Una manovra per due

Siamo tornati ai bei vecchi tempi?

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Dalla “spending review” alla “spending di più” è un attimo. Almeno, questo devono aver pensato gli attuali leader del poco leader Giuseppe Conte, ovvero Matteo Salvini e Luigi di Maio, in arte Giggino, mentre in campagna elettorale si lanciavano in ardite promesse, sempre più grandi e dunque meno realizzabili. Nascono così, in maniera spontanea, in base al gradimento della folla e al grado di esaltazione provocata nel pubblico (come se le elezioni politiche fossero un’edizione de La Corrida di Canale 5) i due cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle e della Lega: il reddito di cittadinanza e la flat tax (che il Cav ha involontariamente rinominato “Flas tas” da Mentana: l’età avanza). La proposta dell’M5S ha giocato prevalentemente su una incomprensione di fondo, mai corretta, tra le intenzioni e l’elettorato: molti pensano si tratti di “soldi lanciati dall’elicottero”, per riprendere la celeberrima espressione di Milton Friedman. In realtà il sistema preso a modello, cioè quello tedesco, è composto da elargizioni circostanziate, limitate nel tempo e vincolate all’ottenimento (o meglio, al non rifiuto) di un posto di lavoro tramite i Centri di Collocamento statali; ma a quanto pare gli esponenti grillini sono stati fraintesi, e tutti si sono convinti che i soldi sarebbero arrivati senza condizioni dal 5 Marzo in poi. Bontà loro. Invece la promessa principale della Lega (che io mi ostino a chiamare Lega NORD perché, diciamocelo, è sempre la stessa storia) ha il dono della chiarezza (e del condono) che una volta apparteneva al Grande Comunicatore d’Italia, Silvio Berlusconi: meno tasse per tutti. Aliquota fissa al 15% per ogni contribuente, fisico o giuridico, miliardario o precario; a parte qualche lieve dubbio di incostituzionalità, l’idea è questa. Più della metà degli Italiani ha scelto di sostenere queste proposte con un chiaro segnale politico, forse nella convinzione che si trattasse delle solite promesse da marinai.

Il problema, paradossalmente, è che perlomeno su questo fronte (chiusura ILVA? No TAV? No TAP? No Party!) i due titani di Montecitorio sembrano intenzionati a mantenere le promesse. Sensazione strana, a cui non eravamo più abituati: già Martina, del Partito poco Democratico, aveva preparato il discorso sulla incapacità di questo governo di rispettare quanto detto agli Italiani in campagna elettorale, e di quanto invece avesse fatto il PD rispetto alle sue stesse promesse, ma colpo di scena! Tutto da rifare. Infatti sulla Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza vengono inserite le due misure che abbiamo già citato, il Reddito di Cittadinanza (ovviamente solo per gli italiani, se no che Cittadinanza è?) e una mini-flat tax ridimensionata, che fondamentalmente allarga la misura prevista dal Governo Renzi per il c.d regime forfettario, che riduce notevolmente le imposte e i contributi per una determinata categoria di giovani autoimpiegati, e che viene adesso estesa a un milione circa di liberi professionisti in più. La liquidità per queste riforme, oltre che a qualche investimento in infrastrutture e ricerca, verrà dall’aumento del famigerato rapporto deficit/PIL fino al 2,4%. 

Non avete capito l’ultima frase? Tranquilli, siete in buona compagnia. Il deficit è la differenza tra entrate e uscite dello Stato, mentre il PIL (o prodotto interno lordo) è la somma di tutta la ricchezza prodotta dal Paese in un anno fiscale. Semplificando: se Giuseppe in un anno guadagna 100, quello è il suo PIL (tutta la ricchezza di Giuseppe); se spende 102,4, prende in prestito (“va in deficit”) del 2,4%.  Se però il nostro amico si è comprato l’auto e magari un bel telefonino senza poterli pagare, magari con un bel prestito, ha anche accumulato dei debiti, supponiamo di 130; allora diremo che il rapporto debito/PIL di Giuseppe è del 130%. A questo punto il nostro povero, indebitato amico deve decidere come spendere i suoi soldi: può tentare di ridurre i debiti con quello che guadagna senza fare altri debiti, indebitarsi per guadagnare altri soldi in futuro (aprendo un’attività o investendoli in borsa) o, ultima opzione, indebitarsi e comprare una nuova automobile. Voi cosa fareste?

L’esempio è brutale, ma rispondente al vero. Stiamo acquistando un po’ di felicità collettiva e di quieto vivere per un paio d’anni, senza pensare al futuro (l’auto nuova) ma prima o poi il conto da pagare arriverà. E a quel punto non sarà rimasto nulla per poter ripagare i nostri debiti, perché abbiamo già ridotto la spesa quasi ai minimi termini. Per essere chiari, la situazione di Giuseppe, che abbiamo usato per semplificare l’oscura terminologia economica dei giornali degli ultimi giorni, è esattamente la nostra: rapporto debito/PIL superiore al 130%, deficit/PIL al 2,4% e scelte strategiche sbagliate. Attenzione, il problema non è “il deficit” o il fatto di sfuggire ai vincoli europei: sul menefreghismo ai parametri imposti dall’alto potremmo pure essere d’accordo (a differenza dei membri del Partito Democratico, ormai l’ombra di loro stessi, che attaccano politiche di assistenzialismo di sinistra con argomenti tecnocratici e di alta finanza. Ma i liberali non stavano a destra?), ma per effettuare investimenti su ricerca, sviluppo e infrastrutture. Se in ballo ci fosse stato un vero e proprio New Deal all’italiana su strade, ferrovie, strutture pubbliche, o un reale shock fiscale alle imprese, o magari il rifinanziamento dell’istruzione pubblica, allora si poteva persino superare la soglia del 3%. Ma spendere i risicati fondi delle casse dello Stato su misure assistenzialiste alla maniera democristiana o, peggio, socialista (alla Craxi, non alla Nenni) è una mossa sconsiderata e dai dubbi effetti positivi. Oltretutto il momento è critico: con la prossima fine del Quantitative Easing in arrivo, ovvero la fine del grande programma di acquisto di titoli di stato (prevalentemente Italiani) da parte della Banca Centrale Europea, è solo questione di tempo prima che i tassi di interesse risalgano, portando con sé l’aumento dello spread tra Btp e Bund (titoli di stato italiani e tedeschi) e di conseguenza rendendo, in breve, più costoso per l’Italia prendere denaro in prestito e ripagare i debiti già accumulati. Come potete ben vedere, si tratta davvero di una scommessa, come nel famoso film natalizio, Una Poltrona per Due; speriamo che i nostri Louis e Valentine, Giggino e Matteo, non stiano giocando con le sorti del paese per una banconota da un dollaro.

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.