di soli medici e ingegneri, chi potrà ricordare a ognuno di noi di pensarci?

A chi verrà dato il compito di spiegare, dalle scuole materne ai licei ed istituti tecnici, come si legge, come si impara, come si ragiona, com’è andata e sta andando la storia?

A chi il ruolo di riflettere su ciò che accade, a chi il fardello di fare un’analisi critica, a chi l’opportunità di approfondire le ricerche su valori come la bellezza e la bruttezza, la giustizia e l’ingiustizia, il vero e il falso?

Chi ci rievocherebbe l’idea che c’è altro oltre la pura materialità e i paradigmi di pensiero dominanti?

Forse la conoscenza della storia della letteratura e della filosofia (parti della nostra interiorità, pezzi di noi che si raccontano su carta, che ci aiutano a capire chi siamo come singoli e come società storicamente determinata) non sono considerati utili. Di sicuro non nello sfrenato consumismo in cui siamo immersi, testa e piedi, sin dall’infanzia. Nella velocità dell’utilizzo di ogni cosa, dal tempo alle scarpe, nella corsa ai click, non è utile spegnere le luci artificiali e accendere il “lume della ragione”.

Neanche io ne sostengo l’utilità.

Ne sostengo, invece, la necessità.

Per comprendere la profondità che è ottemperata da uno schermo colorato, da voci squillanti, da traffici intensi e ignoranza piacente.

É necessario, dunque, per ricordarci che siamo umani.

Per ricordarci di pensare e di cercare la conoscenza.

Sempre. 

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Isabella Daniele

Nata nel '98 in terra sicula, sono iscritta a "Lettere Classiche" presso l'Università di Catania. Allieva della Scuola Superiore di Catania, amo la scrittura, i lunghi viaggi, l'arte e lo studio, e il mio migliore amico è il greco (antico). Cerco la poesia nell'ombra delle cose, ma non nascondo un pruriginoso interesse per la politica, l'economia e tutte le bizzarre e difficili vicende umane.