Libertà di stampa o diffamazione consentita?

Qualche considerazione sulla polemica tra Conte e il giornale Repubblica

3' di lettura

Botta e risposta tra il Premier Giuseppe Conte e la testata giornalistica Repubblica, che attraverso il giornalista Foschini, aveva messo in dubbio la regolare attribuzione al Premier della cattedra di professore ordinario.

Secondo il Foschini, Conte avrebbe avuto con Alpa (prestigioso giurista che era capo della commissione d’esame per professore ordinario) un precedente rapporto professionale: Conte e Alpa avevano difeso meno di sei mesi prima insieme il Garante della Privacy in causa contro la Rai. Secondo la legge l’esaminando e l’esaminatore non possono essere legati tra loro da precedenti rapporti professionali.

Conte si difende, e lo fa partendo da lontano: dalle difficoltà che sta attraversando la libertà di stampa e dall’oggettiva decadenza che la carta stampata sta vivendo. Secondo Conte le accuse sono infondate: Repubblica non può paventare un possibile inciucio tra Alpa e Conte stesso, perché quel rapporto che li aveva legati non era un vero e proprio rapporto professionale: Conte non lavorava per Alpa. I due liberi professionisti facevano capo a due diversi studi professionali. Fatturavano separatamente. Gli studi si trovavano sí nello stesso stabile, ma facevano capo a diversi professionisti.

Tuttavia, Conte ci tiene a precisare: sono state molte le accuse che il Premier ha ricevuto, molti i punti del suo curriculum messi in discussione, dal master americano, alle altre collaborazioni con università estere. In quei casi Conte ha deciso di non difendersi, di non denunciare. Ma oggi c’è di mezzo Alpa, la professionalità, l’onestà e la rettitudine di un giurista diverso dal Premier. Conte avverte: non appena cesserà dalla carica di Premier, non appena dunque non godrà più delle guarentigie, delle immunità poste a tutela della figura istituzionale, denuncerà la testata giornalistica perché in questo caso si é superato il limite, si é passati dalla diffamazione politica alla diffamazione plurima che coinvolge anche soggetti diversi da quelli implicati nel dibattito politico.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quanto avanti può spingersi il diritto di informare e di essere informati? E quanto questo diritto può effettivamente travolgere aspetti così delicati della vita privata e professionale di un soggetto politico? Insomma, quando lo sconosciuto Conte è stato pescato da Di Maio e Salvini per fare il Premier, lo si è dipinto come un ottimo professionista, ignaro tuttavia del progetto che da lì in avanti lo avrebbe visto come una pedina nelle mani dei due vicepremier. Oggi Conte è una figura forte, forse non dotata di tutti i poteri e di tutta la centralità che si addicono a un Premier, tuttavia piace agli italiani, almeno dal punto di vista della serietà e della autorevolezza. E quindi bisogna colpirlo, screditarlo. Nella trincea politica, dove tutto vale quanto il suo contrario, Conte non è più l’ottimo professore, il bravo avvocato, ma addirittura quello che ha ottenuto la cattedra “con l’aiutino”.

Ecco, se uomini dall’alto profilo professionale devono entrare in politica per vedere demolita la propria reputazione, allora credo che il giornalismo si stia trasformando nel maggior deterrente ad una politica degli onesti. Il continuo pressing mediatico allontanerà dagli scranni più in vista coloro i quali sentiranno la necessità di proteggere una carriera e una reputazione costruite con studio e sacrificio.

Ci tengo soprattutto a ricordare chi è il mittente di queste accuse: il giornale Repubblica, che per anni sotto la guida di Scalfari ha avuto come principale obbiettivo politico Berlusconi. Lo stesso Scalfari, ormai in decadenza fisica, ma credo anche mentale, ha poi dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi sceglierebbe Berlusconi. Ecco, se è questo il livello del dibattito giornalistico e politico, se è possibile dire tutto e il contrario di tutto, evidentemente c’è qualcosa che non va. Evidentemente Conte fa bene a difendere a spada tratta la propria carriera ed evidentemente il principio costituzionalmente rilevante dell’interesse pubblico all’informazione deve ridimensionarsi di fronte a notizie che un interesse pubblico lo avrebbero solo se fossero fondate. 

Forse prima di diffondere una notizia o di paventare gravi accuse, bisognerebbe che ci fosse quantomeno un “fumus iustae notitiae”.

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Michele Tarantello

Nato a Carrara il 05-08-1997. Diplomato presso il Liceo Classico "A. Di Rudinì" ed oggi studente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Catania.
Pensatore per natura e giornalista per passione.