Cavalleria popolare d’innovazione

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Il 17 maggio 1890, venne eseguito al teatro Costanzi di Roma, per la prima volta, il melodramma operistico di Pietro MascagniLa cavalleria rusticana”. Questa data è stata utilizzata come termine di riferimento, anzi come spartiacque per designare l’evoluzione del melodramma italiano di fine 800. Mascagni partecipò ad un concorso di cui fu il vincitore presentando questo lavoro, ispirato all’omonima novella di Giovanni verga e con libretto scritto da Targioni Tozzetti e Guido Menasci.

Il panorama che l’Italia offriva dopo l’unità, in ambito teatrale, era variegato, ma poco entusiasmante e ripetitivo, salvo il successo  del “Mefistofele” di Arrigo Boito , intriso di cultura germanica, e qualche  altra singolare espressioni della scapigliatura come “Amleto” di Franco Faccio.  Quando quel fatidico giorno di maggio  venne rappresentata la “Cavalleria rusticana”, la monotona routine artistica di quegli anni venne letteralmente  sconvolta. Si parlò di rivelazione, di capolavoro e addirittura di scandalo. Così, improvvisamente il giovane Mascagni passò dall’essere uno sconosciuto proveniente da una modesta famiglia livornese, ad essere argomento di discussione dei grandi critici e dei compositori italiani.

Senza dubbio, tra i motivi che determinarono la fortuna di “Cavalleria rusticana” si debbono annoverare il drammatico soggetto, la sua accesa passionalità e l’ambiente popolare, permeato dai forti ed istintivi sentimenti di una classe proletaria a cui finalmente rivolgeva qualche attenzione l’aristocratico e di nicchia  genere operistico.  Poveri personaggi socialmente diseredati, “vinti” secondo la qualificazione verghiana, come Santuzza ,Turiddu e Mamma Lucia, trovarono udienza sulla scena lirica, grazie a un compositore che seppe interpretarne i moti più profondi traducendoli in un linguaggio essenziale ed afficace. Del giovane  Mascagni dovette impressionare la vena di canto nuova e personale nella sua spontaneità un po’ irruente, al limite  della “volgarità”, l’originale impiego delle voci, sospinte verso il registro acuto, raggiunto con slancio, spesso con una forza confinante con il grido. Mascagni riuscì a stupire ed ammaliare  anche per la virtuosa sicurezza con cui manovrava le masse corali, ricorrenti in tutto l’opera, rafforzando il senso di  una presenza di massa, di un popolo in scena. Elemento fondamentale dell’opera  fu l’inserimento di ampi squarci sinfonici, quasi a dimostrazione che un musicista che volesse essere “moderno” non poteva, soprattutto dopo l’esempio wagneriano, non affidare all’ orchestra  un ruolo cardine e di spicco, in una rinnovata concezione dell’opera in musica.

L’opera si apre con un preludio dalla struttura formale piuttosto ardita con la celeberrima  serenata in siciliano, incastonata al suo interno e cantata a sipario chiuso da Turiddu. Il preludio, viene ripreso ogni qual volta viene rappresentata una funzione religiosa, poiché l’opera è cronologicamente ambientata durante la Pasqua, ciò rappresenta pienamente l’atmosfera dell’opera. Il drammatico duetto costernato dalla menzogna e dalla gelosia  tra Turiddu e Santuzza, vero centro dell’opera, si contrappone al carattere sacro del periodo in cui tale duetto avviene. Ai duetti pieni di collera, rimorso, gelosia, menzogna, odio, si alternano anche aree di vezzo e di frivolezza, come lo stornello di Lola, che rappresenta pienamente la frivolezza della ragazza, l’esordio di Alfio il carrettiere, con la sua trainante sicurezza e popolare stima, tuttavia l’opera, eccetto le brevi aree già citate, è permeata dal melodramma che si fa sempre più incalzante raggiungendo il culmine  nell’addio di Turiddu alla madre, prima di sfidare a duello Alfio il carrettiere, straripante di gelosia e di rabbia per la non più occulta relazione tra Lola, sua moglie, e Turiddu.

Il pubblico che decretò il successo internazionale dell’opera, forse non fu colpito dalle novità stilistiche e formali di cui s’è già parlato, ciò che più trascinò e convinse la platea fu senza dubbio quel senso di “aria aperta”, di Sicilia presa dal vivo, quasi di cinematografia ante litteram, che la partitura suscitava ad ogni momento; fu quell’inedito clima paesano ricreato ed enfatizzato con l’inserimento di canti popolari, fu soprattutto il sensuale empito melodico che si espandeva dagli interventi solistici ai cori e alle pagine sinfoniche, come il fortunatissimo intermezzo, di straordinaria inventiva musicale e coinvolgimento emotivo, che costituì per Mascagni ,e non solo, un modello da tener sempre presente. Così, negli anni immediatamente successivi al 1890, una miriade di drammi passionali, di ambiente popolare, e con forti caratterizzazioni regionali, invase la scena operistica, a voler  mostrare, come già era avvenuto nella letteratura, che il regno d’Italia non si riduceva solo a Milano, Roma e Torino, ma comprendeva un mondo ben articolato, sofferente e drammaticamente isolato dallo sviluppo commerciale e dal progetto sociale che investiva il Nord della penisola.

Un nuovo mondo espressivo, per cui gli affetti sono dipinti in scene sintetiche e coinvolgenti, un’ originale proposta drammaturgica improntata a una tensione costante, ad un’ assoluta necessita. Venne dunque scoperta  in questo breve atto ispirato a Verga, un’ epoca in cui il teatro lirico era ancora un’impresa commerciale redditizia. Fu quindi un fenomeno naturale e istintivo che, sull’onda del successo della “Cavalleria rusticana”, tentò di riprenderne modelli e ambienti.


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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza