Il caso “Spotlight”, il vero giornalismo che svela l’orrore.

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Mi sono sempre detto di voler guardare questo film, ma per un motivo o per un altro, ho sempre posticipato la visione, finchè una sera decisi di vederlo. Per le due ore piene del film non ho staccato gli occhi dallo schermo e la mia mente non ha mai smesso di riflettere; roba che ti succede solo con i grandi film.

“Spotlight” fa riferimento ad un team giornalistico del quotidiano “The Boston Globe” (nel film sono Walter Robinson, Mike Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, interpretati da Micheal Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Brian D’Arcy James), che ha realizzato un gigantesca inchiesta per portare alla luce ed agli occhi del mondo intero, decine di casi di pedofilia da parte di parroci di Boston nei confronti dei bambini. Il film è stato realizzato dal regista Tom McCarthy, ed è stato premiato come MIGLIOR FILM e come MIGLIORE SCENEGGIATURA agli Oscar del 2016 ed il quotidiano protagonista dell’inchiesta ha ricevuto il premio Pulitzer nel 2003. L’inchiesta è pubblicata nel 2001, dopo anni di insabbiamento da parte della chiesa cattolica e degli stessi media. Lo stesso Globe, negli anni precedenti, pubblicò semplicemente una manciata di articoli su questi eventi raccapriccianti. Ci si chiede perchè? Perchè non era stata fatta prima, perchè anni dopo? Non è mai facile trattare argomenti di tale peso sociale e sopratutto non è mai facile mettersi contro istituzioni dalla levatura della Chiesa cattolica, che oltre il suo peso puramente ecclesiastico, è una fonte di potere economico e politico.

La pecularietà di questa pellicola è la facilità con la quale non cade nella noiosità della narrazione, in quanto trattando argomentazioni simili, si rischia sempre di cadere nel clichè della moralità o del semplice documentario. La trama è coinvolgente, la musica della colonna sonora piazzata in momenti chiave del film, mai banale nella sua sceneggiatura. Una sorta di film giallo, un percorso lento, che sembra portare ad una conclusione scontata, ma non è questo l’obiettivo; il film porta a riflettere, su una tematica importante, su qualcosa che non credi finchè non vedi e nonostante questo continui a non volere credere. Cito una frase del film: “bisogna credere nell’eterno, non sull’uomo”. Il riferimento dell’eterno è la religione nella sua espressione propria, l’uomo è la chiesa, come istituzione, macchiata di crimini, che sono alla base proprio della lotta religiosa”. Cosa c’è di confortante? Dove sta il lieto fine? Noi affidiamo le nostre vite e le nostre speranze di salvezza alla chiesa, abbiamo fede in qualcosa che nella sua attuazione concreta è capace di essere una bestia peggiore del male stesso. In che cosa crediamo davvero? Questa è la tematica sulla quale riflettere lungo il percorso del film. Spotlight è un film che non vuole esaltarsi: niente virtuosismi, niente momenti clou, niente colonna sonora che cattura in modo particolare (a parte la lentezza da pianoforte nei momenti chiave). A catturare invece ci pensa proprio il vuoto, i momenti lenti, le parole non dette, i silenzi ed alle prese di coscienza: quelle dei protagonisti e degli spettatori, tutti sono messi alla prova.

Le testimonianze sono sconvolgenti nude e crude nella loro spietata malvagità (proprio per questo il film negli USA è stato vietato ai minori non accompagnati, per i continui riferimenti sessuali). Sconvolgente è anche l’intervista (brevissima) da parte di Sacha nei confronti di uno dei parroci coinvolti; quest’ultimo con estrema naturalezza rispose di avere commesso quegli atti, ma che non gli facero provare alcun piacere sessuale. Questo prete era stato vittima di violenza sessuale anni prima, e ciò che spaventa è come un esponente ecclesiastico abbia potuto razionalizzare in modo naturale un abuso ai danni di un bambino. L’intreccio narrativo è creato in modo perfetto e logico, preciso e mai superfluo; non annoia, ma coinvolge. Eccola l’altra grande tematica della pellicola, oltre l’orrore della pedofilia dei parroci, ossia l’elemento giornalistico, la capacità di realizzare un’inchiesta in modo lento, meticoloso (mesi di lavoro), senza lasciare nulla di intentato, con coraggio e determinazione. Un’inchiesta, come quella del “Globe”, che ha peso e valenza sociale, che smuove e cambia le cose, per tanto tempo taciute. Questo fa il vero giornliasta, non scrive un semplice articolo che svanisce nel nulla dopo 24 ore, ma approfondisce, crea e narra la storia, con tutti i mezzi possibili, procurandosi una documentazione (come quella insabbiata dalla chiesa nel film ma resa poi pubblica grazie ad un avvocato dalla parte del giornale di Boston) di proporzioni talmente vaste, da non poter più tornare indietro. Sono fatti e prove, hai in mano una storia che devi assolutamente scrivere e far conoscere, hai un impegno morale, prima che professionale.

Una cosa, forse inosservabile del film, è la figura del nuovo direttore del quotidiano, Marty Baron (interpreato da Liev Schreiber). E’ lui il punto di partenza, lui ha in testa l’inchiesta mai realizzata dal giornale sulla questione dell’arcivescovo Law (principale protagonista degli insabbiamenti). E’ ebreo! E’ un outsider! Elemento cruciale per avviare l’inchiesta.

L’inchiesta ha coinvolto oltre 70 preti solo a Boston, ma il numero continuò a salire dopo la pubblicazione dell’inchiesta; iniziarono ad arrivare migliaia di telefonate alla sede del giornale. Le vittime si moltiplicarono, l’orrore non aveva fine. L’orrore è riscontrabile anche in altri numeri: solo il 50% dei preti di Boston aveva fatto voto di castità (quindi gli episodi di pedofilia assunsero chiaramente un’importanza psichiatrica).

“Bisogna credere nell’eterno e non sull’uomo”.

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Endrio Zanti

Mi chiamo Endrio Zanti, 29 anni, studio comunicazione e lingue a Catania, aspirante giornalista, aspirazione dovuta alla passione per l'informazione e la scrittura, relative a tematiche storiche, culturali e di attualità.