Fight Club – La morte del nostro capitalista interiore

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Sinossi: Il protagonista, il cui nome non verrà mai svelato, vive la sua piatta vita nel ramo assicurativo. Attanagliato da problemi di insonnia, decide di combatterla partecipando regolarmente a degli incontri per malati terminali. Sarà qui che incontrerà Marla Singer, donna eccentrica e misteriosa, che come il nostro uomo vive ai margini della società, in un limbo opaco difficile da abbandonare, almeno sino all’incontro con Tyler Durden, eccentrico produttore di saponette. Tyler diverrà presto il padre spirituale del nostro protagonista, squarciando il velo che lo costringeva alla cecità.

“Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto”.

“Fight Club” rappresenta il crollo definitivo del sogno americano, la deflagrazione di un sistema di valori che hanno reso l’America l’utopia insita in ogni cittadino occidentale.

Nessuna grande guerra, nessuna grande depressione, nessuna grande rivoluzione. Questa è la generazione che analizza Palahniuk nel suo romanzo, forse più acclamato. La generazione di mezzo, senza grandi ideali e senza grandi motivazioni, ma che spinta senza sosta al consumismo feticista e accumulatore, giunge costantemente al nulla. Lavoratori spinti dal bisogno di continuare ad essere accumulatori seriali, che preferiscono il catalogo Ikea ad un romanzo o ad un numero di Playboy. La soluzione? Tornare ad una sorta di stato di natura brutale, in cui raggiungere il fondo diviene una prerogativa, in cui il sangue tuo e del tuo avversario, lascia cadere lo spesso velo dinnanzi ai tuoi occhi. Il Fight club, rappresenta così, un ritorno allo stato precivilizzato, unico secondo Freud, in grado di liberare l’umanità dalla sua infelicità congenita. Un club per soli uomini, caratterizzato dalle urla della folla che incita i due combattenti, sotto il rumore incessante delle ossa frantumate dalle nocche. Un autolesionismo governato dall’anarchia sociale, che diverrà chiave di un lungo processo di psicoterapia.

Regole?  Soltanto tre.

• La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.

• La seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.

• Questa è la terza regola del Fight Club, quando qualcuno dice basta o non reagisce più, anche se sta solo facendo finta, il combattimento è finito.

Il vacuo consumismo che attanaglia la società contemporanea, grava così tanto sulle spalle del nostro protagonista, che lo costringe ad un morboso avvicinamento al cupo Tyler Durden, a tratti un mix tra un sessantottino ed un black block, che si fa portavoce di ciò che Marx avrebbe definito “lotta di classe”. Una lotta di classe atipica, in cui allo scontro dialettico si sostituisce lo scontro fisico, in cui la causa rivoluzionaria supera ogni protagonismo, ed in cui ad ogni forma politica si preferisce l’anarchia.

Fight Club diviene così emblema di una narrativa dissacrante, in cui ogni preconcetto, e ogni ideologia su cui si basa la società viene ridotta in cenere. Lavoro, Famiglia e Dio, tre dei caposaldi della società occidentale vengono brutalmente detronizzati, lasciando l’individuo in una sorta di stato liquido – orfano di ogni certezza che lo accompagnava- a combattere con i meandri più sordidi della propria psiche.

«Quello che devi considerare» dice «è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare.»

Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l’attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perché l’odio di Dio era meglio della sua indifferenza.

Ma chi è Tyler?

Tyler è la piccola vocina nella tua testa che ti ripete che prendere l’auto ogni giorno per andare a scuola, all’università, a lavoro, ti prosciuga lentamente, è quella vocina che ti urla di bruciare una pompa di benzina anziché dar via 1.60 euro per ogni litro di veleno che bruci, che brucia e che sei costretto a respirare. Tyler Durden è quel simpatico motivetto che comincia pian piano e che ti ritrovi ad urlare a squarciagola: “Abbasso il leasing, la sostare e il capitale”. Tyler Durden è il momento esatto in cui capisci di doverti staccare dal cordone ombelicale che ti hanno affibbiato dopo che hai abbandonato il tuo personalissimo utero materno, quello che ti hanno costruito su misura, quello che ti hanno impacchettato e che hai sempre stretto bene attorno al collo come una sciarpa troppo tiepida da levare, come un cappio troppo comodo da tagliare. Ma per scoprirlo davvero basta toccare il fondo insieme a lui, e leggere Palahniuk, o al massimo, se proprio temete di venire catturati dal nichilismo e dall’autolesionismo – andateci piano – e iniziate con il film, diretto da David Fincher, uscito nelle sale nel 1999, inserito al diciassettesimo posto nella classifica dei migliori 500 film di tutti i tempi, stilata dalla rivista Empire.

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Roberto La Rocca

Nato a Catania nel ’94, frequento il corso di Lettere Moderne, e direi che non conosco molto altro di me stesso, a parte il fatto che detesto il radicchio, la gente che mangia rumorosamente al cinema ridendo a crepapelle durante un momento tragico o viceversa, e il Bloody Mary; se qualcuno al mondo lo beve ancora, vi prego spiegatemi perchè? Cosa vi hanno fatto di così tremendo le vostre papille gustative per mandar giù quell’intruglio nauseabondo di pomodoro e vodka?